di Luca Fumagalli
Lionel Johnson (1867-1902) è stato uno dei poeti di maggior talento della stagione fin de siècle, apprezzato, tra gli altri, da W.B. Yeats, T.S. Eliot ed Ezra Pound. La sua esistenza tormentata, segnata dalla conversione al cattolicesimo ma anche dai problemi con l’alcol, terminò purtroppo anzitempo, impedendogli di raggiungere quel successo che avrebbe meritato. Sfrondati gli stereotipi da “minore” del decadentismo, di lui resta il tentativo di dare corpo a una proposta religiosa da contrapporre al cinismo dilagante, il cui miglior esempio è forse The Dark Angel, la sua lirica più famosa, una descrizione della sfiancante lotta contro i propri demoni privati.
Una delle appendici finali di Lionel Johnson: Poetry and Prose, ottimo volume del 2021 curato da Robert Asch, è dedicata al rapporto tra G.K. Chesterton, tra i più noti scrittori e apologeti del cattolicesimo britannico, e il triste poeta. Si tratta solo di un paio di paginette, ma contengono alcune riflessioni che val la pena riportare.
Sebbene non vi siano prove che i due si siano mai incontrati e Chesterton lo menzioni solo una volta nei suoi scritti – ossia nel primo capitolo di Dove portano tutte le strade – vi sono numerosi riferimenti alla morte e, implicitamente, alla vita di Johnson in un paio di sue poesie di poco successive alla pubblicazione di Post Liminium, la raccolta postuma dei saggi di quest’ultimo (rimane comunque impossibile stabilire con sicurezza se si tratti di echi discreti, inconsci o di semplici coincidenze).
Si pensi, ad esempio, all’ultima strofa di L’ondulata strada inglese (The Rolling English Road):
Amici miei, non ripeteremo né imiteremo un’antica furia,
né prolungheremo la follia della nostra giovinezza fino a farla diventare la vergogna della vecchiaia,
ma percorreremo con occhi e orecchie più limpidi questo sentiero tortuoso,
e vedremo senza stordimento, nella luce della sera, la dignitosa locanda della morte;
perché ci sono ancora buone notizie da udire e cose belle da vedere,
prima di giungere al Paradiso passando per Kensal Green.
Al di là dell’amicizia, tema centrale nella quotidianità di Johnson e fonte di consolazione, a lui rimandano sia l’allusione a una morte in giovane età che quella a una vita che si trascina stancamente, in un dramma perenne, ricordando forse il suo alcolismo e la vergogna che lo torturava perché omosessuale. Evocazioni più esplicite sono la «locanda della morte» – Johnson morì in un pub, in seguito a un attacco epilettico – e il cimitero di «Kensal Green», dove è sepolto.
Ulteriori suggestioni degne di nota compaiono pure in Quando tornai a Fleet Street (When I Came Back to Fleet Street):
Quando tornai a Fleet Street,
attraverso un angolo al tramonto di notte,
e vidi il vecchio Drago Verde
con tutte le finestre illuminate,
e salutai il vecchio Drago Verde
e il Gallo che conoscevo,
dove tutti i bravi ragazzi erano miei amici
un po’ di tempo fa
Johnson fu un prolifico giornalista in quei di Fleet Street sin dal suo trasferimento a Londra nel 1890 e tale rimase fino alla morte, nell’ottobre del 1902. In quel periodo Chesterton aveva iniziato a scrivere i primi articoli occasionali e aveva una colonna settimanale sul «Daily News». Pertanto non è così improbabile che si siano incontrati e si conoscessero. È però curioso che Chesterton nei suoi versi evochi per ben due volte il “Drago Verde”, il locale in cui Johnson esalò l’ultimo respiro.
Tenendo poi conto che il “Drago Verde” si trovava allora tra una tabaccheria e la stampa cattolica, Asch non può fare a meno di rimarcare come per Johnson non potesse esserci un epilogo su questa terra più chestertoniano di così.


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