di S. Gregorio Magno (Moralia in Iob VII, 35, 55, PL 75, 795-797)

Ci piace, in mezzo a queste cose, sollevare gli occhi della mente e vedere di quale rocca interiore siano signori gli eletti di Dio, benché oppressi all’esterno … Rapiti interiormente al di sopra di sé stessi, fissano l’animo in alto e guardano a tutte le cose che patiscono in questa vita come se scivolassero molto al di sotto di loro e fossero a loro estranee; e, per così dire, mentre si sforzano con la mente di essere fuori dalla carne, quasi ignorano le cose stesse che patiscono. Agli occhi di costoro, qualunque cosa spicchi temporalmente non è alta. Infatti, come situati sulla vetta di un grande monte, disprezzano le pianure della vita presente e, trascendendo se stessi attraverso l’altezza spirituale, vedono sottomesse dentro di sé tutte le cose che fuori si gonfiano per la gloria carnale. Perciò non risparmiano alcuna potenza che si schieri contro la verità, ma schiacciano con l’autorità dello spirito coloro che vedono inorgoglirsi per l’esaltazione.

Da qui deriva infatti che Mosè, venendo dal deserto, affronta con autorità il re d’Egitto dicendo: «Questo ti dice il Signore Dio degli ebrei: – Insino a quando ricuserai di sottoporti a me? Lascia andare il mio popolo perché mi offra un sacrificio» (Es 10,3). E mentre il Faraone, oppresso dalle piaghe, gli diceva: «Andate, e sacrificate al vostro Dio nella mia terra (Es 8,25), Mosè, con autorità subito accresciuta, rispose: «Ciò non può farsi; perché noi faremo al Signore Dio nostro un sacrifizio che è abominevole per gli Egiziani» (Es 8,26).

Da qui deriva che Natan affronta il re che ha peccato: prima svelandogli l’immagine della prevaricazione da lui compiuta, e poi tenendolo colpevole per la voce del suo stesso giudizio, subito aggiunse dicendo: «Tu sei quell’uomo che ha fatto questa cosa» (2Sam 12,7).

Da qui deriva che l’uomo di Dio, mandato a Samaria per distruggere l’idolatria, mentre il re Geroboamo bruciava incenso sull’altare, non temendo il re né oppresso dal terrore della morte, esercitò intrepido contro l’altare l’autorità della sua libera voce, dicendo: «Altare, altare, così dice il Signore: – Nascerà alla casa di Davide un figlio, di nome Josia, e immolerà sopra di te i sacerdoti delle alture» (1Re 13,2].

Da qui deriva che quando il superbo Acab, sottomesso al culto degli idoli, osò rimproverare Elia dicendo: «Sei tu quegli che getta il turbamento in Israele?» (1Re 18,17), Elia colpì subito la stoltezza del re superbo con l’autorità di un libero rimprovero, dicendo: «Non io getto il turbamento in Israele, ma tu e la casa del padre tuo, che avete abbandonato i comandi del Signore e vi metteste a seguire i Baal» (1Re 18,18) …

Da qui deriva che Pietro, quando i sacerdoti e i capi, infuriando anche con i flagelli, gli proibivano di parlare nel nome di Gesù, rispose subito con grande autorità dicendo: «Giudicate voi stessi se sia giusto, dinanzi a Dio, l’ubbidire a voi anzi che a Dio! Quanto a noi, non possiamo non parlare di quel ch’abbiamo visto e udito» (Atti 4,19-20).

Da qui deriva che Paolo, quando vide il capo dei sacerdoti sedere contro la verità, ed essendo stato percosso con uno schiaffo da un ministro di quello, non rispose turbato con una maledizione, ma, ripieno di Spirito Santo, profetizzò a libera voce dicendo: «Iddio percoterà te, muraglia imbiancata! Tu siedi a giudicarmi secondo la legge, e, violando la legge, ordini ch’io sia percosso?» (Atti 23,3) [1]

Questa libertà dei santi nasce dallo zelo per la verità, non dal vizio della superbia. Ma che i santi uomini balzino a parole di così grande altezza per lo zelo della verità e non invece per il vizio dell’orgoglio, essi stessi lo indicano chiaramente, poiché manifestano con altri fatti e parole di quanta umiltà siano dotati e di quanta carità fervano verso coloro che rimproverano. La superbia infatti genera odio, l’umiltà amore. Le parole, dunque, che l’amore rende aspre, scaturiscono di certo dalla fonte dell’umiltà …

I santi uomini, infatti, non sono liberi per superbia, né sottomessi per timore; ma quando la rettitudine li solleva alla libertà della voce, la considerazione della propria debolezza li custodisce nell’umiltà. Sebbene rimproverino le colpe dei peccatori, colpendole dall’alto, tuttavia giudicando se stessi più sottilmente nel proprio intimo, quasi si pongono tra i reietti; e quanto più perseguitano il male negli altri, tanto più ritornano severi nel reprimere se stessi; e, viceversa, quanto meno risparmiano se stessi che pure agiscono meglio, tanto più vigilanti rimproverano le azioni altrui.


  1. «Paolo disse questo con autorità apostolica, spinto dallo zelo, minacciando e predicendo al giudice ingiusto la giusta piaga di Dio, soprattutto per difendere il proprio diritto e il proprio onore davanti al tribuno [Claudio Lisia] che lo aveva sottratto al tumulto; così San Giovanni Crisostomo ed Ecumenio. In senso mistico, Sant’Agostino nel libro 1 De sermone Domini in monte al capitolo 19, insegna che queste parole di Paolo non suonano tanto come un insulto quanto come una profezia, affinché coloro che erano saggi comprendessero che con l’avvento di Cristo doveva essere distrutta la parete imbiancata, vale a dire l’ipocrisia del sacerdozio [dell’Antica Alleanza]» (Cornelio a Lapide, Commentaria in Sacram Scripturam, t. X, Neapoli, 1869, p. 267) ↩︎


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