di Luca Fumagalli
Continua con questo articolo la serie dedicata all’approfondimento della parabola umana e letteraria di David Jones (1895-1974), da molti considerato il più grande poeta cattolico del Novecento inglese.
Per chi si fosse perso le puntate precedenti: prima parte (1895-1900), seconda parte (1901-1909), terza parte (1909-1914), quarta parte (1914-1915), quinta parte (1915-1916), sesta parte (1916-1917), settima parte (1917-1918), ottava parte (1919-1921), nona parte (1921), decima parte (1922), undicesima parte (1922-1924).
Il 22 dicembre 1924, accompagnato da Norval Gray, il nipote di padre John Gray, Jones si recò a Capel-y-ffin, nel sud del Galles, per far visita a Gill. Guardando fuori dal finestrino del treno rimase impressionato dalle devastazioni subite dal paesaggio a causa dall’industrializzazione – a cui si accenna nelle sue poesie degli anni seguenti – ma per fortuna almeno le Black Mountains conservavano tutto il loro fascino. Lì Gill e i suoi sodali avevano trovato dimora in un monastero fatto costruire una sessantina d’anni prima da un curioso diacono che aspirava alla creazione di una comunità benedettina in seno alla Chiesa d’Inghilterra. Alla sua morte, nel 1908, i pochi monaci che erano con lui si erano spostati sull’isola di Caldey, inserendosi in un gruppo simile al loro. Poco prima della Grande Guerra erano diventati tutti cattolici e i loro successori affittarono di buon grado il monastero a Gill con la segreta speranza di riuscire a venderglielo.
Oltre a ritrovare gli Hagreen, Tegetmeier, Attwater e, naturalmente, l’amata Petra, Jones fece la conoscenza del diciannovenne René Hague, neo diplomato dell’Ampleforth College che abitava insieme a tre monaci di Caldey in una casa poco distante chiamata “The Grange”. Insegnava latino a uno di loro in preparazione dell’ordinazione sacerdotale, mentre Dom Jospeh Woodford era colui che si occupava di celebrare messa ogni domenica in una cappella temporanea allestita nel chiostro del monastero.

A Natale, durante la cena, Jones distribuì ai presenti un biglietto d’auguri sul quale era riprodotta una sua recente incisione che mostrava Gesù e Maria abbracciati similmente a due amanti in un’oscurità vulvare, attorniati dall’asino, dal bue e da un uccello. La composizione gli era stata ispirata dai discepoli addormentati nell’olio L’orazione nell’orto di El Greco. Come era solito fare durante i pasti, Gill lesse alcuni brani tradotti del Martirologio Romano e Jones fu particolarmente colpito da un passaggio in cui si parlava della datazione della natività in relazione a eventi importanti, perlopiù di natura scritturale; a una simile suggestione si appellò anni dopo per impostare la cronologia degli accadimenti pasquali descritti in The Anathemata.
Fatta eccezione per il tempo inclemente e i cani, ogni altra cosa a Capel era di suo gradimento. Peccato solo che la vita rurale tradizionale del Galles stesse scomparendo sotto la pressione dell’industrializzazione, con la popolazione della valle ridotta a un quarto di quella che era cinquant’anni prima.
Verso la fine dell’anno, quando ormai aveva deciso di prolungare la sua visita a tempo indeterminato potendo godere dell’ospitalità dei Gill, Jones iniziò a dipingere acquarelli all’aperto. Per colpa del freddo, lavorava rapidamente e con grande libertà, adottando uno stile che nulla aveva a che spartire con quello rigidamente iconico di Ditchling. I primi due lavori furono Nant-y-bwch e Tir Y Bleanau; in quest’ultimo, a cui l’autore rimase sempre particolarmente affezionato, considerandolo una sorta di matrice dalla quale si sarebbero sviluppati tutti gli acquarelli successivi, le colline alberate diventano piani irregolari simili a onde e unicamente la presenza dei cavalli indica una qualche direzione gravitazionale. Forse centra qualcosa pure la nozione di spazio curvato presente nella teoria della relatività di Einstein, di cui lui e Gill avevano parlato dopo aver letto Arthur Eddington. Comunque in Tir Y Bleanau niente è simmetrico o immobile, ma ogni cosa è contraddistinta da una linea che domina i volumi.

Alla sera Jones e Gill discutevano spesso di Maritain, mentre un saggio di Vivian Bickford regalò al primo il concetto dell’ «unità di referenze indirette», destinato a diventare per lui un principio estetico importante. Si trattava, in poche parole, di un’espansione del concetto tomistico di analogia: cose che apparentemente non hanno relazione, hanno associazioni e connotazioni che si sviluppano sottotraccia, creando un’unità di significato.
Nel gennaio del 1925 fece la conoscenza di un artista benedettino in visita a “The Grange”, Theodore Bailey, piuttosto talentuoso ma tendente all’imitativo, autore di icone e crocifissi in antico stile bizantino. Aveva studiato a Parigi presso Maurice Denis, a sua volta ispiratore del pensiero di Maritain, e fu forse la sua amicizia, unita alle temperature rigide dell’inverno, che convinse Jones ad abbandonare le rappresentazioni paesaggistiche per virare verso le icone e l’incisione nel rame, ambito in cui, poco alla volta, riuscì a ottenere buoni risultati in termini di libertà creativa. Mentre gli Hargreen facevano le valigie per trasferirsi in Francia alla ricerca di un clima meno rigido, realizzò tre dipinti murali per il monastero, e l’edificio compare sullo sfondo anche in una piccola crocifissione realizzata allora, Sanctus Christus de Capel-y-Ffin.
Un paio di mesi più tardi, la visita di Robert Gibbings, un irlandese agnostico che condivideva con Gill la passione per l’osceno e che aveva recentemente acquisito la Golden Cockerel Press, nota per la qualità dei suoi prodotti, fruttò a Jones un nuovo incarico: avrebbe dovuto realizzare le illustrazioni per un’elegante edizione de I viaggi di Gulliver di prossima pubblicazione. Il compito si rivelò estremamente gravoso dato che Jones non aveva una grande passione per il capolavoro di Swift né, in generale, per le utopie o per le distopie; ciononostante le incisioni finali, segnate da una vivace espressività, testimoniano una notevole padronanza tecnica e di disegno. Il libro vide la luce nell’autunno del 1925 e, anche se a Jones non andarono giù le scelte coloristiche dell’editore, ottenne un buon riscontro da parte degli addetti ai lavori.

Più o meno nello stesso periodo si spostò a Caldey, intenzionato a rimanervi per qualche tempo. Le settimane passate sull’isola dovettero essere per lui particolarmente significative se tracce di esse si scorgono nelle atmosfere mistiche di In Parenthesis, nei riferimenti geologici e biologici all’inizio di The Anathemata, nel poemetto The Sleeping Lord, composto tra il 1966 e il 1967, nonché in vari altri scritti degli ultimi anni.
Data l’estrema povertà – per sorreggere i pantaloni usava una corda anziché una cintura – i monaci concessero a Jones di soggiornare presso di loro, di consumare i pasti nel refettorio e di usare lo scriptorium per i suoi lavori. Questi andava a messa nella chiesa bianca del monastero, ascoltando volentieri l’ufficio cantato, e si aggirava per l’isola indossando un capotto che non toglieva nemmeno al chiuso, il volto seminascosto da un cappello di feltro dalla tesa stretta e costantemente abbassata.
A un amante di storia e mito come lui Caldey offriva numerose suggestioni. A parte le rovine di una piccola cappella normanna, vi era la chiesa di San Davide che risaliva all’epoca dei monaci celti, coloro che per primi avevano portato la Fede agli abitanti delle isole britanniche. Per non parlare poi del passaggio meraviglioso: lui e Bailey, quando non dipingevano fianco a fianco, facevano lunghe camminate esplorative.

Poco alla volta il mare iniziò a diventare protagonista delle sue opere, donando alle tele ulteriore movimento e fluidità. Seduto rivolto alle onde, Jones lavorava continuamente al sole e ciò lo convinse a ribaltare il principio accademico che vorrebbe un primo piano più scuro rispetto allo sfondo. Tale capovolgimento divenne caratteristico del suo stile.
Solo alla fine di maggio Jones si risolse a lasciare l’isola per tornarsene a Brockley, continuando comunque a soggiornare per lunghi periodi a Capel-y-ffin e, meno frequentemente, a Caldey…
L’approfondimento della vita e dell’opera di David Jones continua nei prossimi articoli della serie.


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Le immagini a corredo dell’articolo sono tratte da T. Dilworth, David Jones Unabridged: The online version of David Jones Engraver, Soldier, Painter, Poet (https://windsor.scholarsportal.info/omp/index.php/digital-press/catalog/book/204?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExQ1R2ZUFDb1VxNHY4bWdyanNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR4yVa3owUWyA3LiUSifxZAT5W2XFqZ6dphwE_QpUu6rFWvISXBwUW6tgOnLmA_aem_X9s9EggFxpEN0b8Mo1pgDw). La foto di copertina riunisce un paio di ritratti di Jones eseguiti dal benedettino Bailey.
