A cura della Redazione di Radio Spada nel quadro di RS – Progetto Ricerca.


Introduzione

L’immagine standard dell’evoluzione come teoria sostanzialmente chiusa tende a presentarla come un sistema esplicativo unificato, fondato su un piccolo insieme di principi – variazione, ereditarietà, selezione – capace di ricostruire in modo continuo la storia della vita. Questa rappresentazione non deriva in modo necessario dai dati empirici, ma da una scelta di organizzazione teorica e in sostanza una compressione interpretativa.

È opportuno segnalare, già in apertura, che esistono problemi di profilo diverso rispetto a quelli che questo testo si propone di esaminare. L’origine della vita – intesa non come trasformazione di forme biologiche già costituite, ma come insorgenza della vita stessa a partire da processi non viventi – resiste a qualsiasi riduzione entro i termini della teoria evolutiva, che presuppone già ciò di cui dovrebbe rendere conto. E anche una volta eventualmente ottenuta in laboratorio non darebbe certezze conclusive, se non che è stata realizzata col contributo di un’intelligenza dotata di strumenti. Analogamente, l’emergere del linguaggio articolato e, più in generale, delle operazioni immateriali della mente – la capacità di formare concetti astratti, di riferirsi al non-presente, di attribuire significato – apre questioni che non sono semplicemente più difficili da misurare, ma appartengono a un registro esplicativo differente, esterno alla causazione fisica. Questi problemi non sono meno gravi di quelli che seguono; sono però di natura distinta, e richiederebbero una trattazione separata. Rimandiamo in proposito a L’uomo e la sua natura e L’origine e i destini dell’uomo, di Padre Angelo Zacchi O.P.

I cinque nodi che seguono si collocano invece all’interno della teoria evolutiva propriamente detta. Non sono anomalie marginali, ma punti strutturali in cui la traduzione tra livelli esplicativi richiede assunzioni che non sono derivabili dall’interno della teoria stessa. Quando si osservano le fratture interne della biologia evolutiva – tra scale temporali, livelli di organizzazione e tipi di causalità – emerge non un sistema deduttivo chiuso, ma una costellazione di modelli parzialmente compatibili, tenuti insieme da criteri di coerenza che non sono derivati, ma imposti dalla forma della rappresentazione.

1. Micro e macroevoluzione: il problema del salto di regime causale

Il modello evoluzionistico standard tende a trattare la relazione tra microevoluzione e macroevoluzione come una continuità di scala: processi cumulativi a livello locale che, estesi nel tempo, producono trasformazioni globali. Il caso più discusso è quello delle radiazioni adattative successive alle estinzioni di massa: la rapida diversificazione dei mammiferi dopo la fine del Cretaceo viene letta come accelerazione degli stessi meccanismi microevolutivi, non come fenomeno qualitativamente distinto.

Il punto critico non è l’assenza di una dimostrazione formale di questa riduzione, ma il fatto che micro e macroevoluzione coinvolgono regimi causali differenti. La macroevoluzione non rappresenta solo microevoluzione su tempi lunghi, ma include trasformazioni nello spazio delle possibilità biologiche: cambiamenti nei vincoli dello sviluppo, nelle strutture di robustezza e nelle topologie dei paesaggi adattativi. L’ipotesi degli equilibri punteggiati di Gould ed Eldredge ha reso esplicita questa tensione, mostrando che il registro fossile è compatibile con una dinamica non gradualista in cui i momenti di stasi e i momenti di cambiamento rapido non sono riducibili allo stesso meccanismo.

La continuità micro–macro è dunque una proprietà assunta della rappresentazione, non una conseguenza derivata. Il problema non è di scala, ma di traduzione tra livelli che non condividono la stessa struttura causale.

2. Complessità organizzata: la distinzione tra trasformazione e generazione

La teoria evolutiva descrive la trasformazione di strutture biologiche esistenti, ma è meno chiara nel fornire un principio generale della generazione di nuove forme di organizzazione integrata. Il caso paradigmatico è quello dell’origine degli eucarioti: la cellula con nucleo e organelli membranosi non è spiegabile come progressiva modificazione di una cellula procariote, ma richiede un evento di integrazione simbiogenetica – la teoria di Margulis – che introduce un tipo di causazione (fusione di organismi distinti in un’unità funzionale nuova) non contemplato nella sintesi neodarwiniana standard.

Meccanismi come duplicazione genica, co-option e riorganizzazione regolativa descrivono percorsi possibili attraverso cui la complessità può aumentare, ma operano come descrizioni locali all’interno di uno spazio di possibilità già strutturato. Non costituiscono, presi insieme, una teoria della costruzione di tale spazio.

Il punto strutturale è la distinzione tra:

  • dinamiche interne a uno spazio di possibilità biologiche già dato
  • e generazione delle condizioni che definiscono quello spazio

La selezione naturale opera come principio di filtraggio su configurazioni già strutturate, ma non determina il passaggio tra diversi regimi di organizzazione. La sua estensione a principio generativo richiede un salto concettuale che non è giustificato dall’interno della teoria stessa.

3. Livelli di selezione: instabilità dell’unità causale

Il problema dei livelli della selezione non è decidere se l’evoluzione agisca soprattutto sui geni, sugli organismi o sui gruppi. Il punto più profondo è che non esiste un criterio fisso per stabilire, in anticipo, quale sia la vera “unità” dell’evoluzione.

Per questo il dibattito tra chi, come Richard Dawkins, vede il gene come protagonista principale e chi invece attribuisce un ruolo causale anche agli organismi o ai gruppi, come Richard Lewontin o Edward O. Wilson, non può essere risolto semplicemente con i dati empirici. Le diverse teorie, infatti, spesso descrivono lo stesso fenomeno biologico usando modelli matematici differenti: cambia il modo in cui viene suddiviso l’effetto della selezione, non necessariamente il processo osservato.

Inoltre, le entità su cui agisce la selezione non sono realtà fisse e immutabili. Sono piuttosto configurazioni temporanee che funzionano come unità coerenti in certe condizioni. A seconda del contesto, la selezione può coinvolgere geni, organismi, gruppi o persino associazioni tra specie diverse.

Questo implica che l’unità causale non è un presupposto della teoria, ma un effetto locale della sua applicazione. La selezione non agisce su oggetti predefiniti, ma su aggregati dinamici la cui identità è essa stessa un risultato parziale del processo evolutivo già ammesso.

4. Contingenza storica: assunzioni e inferenze

Nella teoria dell’evoluzione la storia non è un dato neutro: molte spiegazioni dipendono da eventi passati che non possiamo osservare direttamente e che devono essere ricostruiti attraverso inferenze a partire da tracce attuali, come dati genetici, fossili o distribuzioni delle specie. Queste ricostruzioni non sono mai puramente descrittive, ma coinvolgono assunzioni su quali processi siano stati plausibili e su come interpretare le evidenze disponibili. Di conseguenza, ciò che si assume sul passato non è separabile dalla spiegazione stessa: influisce su quali scenari evolutivi vengono considerati possibili e su quali meccanismi vengono ritenuti rilevanti. In questo senso, il modo in cui costruiamo il passato condiziona il tipo di teoria evolutiva che possiamo formulare.

5. Causalità genetica: la dipendenza del gene dal livello di descrizione

Il modello classico gene/fenotipo presuppone che ogni gene abbia un effetto abbastanza stabile e identificabile. Ma nei sistemi biologici reali le cose sono molto più complesse.

Fenomeni come l’eterocromia o alcune malattie a penetranza variabile mostrano che lo stesso gene può produrre effetti molto diversi a seconda del contesto biologico in cui agisce. Per questo non è possibile considerare il gene come una causa autonoma e isolata.

Reti genetiche, meccanismi epigenetici, plasticità dell’organismo e interazioni con l’ambiente fanno sì che l’effetto di un gene dipenda sempre dall’intero sistema in cui è inserito. Denis Noble sostiene infatti che la causalità biologica sia circolare e distribuita su più livelli, non concentrata soltanto nei geni.

In questa prospettiva, il gene rimane importante, ma non è l’unica o la fondamentale unità causale. Funziona piuttosto come un elemento di una rete dinamica più ampia, il cui significato dipende dal modo in cui osserviamo e semplifichiamo il sistema biologico.

Conclusione

I cinque nodi convergono verso un punto unico: la teoria evolutiva non è un sistema esplicativo chiuso, ma una famiglia di modelli (non privi a loro volta di difficoltà importanti) che operano su livelli eterogenei di causalità, resi compatibili da assunzioni di traduzione che non sono derivabili dall’interno della teoria stessa.

Il problema non è tanto la mancanza di spiegazioni locali ma la struttura della loro integrazione e l’orizzonte complessivo che le può inquadrare.


Bibliografia essenziale

  • Darwin, C. (1859). On the Origin of Species. John Murray.
  • Gould, S. J. & Eldredge, N. (1972). “Punctuated equilibria: an alternative to phyletic gradualism.”
  • Gould, S. J. (2002). The Structure of Evolutionary Theory. Harvard University Press.
  • Mayr, E. (2001). What Evolution Is. Basic Books.
  • Dawkins, R. (1976). The Selfish Gene. Oxford University Press.
  • Lewontin, R. C. (1983). “The organism as the subject and object of evolution.”
  • Margulis, L. (1981). Symbiosis in Cell Evolution. W. H. Freeman.
  • Noble, D. (2006). The Music of Life. Oxford University Press.
  • Jablonka, E. & Lamb, M. J. (2005). Evolution in Four Dimensions. MIT Press.
  • Wagner, A. (2014). Arrival of the Fittest. Penguin.

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