di Martino Mora

Dopo la consacrazione dei quattro vescovi della FSSPX e la quasi immediata scomunica vaticana, sono ben pochi i commenti apparsi sulla grande stampa che abbiano cercato di andare oltre la solita bieca superficialità giornalistica. Tra essi si distingue quello di Marcello Veneziani, apparso su La Verità del 5 luglio scorso, con il titolo “L’arcipelago della fede e le vie della tradizione“.

È un commento apprezzabile per i toni equilibrati, il tentativo di spiegare la crisi della Chiesa e di offrire una possibile soluzione allo scontro tra Écône e la Roma modernista. Purtroppo, il tentativo di Veneziani appare viziato da due errori, uno storico-fattuale e uno teoretico.

Cominciamo dal primo. Scrive Veneziani su monsignor Marcel Lefebvre: “Ci volle la sagacia prudente di Ratzinger e la saggezza coraggiosa di Wojtyla per ricucire la frattura e riportare nella Chiesa il Vescovo ‘ribelle’, tre anni prima che morisse”. Veneziani si sbaglia, e non di poco. Monsignor Lefebvre morì nel marzo del 1991, a meno di tre anni dalla “scomunica” (virgolette d’obbligo) inflittagli da Giovanni Paolo II per la consacrazione del 30 giugno 1988. Ma il punto non è solo l’aritmetica: quella riconciliazione non avvenne mai. Lefebvre morì “scomunicato”; la revoca della “scomunica” ai quattro vescovi arrivò solo nel 2009, per volontà di Benedetto XVI, quando Lefebvre era ormai morto da diciotto anni.

A questo errore sul piano storico-fattuale corrisponde un secondo errore sul piano teoretico, che riguarda il concetto stesso di Tradizione cattolica. Scrivo queste righe perché il punto mi pare di grande importanza.

Secondo il noto intellettuale pugliese, infatti, la tradizione “è un fluire, un trasmettere nel tempo, che è un tramandare e un trasformare”. Per risolvere lo scontro tra Roma ed Écône occorrerebbe quindi “riportare il divenire all’essere, come vuole la tradizione; non siamo in grado di concepire l’essere senza il divenire, fuori dalla storia e dall’umana imperfezione, dalla parabola della vita, dal rinnovamento e dalla rigenerazione”. E infine: “Bisogna accettare l’idea che non esiste una sola via della Tradizione. La tradizione, insegnano alcuni maestri, è una ruota con tanti raggi; ciascuno cammina lungo il suo raggio, per nascita, vocazione, fede, ma non pretende di esserne il solo depositario della Verità nella Tradizione…”.

Mi sembra evidente che questa sia la concezione personale e soggettiva che Veneziani ha della tradizione, ma che con la Tradizione cattolica – oggetto dichiarato del suo commento – abbia poco a che vedere. Anzitutto perché è, nella sostanza, relativista. La Chiesa ha sempre sostenuto di essere la sola e legittima interprete della Tradizione, intesa come l’insieme degli insegnamenti non scritturali – secondo la classica dottrina delle due fonti distinte della Rivelazione, Scrittura e Tradizione, riaffermata dal Concilio di Trento contro la sola Scriptura protestante – trasmessi da Cristo agli apostoli e da questi alla Chiesa. Di essa fa parte tutto il magistero ufficiale, dogmatico e morale, dei Papi e dei Concili, sviluppatosi nella continuità lungo due millenni.

Nel momento in cui la Chiesa accettasse di essere un semplice raggio della ruota tra i tanti, come suggerisce Veneziani, perderebbe se stessa. Ma non è forse proprio questo ciò che san Pio X rimproverava ai modernisti nella Pascendi (1907), e che la gerarchia sta purtroppo facendo dal Concilio in poi (e poi ad Assisi 1986, fino ad Abu Dhabi)? Non è forse questo stesso soggettivismo, che tanto indigna il mondo tradizionalista a cominciare dalla FSSPX, ciò che il clero conciliare ha scelto ormai da sessant’anni?

In secondo luogo, la concezione della Tradizione espressa da Veneziani è apertamente storicistica – il che equivale a dire secolare e profana. Qui occorre essere precisi, perché la Tradizione cattolica non nega ogni sviluppo: come insegnava san Vincenzo di Lerino, essa può progredire eodem sensu eademque sententia – nello stesso senso e nello stesso significato – cioè esplicitarsi, precisarsi dottrinalmente nel tempo (si pensi alla definizione dell’Immacolata Concezione), ma senza mai mutare nella sostanza. Ciò che Veneziani descrive – un “fluire e trasformare” che sembra sottoporre l’essere al divenire eracliteo – è cosa ben diversa: non sviluppo omogeneo del medesimo deposito, ma evoluzione del contenuto stesso della fede, esattamente quella “legge dell’evoluzione dogmatica” che Pascendi condanna come cifra del modernismo. Il vero criterio, per un cattolico fedele alla Tradizione, non è dunque “staticità contro sviluppo”, ma la distinzione leriniana fra un’esplicitazione legittima e una trasformazione sostanziale – distinzione che Veneziani, nel suo articolo, non fa mai, e dei cui principi eterni non fa menzione alcuna: principi tanto naturali, secondo ragione, quanto sovrannaturali, che, essendo stati trasmessi da Dio – cioè dall’Eterno – alla sua Chiesa, non possono che essere altrettanto eterni e immutabili.

Certo, nessuna religione quanto il cattolicesimo, cioè il cristianesimo autentico, rappresenta l’irrompere dell’Eterno nel divenire storico, attraverso l’Incarnazione del Logos divino. Ma il Logos non cambia. Cristo è sempre Cristo. Né cambia la Rivelazione, che è il suo messaggio: essa è identica per ogni uomo e per ogni epoca. Cosa sempre più difficile da accettare in un mondo liberal-capitalista, dunque materialista e individualista, soggetto al perpetuo fluire delle merci, delle mode e dei cambiamenti tecnologici. Ma tant’è.

La concezione storicistica – dunque erronea – della Tradizione non mi pare, e qui sta il problema, una semplice convinzione personale di Veneziani, che resta pur sempre un conservatore pensante (categoria piuttosto rara). Sembra piuttosto diffusa in un ambiente culturale, politico e religioso ben più ampio. Se il “progressismo”, tanto religioso quanto politico, odia la Tradizione identificandola col passato e mirando alla tabula rasa, il “conservatorismo” la identifica in senso evoluzionistico, alla Edmund Burke, come continuità con un passato da rispettare. Ma poiché la concepisce in modo storicistico ed evoluzionistico, dunque profano, la sottomette al divenire – cioè al primato di ciò che è effimero, transitorio, finito, materiale, imperfetto, mortale, profano. Per questo, tanto dentro quanto fuori la Chiesa, il conservatorismo (anche quello ratzingeriano, purtroppo) è in fin dei conti soltanto un progressismo a marcia più lenta. O, se si preferisce, una forma di nichilismo meno esplicita, ma alla lunga altrettanto letale.

La Tradizione non è il passato, né la mera continuità col passato, ma l’Eterno nel passato, nel presente e nel futuro.



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