di Giuliano Zoroddu

Nell’anno 1592 Torquato Tasso ha 48 anni: era nato a Sorrento nel 1544, si era formato fra le scuole dei Gesuiti e l’Università di Padova, era stato poeta della corte ferrarese, e aveva iniziato a regnare sulla scena delle lettere nel 1581 all’uscita della Gerusalemme liberata. Erano lontani gli anni anni di Sant’Anna, quando nel 1579, in preda alle manie di persecuzione e agli scrupoli religiosi, il duca Alfonso II d’Este lo aveva fatto internare e lo aveva tenuto recluso fino al 1586. Non si erano però del tutto allontanate quella malinconia, quell’inquietudine e quel disagio che lo portavano a spostarsi di città in città: da Ferrara a Mantova, da Firenze e Napoli. Qui, contemplando l’incanto del golfo e conversando con donna Vittoria Loffredo, inizia a scrivere le Sette giornate del mondo creato che concluderà a Roma[1] nel 1594, un anno prima della morte (25 aprile 1595) e sarà pubblicato postumo nel 1607.

Il Mondo creato è un poema didascalico in endecasillabi sciolti diviso in sette giornate: le sei della creazione e la settima in cui Dio si riposò. L’opera, fondata sui classici pagani (Lucrezio[2] e Virgilio), sulle fonti della Rivelazione (Tradizione e Scrittura) e sui Padri[3], risponde al seguente principio tomista:

«La meditazione sulle opere divine è necessaria per l’educazione della fede dell’uomo intorno a Dio. In primo luogo, perché dalla meditazione delle opere possiamo in qualche modo ammirare e considerare la sapienza divina. In secondo luogo, questa considerazione porta all’ammirazione dell’altissima potenza di Dio e di conseguenza genera nei cuori degli uomini il timore reverenziale verso Dio. In terzo luogo, questa considerazione accende nelle anime degli uomini l’amore per la bontà divina. In quarto luogo, questa considerazione pone gli uomini in una certa somiglianza con la perfezione divina. La considerazione delle creature è necessaria non solo per l’insegnamento della verità, ma anche per l’eliminazione degli errori [che] si oppongono a una vera conoscenza di Dio» [4].

Così la creazione della volta celeste offre a Tasso l’occasione di sferrare un lungo attacco contro l’«antico errore / e prisca fraude e mal nutrito inganno / che torse il mondo a culto iniquo ed empio»[5], secondo cui esisterebbero stelle buone e stelle cattive e il destino delle persone sarebbe fissato dalla posizione favorevole o sfavorevole di esse. 

Prima fa una difesa delle stelle, esse sono creature di Dio e pertanto buone di natura e inoltre, non avendo una volontà, non possono porre atti malvagi:

Non son maligne le serene stelle,
né pon nocer altrui con fero aspetto
né per elezion, né per natura.
Non per elezion: ché senso ed alma
avrian le stelle, e d’animali in guisa
perturbate sarien da’ nostri affetti.
Né per natura ancor se Dio creolle:
che non è creator di mali Iddio,
né mai d’opra non buona è mastro o fabro. [6]

Quindi trae le conclusioni morali. Ritenere che il nostro destino sia scritto nelle stelle, nel segno zodiacale sotto cui nasciamo, dice Tasso, è la negazione della responsabilità che il singolo ha rispetto agli atti buoni o malvagi che pone, la negazioni di meriti e demeriti, la negazione del libero arbitrio, la negazione della giustizia di Dio che retribuisce a ciascuno il suo. 

Vane sarian le sacre leggi,
vani i giudìci, onde virtù s’onora
col guiderdone, e ’l vizio ha pena e scorno,
se i gran princìpi derivati altronde
fosser de l’opre giuste e de l’inique,
e non in noi medesmi …
Vani sariano i magistrati e l’arti,
e le fatiche ancora …
E quella de’ fedeli antica speme,
ch’al gran cielo invitta aspira,
perir potrebbe ove il suo premio al giusto
non si conceda, e la sua pena a l’empio. [7]

Al cielo, conclude il poeta, bisogna evidentemente guardare, ma come luogo in cui avremo il premio delle buone opere, da farsi non come burattini di un fato astrale, ma come figli di un Padre che ci ha dato la libertà. 

E ce lo conferma il grande sant’Ignazio di Loyola, impareggiabile maestro di vita cristiana, il quale parlando di sé in terza persona racconta:

«E la sua più grande consolazione era di contemplare il cielo e le stelle, cosa che faceva molte volte e molto a lungo, perché così sentiva uno slancio molto grande a servire Nostro Signore» [8].


  1. Tasso aspirò sempre ad essere accolto nella corte delle corti, la corte del «Vicario di Cristo, viva Immagine d’Iddio». Una speranza sempre delusa fino al 1592, quando le Somme Chiavi di san Pietro vennero nelle mani del cardinale Ippolito Aldobrandini, che assunse il nome di Clemente VIII. Per il poeta fu indubbiamente una bella notizia, che lo risollevò grandemente nell’umore: egli infatti aveva in passato avuto buoni rapporti con l’eletto e molta amicizia col segretario di lui, monsignor Statilio Paolini. Il sogno finalmente poteva realizzarsi e in effetti si realizzò: nell’aprile fu chiamato a Roma e fatto abitare presso i nipoti di Sua Santità, i futuri cardinali Cinzio e Pietro Aldobrandini. ↩︎
  2. Può far stupire o storcere il naso agli zelanti che l’autore di un poema cristiano sul Genesi abbia tra i riferimenti un poeta epicureo che si poneva come fine l’abbattimento della religio.  In realtà lo stupore (o lo storcimento nasale) è presto fugato in quanto Lucrezio viene considerato unicamente sotto l’aspetto di maestro di stile e se ne respinge la falsa filosofia, secondo il costante insegnamento della Chiesa rispetto agli studi classici. La Chiesa, secondo la dottrina del sacro furto formulata dal genio di sant’Agostino (cfr. De doctrina christiana II, 18-40), non getta via quanto di vero, di bello e di buono hanno insegnato i dotti pagani, anzi lo accoglie e lo perfeziona per essere lei cultrice sola del sommo vero, del sommo bello e del sommo buono. ↩︎
  3. Tra i modelli patristici emerge l’Hexaemeron (nove omelie sulla creazione del mondo) di san Basilio Magno. Le altre fonti sono sono gli altri grandi Padri e Dottori della Chiesa: sant’Ambrogio (il cui Exameron già ispirò Boccaccio nella scrittura del Decameron), sant’Agostino, san Gregorio Nisseno, san Gregorio Nazianzeno e san Giovanni Crisostomo. ↩︎
  4. Summa contra Gentiles, II, 2-3. Tasso non era certamente un filosofo e/o un teologo, ma era comunque, secondo la definizione di Leone XIII «philosophiae Christianae alumnum» (Leoni XIII Acta, Vol. XV, pp. 134-135), un poeta cioè che studiò con impegno e costanza la filosofia e la teologia. Egli, per usare le parole di Giorgio Petrocchi, fu sempre un «cattolico osservante, timoroso d’uscir fuori della Chiesa Romana … nei riguardi del tomismo … non si discost[ò] dall’interpretazione ufficiale della Chiesa». In generale si può dire che dalla sua opera trasparia un «aristotelismo tomistico e cristianamente platonizzante» (G. PETROCCHI (a cura di), Il Mondo creato. Edizione critica con introduzione e note, Firenze, 1951, pp. XVII-XVIII). ↩︎
  5. Mondo creato II, 454-456. ↩︎
  6.  Ivi, 567-575. Destinatari della polemica sono i manichei, gli gnostici e i panteisti. ↩︎
  7.  Ivi, 782-787, 793-794, 803-806. ↩︎
  8. S. IGNAZIO DI LOYOLA, Il racconto del pellegrino, n. 11. ↩︎


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