Nel 1974 ricorrevano i 700 anni del secondo Concilio di Lione in cui, fra le altre cose, fu definito «che lo Spirito Santo procede eternamente dal Padre e dal Figlio»[1] e fu celebrato il ritorno (effimero) dei Greci all’obbedienza della Chiesa Romana.

Paolo VI inviò ai festeggiamenti come suo Legato il cardinale Johannes Willebrands (quello che nel 1970 disse «Lutero, nostro maestro comune»[2]), Presidente del segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani (cioè il capo dell’ecumenismo “vaticano”), indirizzandogli una lettera latina dal titolo magniloquente «Lugduni,in urbe Galliae nobilissima».

Lo scritto è sostanzialmente una critica elegante ed educata al Papato del tempo, il quale ancora non aveva appreso l’arte del dialogo (tanto cara a Montini) e si limitava a proclamare le verità della fede sul Primato, lo Spirito Santo, etc., condannando gli errori ad esse contrari e invitando i dissidenti ad abbracciarle:

«Anche la restaurata concordia tra la Chiesa Greca e quella Latina – già gravata dalle condizioni storiche cui abbiamo accennato sopra – poggiava su fondamenta alquanto incerte e instabili. Si trattava, infatti, di una riconciliazione tra le due Chiese prestabilita dalle supreme autorità, che l’Imperatore Michele VIII Paleologo sancì, senza che fosse data alla Chiesa greca alcuna facoltà di esprimere liberamente il proprio parere su questa materia. Da parte dei Latini, invece, furono scelti testi e formule che riflettevano la dottrina ecclesiologica elaborata e composta in Occidente, e gli stessi furono proposti all’Imperatore e alla Chiesa greca affinché fossero semplicemente accolti, senza alcuna discussione. Si comprende facilmente da ciò che un’unione di questo genere, per quanto i suoi promotori fossero dotati di sincera volontà, non poté radicarsi intimamente nelle menti dei cristiani orientali e perciò, al sorgere delle prime difficoltà, si ruppe di nuovo miseramente».

E da cosa nasce invece, per Paolo VI, una unione stabile?

Dal dialogo ecumenico![3]

Dialogo ecumenico su tutto, anche su quei «punti dottrinali, messi in controversia, che Gregorio X e i Padri Lionesi ritennero da essi risolti», cioè il Filioque e (soprattutto) il Primato del Papa (che pure sono dogmi definiti!).

E infatti in nome del dialogo coi sedicenti ortodossi Paolo VI e successori (specialmente Ratzinger in tutte le sue manifestazioni, da teologo barricadiero a papa emerito) hanno decostruito il papato con la dottrina della collegialità, della sacramentalità del potere di giurisdizione, con la sinodalità e tutte le applicazioni pratiche[4].

Conclusione attualizzante.

Nella logica dei modernisti i concili ecumenici si possono criticare solo se definiscono dogmi contro eretici e scismatici (veri). Se invece, come nel caso del Vaticano II[5], rinunciano a definire e a condannare, anzi fanno proprie dottrine già condannate (vedi la libertà religiosa), allora assumono un’importanza maggiore anche rispetto al primo Concilio di Nicea[6].


  1. «Con fedele e devota professione confessiamo che lo Spirito Santo procede eternamente dal Padre e dal Figlio, non come da due principi, ma come da un solo principio, non per due spirazioni, ma per un’unica spirazione: questo ha professato finora, ha predicato e insegnato, questo fermamente tiene, predica, confessa e insegna la sacrosanta Chiesa Romana, madre e maestra di tutti i fedeli; questa è l’immutabile e vera sentenza dei Padri e dei Dottori ortodossi, tanto Latini quanto Greci. Ma poiché alcuni, a causa dell’ignoranza della summenzionata inconfutabile verità, sono caduti in vari errori: Noi, desiderando precludere la via a tali errori, con l’approvazione del sacro Concilio, condanniamo e riproviamo coloro che presumeranno di negare che lo Spirito Santo procede eternamente dal Padre e dal Figlio, e anche coloro che con temerario ardire asseriranno che lo Spirito Santo proceda dal Padre e dal Figlio come da due principi, e non come da uno solo» (DS 850) ↩︎
  2. Discorso alla V Assemblea della Federazione luterana mondiale, 15.7.1970, in Regno-doc. 16,1970, 351ss cit. in «Dal conflitto alla comunione» n. vii ↩︎
  3. Fino al 1965 (Unitatis redintegratio) la Chiesa (s. Paolo, Pio IX, s. Pio X, Pio XI, Pio XII) ha sempre condannato condannato l’ecumenismo, conscia del suo dovere di ammonire gli erranti senza mercanteggiare il deposito della fede. Nel documento in oggetto Montini infatti parla di «il differente modo con cui oggi nella Chiesa si tratta questo affare» e «nuovo abito mentale». ↩︎
  4. La contraddizione di dire «Ubi Petrus ibi Ecclesia» e accettare l’ecclesiologia antipapale del Vaticano II ↩︎
  5. «L’assenza di volontà magisteriale in questi testi spiega come abbiano potuto essere riempiti di errori: dal momento in cui vuole insegnare, il Papa ha la garanzia di non sbagliare; ma se parla per dialogare, allora tale assistenza non c’è più. Coloro che vogliono a tutti i costi trovare l’autorità e la continuità in questi testi, per un preteso rispetto del Papa, sono in realtà coloro che più tradiscono il pensiero e la volontà chiaramente espressa di questi Pontefici, cioè il rifiuto di insegnare» (don Mauro Tranquillo, Quale autorità per il Concilio Vaticano II?) ↩︎
  6. «Come potrebbe oggi qualcuno paragonarsi a Sant’Atanasio, osando combattere un Concilio come il Vaticano II, che non è meno autorevole e che sotto certi aspetti è perfino più importante di quello di Nicea?» (Lettera di S. S. Paolo VI a Mons. Marcel Lefebvre, 29 giugno 1975) ↩︎


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