di Andrea Cisternino 

L’articolo pubblicato nei giorni scorsi sulle nuove linee guida approvate dall’AGESCI riguardo ai temi dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale ha suscitato un confronto che è rapidamente andato oltre il contenuto specifico del documento. Molti lettori, infatti, hanno colto come la questione non riguardi soltanto alcune recenti scelte educative o culturali, ma investa interrogativi più profondi che toccano l’identità stessa dello scoutismo, le sue origini e il modo in cui la Chiesa cattolica ha scelto di rapportarsi ad esso nel corso dell’ultimo secolo.

Quando si affrontano temi di questo genere, tuttavia, il rischio è sempre quello di imboccare scorciatoie interpretative. Da una parte vi è chi considera ogni riferimento alle possibili influenze massoniche nello scoutismo come una forma di sospetto irrazionale; dall’altra chi ritiene che basti individuare una somiglianza simbolica o un’affinità culturale per dimostrare una derivazione diretta e consapevole. La realtà storica è quasi sempre più complessa e proprio per questo più interessante.
La prima domanda che emerge inevitabilmente riguarda Robert Baden-Powell. Il fondatore dello scoutismo mondiale era massone? A dispetto delle numerose affermazioni che si possono leggere in rete, la risposta storicamente più corretta è che non esistono prove documentali definitive della sua appartenenza ad alcuna loggia. Non risultano iscrizioni accertate nelle principali obbedienze britanniche e persino alcuni studiosi vicini al mondo massonico riconoscono l’assenza di una documentazione conclusiva. Se però ci si fermasse a questo dato, si rischierebbe di non comprendere la questione nella sua interezza. La storia delle idee non coincide infatti con quella delle tessere associative. Un uomo può non appartenere formalmente ad una determinata organizzazione e tuttavia vivere immerso in un ambiente culturale che ne condivide simboli, categorie, aspirazioni e visione del mondo. È precisamente da questo punto di vista che il problema diventa interessante.

L’Inghilterra nella quale nasce lo scoutismo non è una realtà neutrale. È l’Inghilterra imperiale della fine dell’Ottocento, una società nella quale la massoneria rappresenta una presenza influente all’interno delle élite militari, amministrative e culturali. È il mondo delle grandi associazioni civiche, delle confraternite, dei movimenti pedagogici, delle organizzazioni che vedono nell’educazione morale dell’individuo il fondamento della stabilità sociale e del progresso collettivo. È un ambiente nel quale si parla continuamente di carattere, dovere, disciplina, servizio, fratellanza, simbolismo, perfezionamento personale e formazione progressiva dell’uomo. Baden-Powell è figlio di questo mondo, lo scoutismo nasce dentro questo mondo ed è difficile immaginare che potesse esserne completamente estraneo. L’aspetto forse più significativo non riguarda nemmeno le amicizie, i contatti o le frequentazioni del fondatore, ma la struttura stessa del metodo scout. Fin dalle origini esso si presenta come qualcosa di molto diverso da una semplice associazione giovanile. Esso possiede una propria legge, una promessa, un sistema di simboli, un linguaggio specifico, un percorso progressivo di crescita, tappe da raggiungere, prove da superare, distintivi da conquistare e una forte coscienza di appartenenza. In altre parole, si presenta come una pedagogia dell’uomo.

È qui che il confronto con l’ambiente culturale dell’epoca diventa inevitabile. Prendiamo il simbolo più noto dello scoutismo, il giglio. Ufficialmente esso richiama la bussola e la direzione del Nord. Le sue tre punte rappresentano i tre doveri fondamentali dello scout, mentre le stelle richiamano la verità e la conoscenza. Nessuno di questi significati è occulto o segreto. Al contrario, essi vengono apertamente dichiarati. Proprio per questo meritano attenzione. Perché orientamento, verità, conoscenza, formazione morale e cammino progressivo rappresentano anche alcuni dei concetti centrali della simbologia massonica e, più in generale, dell’umanesimo morale che attraversava il mondo anglosassone dell’epoca.

Lo stesso vale per la struttura educativa del movimento. Il giovane non viene semplicemente istruito, ma introdotto gradualmente in un percorso di crescita scandito da prove, responsabilità crescenti e riconoscimenti simbolici. Ogni passaggio possiede un significato educativo. Ogni distintivo testimonia una conquista. Ogni tappa rappresenta un avanzamento lungo il cammino della formazione personale. È una pedagogia che attribuisce al simbolo un ruolo centrale e che concepisce la crescita morale come un processo progressivo e ordinato.

Anche il concetto di fraternità universale occupa un posto fondamentale. Lo scoutismo si presenta come una grande comunità mondiale capace di unire giovani appartenenti a nazioni, culture e religioni differenti: esso richiama inevitabilmente una delle categorie più caratteristiche dell’associazionismo moderno e della stessa massoneria, ovvero la costruzione di una fraternità umana fondata su valori condivisi che trascendano le differenze. Osservati singolarmente, nessuno di questi elementi dimostra alcunché. Osservati nel loro insieme, però, essi delineano un quadro molto più significativo. Non ci troviamo semplicemente davanti ad alcune coincidenze simboliche, ma ad una comune concezione educativa che attribuisce enorme importanza alla formazione del carattere, al linguaggio simbolico, alla progressione morale, all’appartenenza comunitaria e alla costruzione di una fraternità universale.

Forse il punto più corretto non consiste allora nel chiedersi se lo scoutismo sia massonico, ma nel riconoscere che esso nasce all’interno di quel vasto umanesimo morale anglosassone del quale la massoneria rappresentava una delle espressioni più influenti e visibili. In questo senso la vicinanza culturale appare difficilmente negabile, indipendentemente dall’esistenza o meno di una dipendenza diretta. Ed è proprio qui che entra in scena la Chiesa. Perché uomini come padre Jacques Sevin e Mario di Carpegna compresero immediatamente l’efficacia educativa del metodo scout. Ma compresero anche che nessun metodo educativo è realmente neutrale. Dietro ogni simbolo, dietro ogni pedagogia e dietro ogni visione della fraternità si nasconde sempre una determinata idea dell’uomo e del suo destino. La grande intuizione dello scoutismo cattolico non fu dunque quella di copiare Baden-Powell, ma di battezzarlo. Non di respingere il metodo, ma di orientarlo. Non di distruggere quella struttura educativa, ma di ricondurla a Cristo. E proprio da questo tentativo nasce la domanda che ancora oggi attraversa il mondo scout cattolico e che, come vedremo, riguarda in realtà l’intera Chiesa contemporanea.

Di questo ci occuperemo più specificamente in un prossimo contributo.




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