Nota di RS. Riceviamo questa lettera che pubblichiamo di seguito. Sebbene sia esistito uno scoutismo cattolico approvato dalla Chiesa, il giudizio sulle sue origini è da sempre controverso. Quella dell’inclusione omoerotica (omosessuale rischia già di essere una definizione che concede troppo, visti i fini reali della sessualità) insieme a tutte le altre problematiche di questo mondo, è del resto la logica conseguenza dell’accettazione degli errori modernisti nel movimento cattolico. Il problema è che da oltre 60 anni molte “realtà cattoliche”, sono “cattoliche” solo di nome.
di Andrea Cisternino
Sono padre di un bambino di otto anni e, come molti genitori cattolici, guardo allo scoutismo con sincera stima. Per generazioni esso ha rappresentato una scuola di vita, di responsabilità, di servizio, di amicizia e di fede. In un’epoca segnata dall’individualismo, dalla fragilità delle relazioni e dalla crescente difficoltà di trasmettere valori stabili, lo scoutismo continua a costituire una delle poche realtà capaci di accompagnare concretamente i ragazzi nella crescita umana e spirituale. Proprio per questo il recente documento dell’AGESCI dedicato all’identità di genere e all’orientamento sessuale e affettivo merita una riflessione seria, pacata e approfondita.
La mia preoccupazione non nasce dall’accoglienza delle persone. La questione riguarda piuttosto il modo in cui vengono assunte e presentate determinate categorie culturali e antropologiche. Nel documento compaiono termini come “identità di genere”, “omolesbobitransfobia”, “riconoscimento dei vissuti”, “validazione delle esperienze personali” e “inclusione”, quasi fossero concetti universalmente condivisi e privi di implicazioni filosofiche. Eppure le parole non sono mai neutre. Ogni linguaggio porta con sé una visione dell’uomo, della libertà e della realtà.
La Chiesa, nel corso dei secoli, ha dialogato con le culture del proprio tempo senza mai rinunciare a sottoporle a discernimento alla luce della Rivelazione e della legge naturale. Ha accolto contributi provenienti dalla filosofia greca, dal diritto romano, dalla modernità e dalle scienze, ma sempre interrogandosi sulla loro compatibilità con la propria concezione dell’uomo. Ciò che sorprende nel documento AGESCI è la sostanziale assenza di una riflessione critica sui presupposti antropologici delle categorie adottate.
Il caso più evidente è quello dell’identità di genere. Nell’antropologia classica e cristiana l’uomo non costruisce arbitrariamente sé stesso, ma scopre progressivamente la propria natura e la propria vocazione. Riceve il proprio corpo, la propria appartenenza sessuata e, all’interno di questa realtà ricevuta, esercita la propria libertà. La moderna teoria dell’identità di genere tende invece a privilegiare la percezione soggettiva rispetto al dato oggettivo della corporeità. Non si tratta di una semplice differenza terminologica, ma di una diversa concezione dell’essere umano che meriterebbe un confronto esplicito con la tradizione filosofica e teologica cristiana.
Occorre inoltre distinguere realtà che spesso vengono accostate come se appartenessero al medesimo ordine di fenomeni. L’identità di genere riguarda il rapporto tra percezione soggettiva e appartenenza sessuale. La transessualità coinvolge aspetti biologici, psicologici e clinici particolarmente complessi. L’omosessualità riguarda invece l’orientamento affettivo e sessuale della persona. Si tratta di questioni differenti che richiedono approcci differenti.
L’attenzione verso una persona non impone necessariamente l’adesione alla sua interpretazione della realtà. È possibile amare una persona senza condividere tutte le sue convinzioni, rispettarne la dignità senza aderire alla sua visione dell’uomo e accompagnarla con autentica carità senza rinunciare alla ricerca della verità. Questa distinzione è sempre stata uno degli elementi qualificanti dell’antropologia cristiana.
Anche il linguaggio utilizzato merita attenzione. Il termine “omolesbobitransfobia” rappresenta un esempio significativo di come le parole possano veicolare una precisa visione della realtà. Il suffisso greco phóbos indicava originariamente una paura irrazionale o patologica. Nell’uso contemporaneo il termine viene spesso esteso ben oltre i comportamenti discriminatori o violenti, fino a comprendere qualsiasi dissenso rispetto a determinate concezioni antropologiche o morali.
Si realizza così uno slittamento semantico che tende a collocare nello stesso contenitore fenomeni molto diversi: dall’insulto e dalla discriminazione fino alla semplice affermazione della rilevanza del sesso biologico o della differenza sessuale. Il rischio è che il linguaggio smetta di descrivere la realtà e finisca per attribuire una connotazione morale negativa a chi esprime posizioni differenti. Quando una parola viene costruita in modo tale da rendere sospetto qualsiasi dissenso, il confronto non avviene più sul contenuto delle argomentazioni ma sull’identità morale dell’interlocutore.
Per questa ragione appare problematico che un’associazione educativa cattolica assuma senza particolari precisazioni un lessico nato in contesti culturali specifici e portatore di implicazioni filosofiche tutt’altro che irrilevanti. La missione educativa della Chiesa non consiste nell’adottare automaticamente le categorie linguistiche dominanti, ma nel valutarle criticamente alla luce della propria visione dell’uomo.
La mia preoccupazione, tuttavia, non è principalmente teorica ma educativa. Quando affido mio figlio a un’associazione cattolica non cerco semplicemente un ambiente sereno e accogliente. Cerco una realtà capace di trasmettere una visione cristiana dell’uomo. Mi aspetto che gli venga insegnato che la libertà non coincide con la soddisfazione di ogni desiderio e che esiste una differenza tra ciò che si prova e ciò che è vero, tra ciò che si desidera e ciò che è bene desiderare.
L’educazione cristiana non consiste nel confermare ogni vissuto personale, ma nell’accompagnare ciascuno verso la verità del proprio essere. Cristo accoglieva tutti, ma non lasciava nessuno dove si trovava. Chiamava alla conversione, proponeva una meta e indicava una strada.
È proprio qui che emerge una delle principali assenze del documento. Si parla molto di riconoscimento, inclusione, ascolto e accompagnamento; molto meno di conversione, grazia e santità. Eppure il cuore del cristianesimo consiste nella convinzione che l’uomo non sia prigioniero delle proprie fragilità. Cristo non è venuto soltanto a comprendere l’uomo, ma a redimerlo. Per questo la tradizione cristiana parla di conversione, di grazia e di santità: non come ideali astratti, ma come possibilità concreta di trasformazione della persona.
La grazia non elimina la natura, ma la perfeziona. La misericordia non sostituisce la verità, ma la rende accessibile. Per questa ragione il Catechismo distingue sempre tra la dignità della persona e il giudizio morale sugli atti. Eliminare questa distinzione significa alterare profondamente la prospettiva cristiana.
Nessuno mette in dubbio che una persona con tendenze omosessuali possa offrire una preziosa testimonianza. La questione riguarda piuttosto il modo in cui tale condizione viene vissuta alla luce della fede, della castità e della ricerca della santità.
Da questo punto di vista il documento appare riduttivo. La non discriminazione viene elevata a criterio quasi esclusivo della riflessione educativa, mentre passa in secondo piano il compito fondamentale di una realtà cattolica: accompagnare ogni persona verso la pienezza della verità e della vita cristiana.
Vi è infine una riflessione più ampia che riguarda il rapporto tra Chiesa e cultura contemporanea. Da tempo assistiamo all’ingresso nel linguaggio ecclesiale di categorie provenienti dalla cultura dominante. In molti casi ciò nasce dal desiderio sincero di comprendere meglio le persone e le loro sofferenze. Tuttavia il dialogo con il mondo non può trasformarsi in assimilazione. La Chiesa è chiamata a confrontarsi con le culture del proprio tempo senza rinunciare al compito di valutarle criticamente alla luce della propria concezione dell’uomo.
Da padre, tutto questo assume una dimensione estremamente concreta. Quando guardo mio figlio non vedo una categoria sociale da includere, ma una persona affidata da Dio alla mia responsabilità. Per questo desidero che le realtà educative cattoliche lo aiutino a sviluppare un autentico discernimento cristiano e a comprendere che la libertà trova il proprio significato nella verità.
Non chiedo associazioni perfette né educatori privi di fragilità. Chiedo semplicemente che un’associazione cattolica abbia il coraggio di essere pienamente cattolica, proponendo ai giovani una visione dell’uomo radicata nel Vangelo e nella tradizione della Chiesa.
Ciò che rende unica una realtà educativa cristiana è la capacità di indicare una meta più alta: la verità che illumina la libertà, la grazia che trasforma la persona e la santità come compimento della sua vocazione. È questa la missione che tanti genitori sperano ancora di trovare nello scoutismo cattolico. Ed è questa la responsabilità che nessuna associazione che si definisca cristiana dovrebbe dimenticare.



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