A cura della Redazione di Radio Spada nel quadro di RS – Progetto Ricerca.

Riferimento primario: Barkai, R., & Shalata, M. (2026). Lower Palaeolithic Tools of Potency: Handaxes Shaped around Fossils and Other Extraordinary Features at Sakhnin Valley, Israel. Palestine Exploration Quarterly. Nota editoriale. Il presente contributo offre una sintesi dello studio archeologico citato in apertura, accompagnata da alcune osservazioni interpretative della redazione. Le considerazioni esposte dagli autori della ricerca sono pertanto distinte dalle eventuali riflessioni filosofiche o antropologiche proposte nel corso dell’articolo.


Premessa: un paesaggio e una crisi

Per comprendere appieno il significato delle asce di Sakhnin Valley, occorre partire dal contesto in cui furono prodotte. Il sito si colloca nel tardo Acheuleano levantino, un periodo in cui gli uomini della regione stavano attraversando una progressiva crisi ecologica: la scomparsa degli elefanti dal Levante, con tutti i problemi che questo ha comportato.

1. L’evidenza materiale: selezione intenzionale dello straordinario

Nel sito, ricco di selce di alta qualità e di geodi provenienti dalla formazione geologica di Deir Hanna, sono state recuperate oltre 200 asce bifacciali. Tra queste, circa un decimo mostra fossili, geodi o formazioni geologiche particolari deliberatamente preservati nella lavorazione. Tre osservazioni convergono a escludere la casualità:

La proporzione selettiva. Se la presenza di fossili e geodi fosse accidentale, riflettendo semplicemente la composizione geologica locale, dovrebbe distribuirsi uniformemente su tutti i manufatti. Invece è concentrata quasi esclusivamente nelle asce, non nei rifiuti di lavorazione.

L’assenza nei detriti. Tra le migliaia di schegge, nuclei e scarti raccolti nel survey, fossili e inclusioni geologiche sono quasi del tutto assenti. I noduli con caratteristiche speciali non venivano ridotti indiscriminatamente: venivano scelti e trasformati specificamente in asce.

Il posizionamento e il costo tecnico. Le inclusioni – impronte di fossili (probabilmente Nerinea, Baculites o Crinoidea), concrezioni come la beekite, geodi, cavità naturali – si trovano sistematicamente al centro della faccia visibile dell’ascia. Lavorare la selce attorno a queste strutture complica tecnicamente la scheggiatura, alterando la propagazione delle onde d’urto e aumentando il rischio di rottura. Il knapper affrontava consapevolmente questa difficoltà per preservare l’elemento.

2. L’argomento estetico: contro il riduzionismo della “proto-estetica”

Gli autori intervengono esplicitamente nel dibattito in corso – con posizioni contrarie a quelle di Flanders, Key, Ashton e Davis – che tende a leggere questi manufatti come coincidenze o sottoprodotti utilitaristici privi di significato intenzionale.

Il rifiuto è netto: Barkai e Shalata considerano fuorviante l’etichetta di proto-estetica abitualmente applicata aicosiddetti pre-sapiens. La capacità di discriminare visivamente e tattilmente tra la selce omogenea e ordinaria e il nodulo con un fossile o una geode al suo interno, e lo sforzo tecnico deliberato per valorizzare quell’elemento, costituiscono a loro avviso una sensibilità estetica pienamente operativa, non una sua prefigurazione embrionale.

A sostegno di questa posizione citano la straordinaria durata e coerenza della cultura acheuleana come evidenza di una cognizione complessa e stabile, non in formazione.

3. Strumenti di potenza: la dimensione cosmologica

Il concetto centrale dell’articolo è quello di tools of potency: le asce non erano soltanto strumenti da macellazione, ma oggetti mediatori tra l’essere umano e, pare, il cosmo.

Gli autori propongono che fossili e geodi fossero percepiti come tracce di un tempo primordiale – resti mineralizzati di organismi antichi, forme create prima dell’uomo – e quindi portatori di una forza intrinseca. Incorporare queste strutture in un’ascia significava trasferire nell’oggetto quella potenza, rendendolo al tempo stesso utensile e tramite cosmologico.

A supporto di questa lettura, il testo documenta una continuità geografica e temporale notevole attorno alla stessa area:

  • Al sito acheuleano di Evron (~1 Ma, circa 30 km a nord-ovest di Sakhnin), geodi non lavorate furono trasportate da circa 5 km di distanza, alcune con tracce di uso come percussori ma non tutte.
  • Nella grotta di Cioarei-Boroşteni (Romania), una geode coperta di ocra rossa fu rinvenuta in un livello musteriano attribuito ai Neanderthal, datato a circa 49.000 anni fa.
  • Nella sepoltura sciamanica natufiana di Hilazon Tachtit (12.000 anni fa, a soli 5 km da Sakhnin), una donna anziana fu deposta con nove geodi intatte, insieme a fossili e ciottoli colorati, in un contesto chiaramente rituale.

Gli autori leggono questa sequenza non come coincidenza ma come evidenza della persistenza, attraverso tempi e culture diverse, di un’attrazione profonda per questi oggetti geologici e del loro ruolo nelle credenze umane.

4. Il radicamento antropologico: la pietra come entità

Per contestualizzare teoricamente questa relazione tra i cosiddetti erectus e la pietra, l’articolo ricorre a esempi etnografici. Molte culture animiste nel mondo considerano le pietre come potenzialmente senzienti, vive, fonti di sapienza e forza. Gli autori citano la cosmologia Ojibwa, secondo cui alcune pietre sono animate, e la cultura Gamo dell’Etiopia meridionale, in cui le pietre hanno un ciclo vitale analogo a quello umano – nascono in cava, vengono “circoncise” durante la scheggiatura, si “sposano” quando montate su un manico, e vengono “sepolte” quando esaurite.

Il concetto polinesiaco di Mana – forza sacra che può risiedere in persone, spiriti o oggetti inanimati – e quello artico di Inua – forza vitale presente in umani, animali, montagne e oggetti – offrono ulteriori paralleli per descrivere ciò che gli autori chiamano potency: una qualità percepita come insita nella pietra stessa, amplificata dalla presenza di fossili e geodi.

Anche qui però bisogna stare attenti a non ridurre tutto – aggiungiamo noi – a una visione che deformi la vita spirituale di questi uomini in una sorta religione non evoluta: le ipotesi indicate sono, del resto, compatibili con un decadimento del culto originale.

5. La risposta alla crisi: la pietra come ancora

L’intensificarsi di questi comportamenti nel tardo Acheuleano non è, per gli autori, un segnale di progresso cognitivo. Al contrario, propongono che i comportamenti straordinari emergano non come risultato di un’evoluzione mentale astratta, ma come risposta a condizioni di disagio e stress adattativo. Il declino degli elefanti nel Levante disruppe una struttura di vita consolidata da lungo tempo. Di fronte a questa rottura, i cosiddetti erectus non si limitimitarono ad adattare la tecnologia: cercarono una riconnessione più profonda attraverso gli oggetti.

In questo senso, la creazione di asce attorno a fossili e geodi non è un capriccio estetico nato dall’abbondanza, ma una forma di risposta esistenziale: lo strumento diventa un’ancora simbolica nel momento in cui le certezze ecologiche vengono meno.

Conclusione

L’articolo sulla Sakhnin Valley propone che «Homo erectus» possedesse una vita interiore articolata su almeno due livelli distinti: una sensibilità estetica attiva, capace di riconoscere e valorizzare lo straordinario negli oggetti, e una proiezione cosmologica, che attribuiva alla pietra una significato che andava oltre l’elemento funzionale-materiale. Lo strumento acheuleano emerge così come punto d’incontro tra efficienza tecnica, preferenza geometrico-estetica e significato spirituale.


Approfondimenti librari. La riflessione sul tema dell’immaterialità dell’anima, del suo rapporto originario con la natura e del destino ultimo dell’uomo ha trovato una trattazione ampia nella riedizione di due noti volumi del teologo domenicano Padre Angelo Zacchi O.P.: L’uomo e la sua natura e L’origine e i destini dell’uomo. Se in queste opere Padre Zacchi ha difeso con acume la presenza nell’essere umano di una dimensione spirituale irriducibile alle sole dinamiche biologiche, nel campo più squisitamente metafisico, si possono vedere altri testi utili come il Compendio di Filosofia – Metafisica e Logica, del Padre M. Liberatore SJ et al., oppure Buona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggi, di don Curzio Nitoglia. Le opere indicate non trattano dei ritrovamenti nel sito di Sakhnin, ma affrontano in maniera accurata temi filosofici e antropologici connessi alla spiritualità umana.


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