Dopo aver liberato dallo spirito di divinazione la schiava (ossessa) di due Filippesi [1], s. Paolo fu da questi ultimi condotto davanti ai magistrati romani e fatto imprigionare. Insieme a lui fu imprigionato anche Sila.

Sila, chiamato anche col nome latino di Silvano, compare per la prima volta in Atti degli Apostoli XV, 22, quando s. Pietro e gli altri Apostoli lo eleggono tra gli incaricati di far conoscere le deliberazioni del concilio di Gerusalemme (49 d.C.):

Allora parve bene agli apostoli e agli anziani con tutta la Chiesa, di scegliere alcuni uomini tra loro, e mandarli ad Antiochia con Paolo e Barnaba: furono Giuda, soprannominato Barsaba, e Sila, uomini dei primi tra i fratelli.

La definizione di ἡγούμενος (primo) ce lo qualifica come avente autorità nella Chiesa di Gerusalemme, quindi sacerdote o vescovo (Sales). In Atti XV, 32 è detto anche profeta.

Nel 50 d.C. lo troviamo con s. Paolo a Filippi, dove avvenne la liberazione della pitonessa e il conseguente arresto. In questa occasione veniamo a sapere che, come s. Paolo, egli era cittadino romano:

I padroni [della pitonessa], vedendo che la speranza del loro guadagno era svanita, presero Paolo e Sila, e, conducendoli nel foro dai magistrati, li presentarono ai giudici dicendo: «Questi uomini metton sossopra la nostra città; son dei Giudei, e predicano usi che non si possono né ricevere né osservare da noi che siam Romani». Allora la plebe fu tutta contro di loro; e i giudici, fatte stracciar loro le vesti, comandarono che fossero battuti con verghe. Così, battuti crudelmente, li cacciarono in prigione, ordinando al carceriere di fare buona guardia. Ricevuto un tal ordine, egli li mise nel fondo della prigione con i piedi tra i ceppi. Ma a mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li udivano. A un tratto, s’avvertì un gran terremoto; tanto che la prigione ne fu scossa tutta; e le porte si spalancarono, e le catene di tutti si sciolsero. Il carceriere, destatosi in sussulto e vedute le porte della prigione aperte, sfoderata la spada, stava per uccidersi pensando che i carcerati fossero in fuga. Ma Paolo gridò ad alta voce: «Non ti far male alcuno, perché tutti quanti siam qui». Colui, chiesto un lume, saltò dentro, e tutto tremante si gettò ai piedi di Paolo e di Sila; e, menatili fuori, esclamò: «Signori, che devo fare per esser salvo?». E quelli risposero: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvo tu e la tua famiglia». E annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli di casa sua. In quella stessa ora della notte, egli li prese con sé, lavò le loro piaghe, e si fece immediatamente battezzare con tutti i suoi. Poi, menatili su in casa sua, apparecchiò loro la mensa, tra il giubilo della sua famiglia, per aver creduto in Dio. Fattosi giorno, i giudici mandarono i littori a dire: «Metti in libertà quegli uomini». E il carceriere ne informò Paolo, dicendo: «I giudici han mandato a liberarvi; uscite, dunque, e andatevene in pace». Ma Paolo disse loro: «Battuti in pubblico e senza processo, NOI CHE SIAMO ROMANI, ci hanno messi in prigione; e ora ci mandan via di nascosto? Ah, no! Vengano essi stessi a menarci fuori!». I littori riferirono queste parole ai giudici; i quali, udito che erano Romani, temettero molto; e vennero, dissero loro buone parole, e, menandoli fuori li pregarono di lasciar la città. Usciti così di prigione, si recaron da Lidia; e, dopo aver veduto ed esortato i fratelli, partirono. [2]

È sempre con s. Paolo nella fondazione della Chiesa di Tessalonica[3].

Compagno nel predicare e nel convertire:

Alcuni [Giudei] credettero, e s’unirono a Paolo e Sila; come pur fecero un gran numero di proseliti e di Gentili e non poche donne nobili.

lo è anche nella persecuzione:

Ma gl’invidiosi Giudei, presi dalla piazza certi cattivi soggetti e fatta gente, levarono a tumulto la città; e assalita la casa di Giasone, volevano tirarli davanti al popolo. Ma, non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni dei fratelli dinanzi ai capi della città, gridando: «Costoro mettono sottosopra il mondo, e sono venuti anche qua; e Giasone li ha accolti in casa! Son tutti dei ribelli ai decreti di Cesare, proclamando esserci un altro re, Gesù». Ed eccitarono il popolo e i magistrati della città, che udirono tali cose; e soltanto dopo ricevuta cauzione da Giasone e dagli altri, li lasciarono andare. E i fratelli, subito nella notte, fecero partire Paolo e Sila per Berea; dove, appena giunti, andarono alla sinagoga dei Giudei. Ma questi erano più arrendevoli di quelli di Tessalonica, e ricevettero premurosamente la parola, esaminando tutti i giorni le Scritture, per vedere se le cose stessero così. E molti di loro, come non piccol numero di donne Gentili ragguardevoli e d’uomini, credettero. Ma quando i Giudei di Tessalonica ebbero inteso che Paolo annunziava la parola di Dio anche in Berea, corsero anche là ad agitare ed eccitare le turbe. Allora i fratelli indussero Paolo a partir subito, andando verso il mare; ma Sila e Timoteo rimasero colà.

Nel 51 d.C., come ci informa s. Luca in Atti degli Apostoli XVIII, 5 si ricongiunge con s. Paolo a Corinto. Da qui l’Apostolo scrive le due lettere ai Tessalonicesi in cui Sila (Silvano) è nominato fra i mittenti.

A distanza di più di dieci anni da questi fatti lo ritroviamo a Roma, nel 63-64 d.C. come segretario di s. Pietro che lo nomina nella sua prima lettera[4]:

Per mezzo di Silvano, fratello fedele, vi ho scritto, parmi, brevemente, per esortarvi e per attestarvi che la vera grazia di Dio è questa nella quale state. 

Egli condivise la sua attività missionaria in Asia Minore col Principe degli Apostoli, il quale, approvandola, indirizzò la sua lettera alle Chiese di quei luoghi.

La Chiesa Romana lo ricorda il 13 luglio:

Nella Macedonia il beato Sila, uno dei primi fratelli in Cristo, il quale essendo stato dagli Apostoli destinato, insieme con Paolo e Barnaba, alle Chiese dei pagani, ripieno della grazia di Dio adempì con ardore il ministero della predicazione, e, glorificando Cristo nei suoi patimenti, alla fine si riposò.


  1. San Paolo e la pitonessa ↩︎
  2. Act. XVI ↩︎
  3. Act. XVII ↩︎
  4. 1Petr. V, 12. ↩︎


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