Tommaso de Vio (1469-1534), detto Caietano (o Gaetano) perché originario di Gaeta, oltre ad essere uno dei più originali e brillanti commentatori di san Tommaso d’Aquino, fu al tempo suo uno dei più gloriosi difensori del Pontificato Romano: al tempo di Giulio II combatté i conciliaristi e gli scismatici del Concilio di Pisa e al tempo di Leone X si oppose con forza all’insorgente Lutero. Le sue parole relative all’essenza dello scisma (tratte dal suo commento a Summa Theologiae IIa-IIae, q. 39, a. 1) non sono pertanto quelle di un autore con un’idea “minimalista” del Papato.

L’essere e l’unità della Chiesa devono essere considerati secondo queste categorie. Troviamo infatti tre elementi nei fedeli stessi:

  1. L’unità delle virtù teologali e dei sacramenti: i singoli fedeli credono in un solo Dio, sperano in un solo Dio, amano un solo Dio (ossia Dio uno e trino, ecc.) e celebrano i medesimi sacramenti. Se i fedeli non avessero altra unità oltre a questa, la Chiesa non sarebbe, propriamente parlando, una; ma i fedeli sarebbero semplicemente simili nelle suddette cose.
  2. L’unità del capo: non solo in cielo, che è Cristo, ma anche in terra, che è il suo Vicario. Da questa unità deriva nei fedeli un essere relativo d’ordine, cioè rispetto a un unico capo, e di azione e passione, secondo il comandare e l’obbedire. I singoli fedeli, infatti, sono mossi dallo Spirito Santo non solo a credere, sperare, ecc., ma anche a obbedire a un solo e medesimo capo, il Vicario di Cristo. Se tra i fedeli non ci fosse altra unità, la Chiesa non si direbbe “una”, ma “sotto uno”: i fedeli sarebbero infatti come molti regni sotto un unico re.
  3. L’unità di raccolta di tutti i fedeli: da questa unità deriva a ciascun fedele un essere relativo, vale a dire l’essere parte di un unico popolo, città o casa dal punto di vista numerico. E per questo motivo si attribuisce a ciascuno una dipendenza dal tutto: ogni parte, infatti, dipende dal suo tutto. Da qui si ricava la modalità e la regola secondo l’azione e la passione. I fedeli sono mossi dallo Spirito Santo alle opere della vita spirituale – cioè credere, sperare, amare, santificare e ricavarne santificazione, obbedire, comandare, illuminare, ecc. – non solo secondo la sostanza dell’atto, ma anche quanto al modo di operare: ossia affinché operino queste cose come parti di un unico tutto. [1]

E di questo fatto non si deve cercare altra causa se non che così ha disposto lo Spinto Santo, il quale tra gli articoli della fede ha posto «la Chiesa una, santa, cattolica», oltre alla «comunione dei santi». Egli stesso infatti, distribuendo a ciascuno come vuole, ha voluto che la Chiesa cattolica, cioè universale, fosse una e non molte. E perciò muove i singoli a operare interiormente ed esteriormente come parti di un unico tutto, a motivo di quel tutto e secondo quel tutto. Qualsiasi fedele, infatti, crede di essere membro della Chiesa e, in quanto membro della Chiesa, crede, spera, amministra i sacramenti, li riceve, insegna, impara, ecc.; e fa queste cose a motivo della Chiesa, come la parte opera a motivo del tutto, al quale appartiene tutto ciò che essa è; e opera secondo la fede e la tradizione della Chiesa. Da ciò deriva che tra chiese che sembrano del tutto separate, come ad esempio quella di Scozia e quella di Spagna, non vi è solo una convergenza nella fede, speranza, carità, sacramenti e obbedienza a un unico capo, ma anche un collegamento da parte a parte in un’unica congregazione numerica, che è retta primariamente e principalmente dallo Spirito Santo […]

Questa è l’unità della Chiesa a cui si oppone lo scisma. Infatti, si è scismatici per il fatto stesso che si rifiuta di operare come parte della Chiesa. E non importa per quale causa ciò avvenga: purché si arrivi al punto di rifiutare di comportarsi come parte dell’unica Chiesa cattolica, si incorre nello scisma. Se a causa di una qualsiasi diversità di vedute o di sentimenti qualcuno devia a tal punto da voler santificare o essere santificato, insegnare o ricevere insegnamento, provvedere o ricevere provvedimenti non come parte della Chiesa cattolica, ma come se essi stessi fossero un qualche tutto a sé stante, costoro sono scismatici […]

Il non voler obbedire con pertinacia al Sommo Pontefice non costituisce di per sé scisma; ma il non volergli essere sottomessi come a capo di tutta la Chiesa è scisma, così come il non credere è eresia […]

Il Papa può essere scismatico?[2]

Sembrerebbe di no, poiché:

  • Non può mancare rispetto all’unità del capo, dato che egli stesso è il capo.
  • Non può mancare rispetto all’unità della Chiesa, poiché la Chiesa è in lui, secondo quanto dice Cipriano: «Devi sapere che il Vescovo è nella Chiesa e la Chiesa è nel Vescovo; e se qualcuno non è con il Vescovo, non è nella Chiesa».

Al contrario, però, vi è il fatto che il Papa può incorrere nell’eresia e, di conseguenza, nello scisma: poiché ogni eretico è scismatico, sebbene non valga il viceversa.

A questo si risponde che, sebbene vi siano qui diverse opinioni, è tuttavia indubbio e manifesto che la persona del Papa può incorrere nel crimine di scisma anche senza eresia. Ciò si prova dal fatto che l’unione di parti (senza le quali il tutto può salvarsi) con il tutto stesso non è indissolubile. Ma l’unione della persona del Papa con il tutto, cioè con la Chiesa, è tale che senza di essa la Chiesa si salva nella sua unità. Dunque, la persona del Papa può separare se stessa dall’unità della Chiesa. E questo significa essere scismatico. La premessa minore è evidente per il fatto che, a sede vacante, la Chiesa è una anche senza la persona del Papa.

Ciò accadrebbe nell’intenzione del Papa se egli non volesse comunicare con la Chiesa come parte di essa o come suo capo nelle cose spirituali, ma comportarsi soltanto come un signore temporale. Nei fatti, poi, se compisse un’azione simile o se presumesse di scomunicare l’intera Chiesa. È infatti evidente che la persona del Papa potrebbe cadere in simili mali, e perciò sarebbe veramente scismatica […] Al primo argomento in contrario si risponde che la persona del Papa può rifiutare di essere sottomessa all’ufficio del Papa, che per accidente risiede in quel momento in lui. E se mantenesse questo fermamente nell’animo, sarebbe scismatico per la separazione di se stesso dall’unità del capo. La sua persona è infatti legata alle leggi del suo ufficio davanti a Dio. Al secondo si risponde che la Chiesa è nel Papa quando egli si comporta come Papa, cioè come capo della Chiesa. Quando invece egli non volesse comportarsi come suo capo, né la Chiesa sarebbe in lui, né lui sarebbe nella Chiesa.

Il rifiutare un precetto o un giudizio del Papa può accadere in tre modi: [3]

  1. Da parte della cosa giudicata o comandata: se qualcuno, anche con pertinacia, disprezza una sentenza del Papa perché non vuole eseguire ciò che ha ordinato (ad esempio, astenersi da una determinata guerra, restituire un bene, ecc.), sebbene sbagli gravissimamente, non è per questo scismatico. Capita infatti, e spesso, di non voler eseguire i precetti di un superiore, mantenendo tuttavia il riconoscimento di costui come superiore.
  2. Da parte della persona del giudice: se qualcuno ha un ragionevole sospetto sulla persona del Papa e per questo rifiuta non solo la sua presenza ma anche il suo giudizio immediato, dichiarandosi pronto ad accettare giudici non sospetti nominati dallo stesso Papa, non incorre nel crimine di scisma né di un altro vizio. È infatti naturale evitare ciò che è nocivo e guardarsi dai pericoli; e la persona del Papa può governare in modo tirannico, e tanto più facilmente quanto più è potente e non teme alcun vendicatore sulla terra.
  3. Da parte del suo ufficio: quando qualcuno rifiuta il precetto o il giudizio del Papa da parte del suo stesso ufficio, non riconoscendolo più come superiore, pur credendo che lo sia; allora è propriamente scismatico.

E in questo senso vanno intese le parole del testo e di passi simili. L’inobbedienza, infatti, per quanto pertinace, non costituisce scisma a meno che non sia una ribellione all’ufficio del Papa o della Chiesa, tale da rifiutare di essergli sottomesso o di riconoscerlo come superiore. [4]

Negli altri articoli della medesima questione non c’è nulla da annotare, se non che nel terzo articolo si noti la distinzione tra la potestà d’ordine e quella di giurisdizione riguardo all’origine e alla permanenza: la prima avviene per consacrazione, la seconda per semplice mandato umano; perciò la prima è indelebile, mentre la seconda dipende dalla volontà dell’uomo. [5]

Sancti Thomae de Aquino opera omnia iussu Leonis XIII P. M. edita, t. VIII, Romae, 1895, pp. 307-308.


  1. I modernisti hanno un’idea ecumenista di unità, la quale è una unione di persone che non credono le stesse cose: La contraddizione di dire «Ubi Petrus ibi Ecclesia» e accettare l’ecclesiologia antipapale del Vaticano II ↩︎
  2. Dov’è lo scisma? (di don Jean-Michel Gleize) ↩︎
  3. Resistere al Papa a certe condizioni? Cosa ne pensano Santi, Dottori (e Papi): una ventina di citazioni ed esempi ↩︎
  4. Obbedienza «astratta» e obbedienza «concreta»
    Il vero significato dell’obbedienza davanti alla crisi nella Chiesa – Omelia in italiano di Mons. Bernard Fellay FSSPX
    Non si può morire di “obbedienza”. Un commento di don Michele Gurtner ↩︎
  5. I modernisti, sempre per motivi ecumenici, negano la distinzione tra potestà di ordine e potestà di giurisdizione quanto all’origine:
    Episcopato e collegialità
    – Nuova e antica dottrina a confronto. La Chiesa, il Papa e i Vescovi
    Giurisdizione inseparabile?
    Le dialettica modernista in atto nell’intervento del card. Müller sulla riforma della Curia. ↩︎

🔴Una video-lezione di circa 30 minuti realizzata dalla FSSPX per spiegare il senso delle consacrazioni e risolvere le principali obiezioni

🔴Jaime Mercant Simó, sacerdote diocesano e docente del CETEM: «Nulla la scomunica a Mons. Lefebvre. Consacrazioni 2026? Né scisma, né peccato» (domande e risposte in 23 punti)

🔴Dov’è lo scisma? (di don Jean-Michel Gleize)



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