«Est in potestate Ecclesiae spiritualis scilicet gladius et materialis»
Bonifacius VIII

Nel suo giorno memoriale vogliamo ricordare San Leone IV (+ 17 luglio 855), papa e confessore, attraverso un suo successo militare: il trionfo sui Saraceni a Ostia nel 849. Ripercorreremo l’evento servendoci del racconto che ne fece il p. Alberto Guglielmotti O.P. (1812-1893) nella sua Storia della Marina pontificia.


di Alberto Guglielmotti O.P.

Nel tempo stesso [847] che queste cose [le incursioni saracene nel Tirreno] accadevano, veniva a morte Sergio II, e saliva al trono Leone IV; uomo di gran sangue, di gran mente e di gran virtù, come i tempi richiedevano. Elezione straordinaria per la urgente necessità, quando bisognava ai Romani un capo che prendesse il governo e provvedesse ai bisogni della città poc’anzi assalita e ancor minacciata dai nemici. Egli alla comune aspettazione ampiamente rispondendo di presente poneva mano a riordinare le difese, e a mettere in buon assetto le forze di terra e di mare. Opere grandiose disegnava per accrescere le fortificazioni di Roma, e per renderla in ogni parte difendevole; munir le porte, imbertescar le torri, cavare i fossi, apprestar le macchine, distribuire le guardie, cavalcare ogni giorno da presso alle mura […] Di più tornava ai disegni del terzo Leone per munire il Vaticano, ridurlo a borgo, e unirlo alla città con una cinta continua di cortine e di torri, come dirò all’anno 851. I Romani intanto inanimivano, Ostia e Porto ripigliavano, ai traffici e al mare si rimettevano, e con più fiducia davano il nome nei registri della milizia e della marineria, come quelli che, vedendosi per nuove opere d’afforzamento assicurati in casa, confidavano di potere anche dai confini e dalle spiagge discacciare i nemici. Due anni appresso [849] i Saracini rifattisi dalle perdite precedenti, disegnavano a loro costume pigliarne vendetta, e un’altra volta scioglievano dalla Libia per mettersi all’impresa di Roma. L’armata africana approdava a Torar (Tolara, Teulada, ora capo Tavolara, il più meridionale della Sardegna), e mentre alquanti giorni vi si tratteneva per la contrarietà dei venti, ebbero i Romani avviso e tempo per allestirsi a riceverli nelle marine di Ostia. Anche i vicini di Napoli, di Amalfi e di Gaeta, sapendo che la sorte loro dipendeva da quella di Roma, anziché aspettare un’altra volta il nemico da presso, deliberarono provvedere di buon’ora ai casi loro, ed unirsi coi Romani per guerreggiarlo lontano. Vennero ad Ostia col loro naviglio, offerendosi ausiliarî. Come il pontefice ebbe ricevuto in Roma la grata novella, se ne racconsolo grandemente; e mandò dicendo ai capitani sopravvenuti che volentieri gli avrebbe visti  in Roma al fine di trattare insieme dei comuni interessi. Per la qual cosa alcuni condottieri degli ausiliarî vennero di presente, e furono amorevolmente accolti ed alloggiati nel palagio di Laterano. Poi congregatisi coi principi romani deliberarono quello che sarebbe bene per la propria difesa. Se io qui potessi registrare i nomi dei duci nostrani ed ausiliarî che furono presenti al congresso ed onore immortale si meritarono nella battaglia indi a poco combattuta, il farei volentieri: ma la storia non ci ha conservato più che due nomi, quello del pontefice Leone signore di Roma, e quello di Cesario il nobile figlio di Sergio duca di Napoli. Forse fu presente Costantino, ipato di Gaeta, o qualcun dei figli suoi, Marino o Cristoforo il Magnifico. Divisato e fermo il piano della battaglia, mossero ad Ostia: ed il pontefice Leone ando con loro menando seco le legioni romane e gran moltitudine di prodi a rinforzare il naviglio ch’esso, secondo le forme avanti dichiarate, aveva dai baroni e dalle città del suo dominio. La marineria della lega con tal franchezza d’animo e letizia di cuore salutava la venuta del Pontefice, che piuttosto il tripudio della vittoria prossima, che i pericoli della pugna imminente presagiva. Laonde il santo Padre poco ebbe a fare per animarli a diportarsi da valentuomini. Ma non per questo lasciò di benedirli dalla chiesa di santa Aurea vergine e martire, cattedrale di Ostia, dove recitò la seguente orazione tutta a proposito del tempo, e poscia inserita nella liturgia della Chiesa. Levando dunque la voce quanto più scolpitamente poteva, disse: « Onnipotente Iddio, la cui mano sollevo il beato apostolo Pietro a camminar sul mare cosi che non sommergesse, e che dal profondo del pelago liberò l’altro apostolo san Paolo nei tre naufragî, voi propizio esauditeci; e per i meriti di ambedue fortificate le braccia dei campioni cristiani che difendono giusta e pia causa, affinché per la naval vittoria loro sia il vostro nome in ogni tempo e presso tutte le genti glorificato, per i meriti di Gesù Salvator nostro, e cosi sia». L’Amen della liturgia ecclesiastica, tratto fuori dai robusti petti, echeggio romoroso sulla foce del Tevere, e le marine del Tirreno si riscossero al nuovo rito di guerra, foriero di novelli trionfi, non meno gloriosi degli antichi. Non riputarono vergogna, ma onore grandissimo, quei prodi il fare pubblica dimostrazione della loro fede, e mantenere incorrotte anche tra l’armi le pratiche della religione: che anzi, mentre si disponevano ad affrontare la morte e ad operare cose grandi, stimarono giusto doversi rivolgere a Colui dal quale proviene vita, senno, grandezza e prosperità agli uomini di buon volere. I fatti, siano pur della milizia, confermano la dottrina: siccome non soltanto i libri dei monaci, ma i discorsi medesimi del Macchiavello a confusione degli stolti largamente dimostrano. Se non che la sera istessa dopo la solenne benedizione fece ritorno papa Leone alla sua sede in Roma: ed ecco il giorno appresso molto per tempo comparire sull’azzurro orizzonte le vele nemiche che venivano con vento largo ricercando i rivaggi del Tevere e di Roma. Facevano a fidanza di sorpresa; né punto pensavano alla fortuna che in quel luogo e tempo aspettavali. Come ebbero i nostri veduto l’inimico in pelago, cosi furongli incontro, serrati in ordine di fronte secondo il disegno convenuto tra i capitani: e risolutamente arrancando investirono a un tratto tutta la linea nemica. Il cozzo degli speroni, il giuoco delle macchine, e la furia dei fuochi aprirono anzitutto la via del vincere. Alcuni legni nemici già in fiamme, altri colati a fondo, molti con gran bravura presi all’arrembaggio: i più già costretti a sciare, a virar di bordo, a far forza di vele e di remi per mettersi in salvo. Se non che a grado a grado ridondava il vento che li aveva portati, e cresciuto sempre fino a rabbioso, rifiutava rimenarli: anzi loro malgrado ricacciavali su quella spiaggia dove avean tutti a perire. Al primo impeto della procella i vincitori coi legni predati raccoglievansi in Ostia, nel Tevere, nei porti amici: al contrario i Musulmani in gran distretta, con molte avarie, e senza ricovero, erravano trastullo del mare. Alcuni squarciati i fianchi e le vele andavano tranghiottiti nell’abisso, altri venivano dal flutto prepotente cacciati e franti alla spiaggia, questo rotto sui bassi e ripreso dall’onde finiva maciullato e sommerso, quello già sul punto del naufragio implorava per grazia la resa, e per cambio della vita le catene. In breve tutta l’armata nemica fu in un giorno distrutta, e tutta la sua gente o morta o prigioniera. Non guari dopo le schiere vincitrici tornavano in Roma, ove i cittadini di ogni ordine, il clero e il popolo accorrevano ad incontrarli, menando festa e gioia grandissima. Nella pompa del trionfo si attelavano alla pubblica vista le ricche spoglie e le armi dei vinti; ed alcune migliaia di Saracini condotti all’ infunata facevano maravigliare i Quiriti per la stranezza delle fisonomie e delle vestimenta barbariche. Il popolo ringraziava la provvidenza superna che aveva liberato la città e il santuario dal presentissimo pericolo, ammirando la varietà della fortuna per la quale coloro che minacciavano farsi padroni di Roma, vi entravano condotti per servi, dannati al pubblico lavoro nelle nuove fortificazioni del Vaticano […] Finalmente l’istesso pontefice Leone volle scrivere di questi fatti memorabili all’imperadore, di che Graziano nel Decreto ne ha conservato un brano, che dice cosi: «Sovente giungevano alle nostre orecchie notizie sinistre dalla parte dei Saracini, e fummo anche avvisati che coloro macchinavano di venire occultamente al Porto romano ed occuparlo per sorpresa. Laonde noi di presente facemmo adunare in armi il nostro popolo, e scendemmo insieme alla marina: imperocchè non permettiamo giammai che le nostri genti siano oppressate da alcuno; e qualora la necessità ci costringa, noi andiamo colla persona nostra alla riscossa, perché del nostro gregge esser dobbiamo in ogni occorrenza vindice e protettore».

Storia della marina pontificia, Volume 1, Roma, Tipografia Vaticana, 1886, pp. 82-88


L’evento fu eternato dal genio di Raffaello, che la affrescò “Battaglia di Ostia” (immagine in anteprima – fonte https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Battle_of_Ostia_by_Raphael?uselang=it#/media/File:Raphael_-_Battle_of_Ostia.jpg) fra il 1514 e il 1515 nella Stanza dell’Incendio di Borgo presso il Palazzo Apostolico Vaticano. Leone IV, patrocinatore della suddetta lega militare italiana contro gli Arabi, vi è rappresentato appunto coi tratti di Leone X, il quale in quegli si spese per la Crociata tanto da indirla il 16 marzo 1517 (vedi “La Crociata di Leone X“).



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