A cura della Redazione di Radio Spada nel quadro di RS – Progetto Ricerca.
Introduzione
L’esistenza di una realtà che trascenda la materia è un punto ineludibile del panorama filosofico e teologico. Di recente, la riflessione sul tema dell’immaterialità dell’anima, del suo rapporto originario con la natura e del destino ultimo dell’uomo ha trovato una trattazione ampia nella riedizione di due noti volumi del teologo domenicano Padre Angelo Zacchi O.P.: L’uomo e la sua natura e L’origine e i destini dell’uomo. Se in queste opere Padre Zacchi ha difeso con acume la presenza nell’essere umano di una dimensione spirituale irriducibile alle sole dinamiche biologiche, nel campo più squisitamente metafisico, si possono vedere altri testi utili come il Compendio di Filosofia – Metafisica e Logica, del Padre M. Liberatore SJ e altri Autori, oppure Buona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggi, di don Curzio Nitoglia.
Una via d’accesso altrettanto interessante all’immateriale sta emergendo dai laboratori della scienza dura. Nel corso di un recente dibattito svoltosi a Salisburgo per il programma “Uncommon Knowledge“ di Peter Robinson, tre pensatori contemporanei – il matematico Sergiu Klainerman, il filosofo della scienza Stephen Meyer e il filosofo-matematico David Berlinski – hanno mostrato come proprio la matematica sferzi un colpo decisivo al materialismo imperante.
1. La stabilità di 2 + 2 = 4 è reale
Il punto di partenza è la più semplice delle certezze aritmetiche: l’espressione 2 + 2 = 4 è vera in ogni luogo, in ogni tempo e per tutta l’eternità. Come ha rimarcato con decisione il matematico di Princeton Sergiu Klainerman, questa affermazione possiede una realtà oggettiva che si colloca totalmente al di fuori dell’essere umano. Non si tratta di una convenzione linguistica, né di un “artefatto della mente” dovuto a processi biologici o a reazioni elettrochimiche casuali tra i nostri neuroni. Se un individuo decidesse che il risultato fa 3 o 5, non starebbe esprimendo un punto di vista alternativo; starebbe commettendo un errore oggettivo.
Aggiungendo profondità a questo concetto, David Berlinski (autore di “One, Two, Three: Absolutely Elementary Mathematics”) spiega che l’aritmetica resiste a qualsiasi tentativo di riduzione. È certamente possibile compiere un’operazione regressiva, andando a ritroso verso concetti e assiomi ancora più primitivi per derivare il fatto che 2 + 2 = 4. Tuttavia, giunti alla fine di questa catena assiomatica, non si trova una spiegazione materiale, ma solo la coerenza intrinseca del sistema. I numeri e le operazioni che essi rendono possibili sono elementi primordiali: possono essere compresi o descritti meglio, ma non possono essere “eliminati” a favore di qualcosa di più profondo. Riappariranno sempre, fieri della loro natura immateriale.
2. Il verdetto eterno: Certezza matematica contro approssimazione empirica
Il secondo snodo cruciale riguarda la natura della verità. Stephen Meyer, intervenendo come geofisico e filosofo della scienza (autore di “Return of the God Hypothesis”), ha tracciato una linea di demarcazione netta tra il livello di certezza delle scienze naturali e quello della matematica, scardinando il mito scientista che confonde le due discipline.
Le scienze empiriche si basano su metodi meno perfetti (paragonati in certi casi da Meyer al classico ragionamento da detective “alla Colombo”). Gli scienziati osservano i fatti del mondo reale e inferiscono la spiegazione causale più plausibile. Pur avendo un enorme potere predittivo, la scienza naturale non produce mai una conclusione deduttivamente certa; una teoria scientifica resta valida solo “fino a prova contraria”. La matematica procede in modo diverso: se le premesse sono valide e il legame logico è corretto, la conclusione è infallibile e immutabile.
3. Il mistero di Wigner: L’irragionevole efficacia dell’invisibile
Nel 1960, il premio Nobel per la fisica Eugene Wigner scrisse un saggio intitolato “L’irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali”, sollevando un interrogativo che tormenta ancora i fisici: perché la matematica, che si sviluppa all’interno della nostra mente attraverso puri passaggi logici, mappa così perfettamente il mondo fisico esterno, arrivando persino a predire fenomeni non ancora osservati?
Il calcolo differenziale o le geometrie non euclidee furono elaborati da matematici per pura curiosità estetica o coerenza astratta, secoli prima che Einstein le scoprisse indispensabili per descrivere la Relatività Generale e la curvatura dello spazio-tempo. Berlinski offre un esempio folgorante e quotidiano: se guardiamo due bicchieri su un tavolo, l’assicurazione che essi siano “due” non appartiene alla fisica della materia. Atomi, elettroni e fotoni non contengono il concetto di dualità; il numero è un’astrazione logica ulteriore che la nostra mente sovrappone alla realtà visibile. Per fare fisica avanzata non serve l’entomologia (lo studio degli insetti), ma i numeri complessi sono insostituibili. Come fa il pensiero puro a governare la materia?
4. Scoperta o invenzione? Il “Test di Realtà” dei buchi neri
Qui il dibattito si sposta sulla natura stessa del lavoro del matematico. Se per i fisici materialisti moderni la matematica è solo una “libera creazione dello spirito umano”, i matematici sanno che la realtà è ben diversa.
Klainerman paragona il matematico a un alpinista: non crea la montagna, la scala. Ha una visione intuitiva di dove vuole arrivare, ma poi deve scontrarsi con la durezza oggettiva della pietra. La matematica non viene inventata, viene scoperta. Non si può credere che il Teorema di Pitagora non fosse vero prima che Pitagora lo formulasse. Per dimostrare questo legame con il reale, Klainerman cita il proprio monumentale studio di duemila pagine sulla stabilità della “soluzione di Kerr” nelle equazioni di Einstein. I buchi neri non possono essere visti per definizione; eppure ne affermiamo l’esistenza perché la teoria matematica è consistente. Klainerman introduce così un “test matematico di realtà”: se una struttura matematica complessa resta stabile anche quando viene sottoposta a piccole perturbazioni, significa che quella stabilità è il gettone di una realtà oggettiva, indipendente dalla nostra mente e dotata di un profondo significato fisico nella natura.
5. Il crollo del Materialismo: L’aut-aut della fisica moderna
Il culmine filosofico del confronto giunge con il dilemma radicale esposto da David Berlinski, che mette con le spalle al muro il riduzionismo materialista su cui si fonda gran parte dell’accademia contemporanea.
La civiltà moderna vive sotto il severo imperativo culturale secondo cui il mondo sarebbe esclusivamente un sistema fisico e materiale. Eppure, le tre più grandi teorie della storia – la meccanica newtoniana, la relatività generale e la meccanica quantistica – sono totalmente impotenti senza una massiccia dose di matematica. Sorge qui un cortocircuito logico insuperabile: se la matematica è essenziale per spiegare ogni teoria fisica, non può esistere una teoria fisica che possa spiegare materialmente la matematica. Tentare di farlo sarebbe come pretendere di pescare una carpa usando come esca un’altra carpa.
L’entità “numero 2” esiste, non è fisica, ed esiste indipendentemente dalle nostre menti. Di conseguenza, conclude Berlinski, la scienza si trova oggi su una banchina di ghiaccio che si restringe sempre di più, costretta a un bivio inevitabile: o i fisici riescono a dimostrare l’intera struttura dell’universo formulando teorie totalmente prive di matematica (un’impresa tentata storicamente da Feynman ma rimasta impossibile), oppure bisogna dichiarare il fallimento logico del materialismo. Per comprendere la materia abbiamo bisogno di verità immateriali. La scienza moderna, paradossalmente, ha finito per riaprire le porte a quella trascendenza che la filosofia di Padre Zacchi aveva già lucidamente difeso per via teologica.
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