Nell’anniversario del martirio di san Tommaso Moro (6 luglio 1535) riprendiamo alcuni passi della lettera decretale «Saevis agitata» del 19 maggio 1935 (AAS 28-1936, pp.185-203) con cui Pio XI gli decretava gli onori dei Santi. Le parole del vicario di Gesù Cristo ce lo mostrano modello di uomo, di padre, di umanista, di avvocato e di politico cristiano.


Quindici giorni dopo [il martirio di san Giovanni Fisher, vescovo di Rochester], con lo stesso genere di morte e per la stessa nobilissima causa, fu decorato con la corona dei martiri Tommaso Moro, Gran Cancelliere d’Inghilterra, della cui santa vita e glorioso martirio è opportuno dire poche parole. Egli nacque a Londra nel 1478 da padre Giovanni, avvocato, e da madre Agnese Graunger. Sotto la rigida custodia ed educazione dei genitori, crebbe come un fanciullo docile, obbediente e amabile; fin da bambino brillò per un vivo ingegno e, appena adolescente, accolto tra i familiari di Giovanni Morton, Cardinale Arcivescovo di Canterbury e Cancelliere del Regno d’Inghilterra, si guadagnò presso di lui una tale stima che il Cardinale era solito dire di presentire cose mirabili su quel fanciullo, e poco dopo lo mandò a Oxford affinché si dedicasse alle belle lettere in quella celebre Università degli Studi. Lì, sotto l’insegnamento degli illustrissimi professori Tommaso Linacre e Guglielmo Grocyn, fece grandissimi progressi, soprattutto nell’apprendimento della lingua latina, che da allora in poi parlava con la stessa facilità della lingua madre e scriveva con eleganza; coltivò intensamente anche la lingua greca e quella francese; nonché la storia, la geometria, la matematica e la musica. Ma il padre, esperto di diritto e insigne avvocato, desiderava che anche il figlio diventasse tale; perciò, dopo pochi anni, gli ordinò di ritornare a Londra per dedicarsi agli studi di giurisprudenza e ottenere il titolo di avvocato. In quel periodo tenne nella chiesa dedicata a San Lorenzo diverse conferenze sulla Città di Dio di Sant’Agostino, nelle quali si mostrò al contempo eccellente oratore, filosofo, storico e poeta. Mentre si dedicava alle belle lettere e agli studi giuridici, coltivava in modo eccellente la conoscenza della religione cattolica, la pietà e le virtù; nell’esercitare la professione nei tribunali, del tutto alieno dall’avarizia, si adoperava per conciliare mirabilmente le leggi di una giustizia integerrima con quelle di una dolcissima carità.

Ancora giovane, pensò di abbracciare l’ordine francescano e, in seguito, lo stato sacerdotale: soggiornando per circa quattro anni presso i Certosini di Londra, si abituò a unirsi alle loro veglie, preghiere e austerità. Indossò allora il cilicio, che da quel momento portò in determinati giorni e periodi per tutta la vita, e si flagellava severamente; grande fu la sua pietà verso Dio, la carità verso il prossimo, la temperanza, la frugalità e la mortificazione verso sé stesso; così viveva in questo mondo piamente, giustamente e sobriamente. Aderendo ai consigli del suo confessore, all’età di ventisette anni sposò Giovanna Colt, dalla quale ebbe quattro figli: Margherita, Cecilia, Elisabetta e Giovanni; ma sei anni dopo, morta la moglie, per poter meglio accudire i figli, sposò la vedova Alice Middleton, con la quale visse sempre in mirabile concordia. Intorno al 1524, non lontano dalla città di Londra, su una collina presso il Tamigi, comunemente chiamata Chelsea, stabilì la sua dimora in una casa ampia e ornata, dotata di oratorio e biblioteca, e lì trascorreva la vita insieme ai suoi familiari e parenti nello studio delle arti e delle lettere e nella pietà e, essendo nato e fatto per l’amicizia, accoglieva gli amici con grandissima benevolenza; perciò la sua casa era meritatamente chiamata la dimora delle muse, di tutte le virtù e della carità. La sua cura principale fu quella di istruire i figli e i nipoti non solo nelle lettere, ma ancor più nella conoscenza della religione; non tralasciava mai di innalzare preghiere a Dio al mattino e alla sera insieme alla famiglia; curava che a coloro che sedevano a mensa venissero letti libri ascetici, come si usa nei chiostri, e talvolta ne spiegava il senso più profondo; nei giorni festivi, insieme ai suoi cari, non si vergognava di assistere alle sacre funzioni e di prestarvi egli stesso il proprio servizio, sprezzante di ogni rispetto umano; non vi era infine alcuna virtù degna di un piissimo uomo cristiano che non emergesse in lui. Coltivatore appassionato delle arti liberali, come si è detto sopra, e coltissimo nelle lettere umane e divine, scrisse molti volumi per difendere la verità e favorire la pietà, e moltissime lettere nelle quali egli stesso, “vero flagello degli eretici” (come era solito definirsi), non fece altro che difendere con animo invitto la fede e la religione contro gli errori dei novatori.

Poiché dunque godeva della massima stima presso tutti, e presso lo stesso Re Enrico VIII, a motivo della sua eccellente dottrina e delle sue illustri virtù, iniziò a essere impiegato nella trattazione degli affari pubblici; dapprima fu ammesso all’assemblea del regno; poi, nel 1515, fu inviato come legato presso i Belgi e due anni dopo in Francia; l’anno successivo divenne membro del consiglio privato del re, poi Presidente (Speaker in lingua inglese) nel parlamento, Cancelliere del Ducato di Lancaster e infine, nell’ottobre del 1529, fu nominato Gran Cancelliere d’Inghilterra con immensa gioia di tutto il regno. Nell’adempiere a tutti questi doveri rifulse per straordinaria fedeltà e diligenza, e quanto più veniva innalzato a maggiore dignità, autorità e onore, tanto più eccelleva costantemente e mirabilmente per modestia, integrità, pazienza e umanità, avendo come unico obiettivo quello di servire con ogni zelo il Re e il popolo, ma ancor più il Re dei Re.

Le cose sembravano procedere pacificamente, quando Enrico, preso da un folle amore per Anna Bolena, come abbiamo raccontato sopra, volle assolutamente che la regina Caterina fosse dichiarata legata a lui da un matrimonio illegittimo; perciò interrogò più volte Tommaso sul divorzio; questi, poiché non dubitava affatto della validità del matrimonio così contratto con Caterina e della sua indissolubilità, non aderì mai all’empio volere del Re, né agì diversamente quando, secondo la sua coscienza, si adoperò con tutte le forze insieme a Stefano Gardiner, Vescovo di Winchester, affinché fosse respinta dal Parlamento un’ingiusta legge di rapida sottomissione, e quando il Re Enrico pretese di essere considerato e chiamato da tutti capo supremo della Chiesa di Inghilterra. Dopo che ebbe compreso che il Re voleva ostinatamente contrarre matrimonio con Anna Bolena e che aveva ottenuto un parere favorevole a riguardo dalle Università degli Studi e dal Parlamento, per non essere costretto ad agire contro le leggi di Dio e della Chiesa, rassegnò spontaneamente le dimissioni dalla carica di Cancelliere, che era la dignità più alta dopo quella del Re, con grande dolore di tutti i buoni, il 16 maggio 1532. Da allora conduceva una vita tranquilla tra i suoi e, volgendo costantemente l’animo alla pietà, ai colloqui spirituali e alla sacra lettura, si preparava assiduamente all’estremo combattimento che prevedeva, quando, due anni dopo, nel mese di febbraio, accusato a causa di un libello diffuso contro il divorzio del Re, venne trascinato in giudizio; ma egli si difese in modo tale che, sebbene avesse professato candidamente la fede cattolica, poté respingere del tutto l’accusa. Ma, crescendo sempre più ferocemente l’ira del re contro di lui, fu colpito da minacce affinché approvasse come legittime le seconde nozze del Re; ma Tommaso rifiutò apertamente e al Duca di Norfolk, che gli ricordava le parole: “L’indignazione del Principe è la morte”, rispose con fermezza e prontezza: “Nient’altro, o signore, oltre a questo? Tra me e te vi è questa sola differenza: che io forse morirò oggi, tu invece forse morirai domani“.

Nel frattempo a Londra, il 4 aprile dello stesso anno, il Sabato Santo, giunse la notizia della sentenza favorevole del Sommo Pontefice Clemente VII sulla validità del matrimonio del Re Enrico con la Regina Caterina; il successivo giorno 13, invece, Tommaso fu convocato davanti ai giudici per prestare il giuramento sulla legge di successione regia in Inghilterra, che comprendeva anche il rifiuto della suprema autorità del Romano Pontefice. Egli si dichiarò pronto a riconoscere l’ordine della successione regia, ma non affatto ciò che era stato stabilito riguardo all’annullamento dell’autorità pontificia in Inghilterra. Pochi giorni dopo, precisamente il 17 aprile, venne rinchiuso come prigioniero nella Torre di Londra. Trattenuto in carcere fino alla morte, ossia fino al 6 luglio 1535, né ogni sorta di tentazioni e ragioni umane – soprattutto le lacrime dei suoi cari e il tenerissimo amore della figlia Margherita con i suoi pianti e lamenti -, né la confisca di tutti i suoi beni, né le argomentazioni degli amici e di insigni cittadini, né gli insulti e le minacce degli avversari, né lo squallore e la crudeltà del carcere, né la fame, né la persecuzione, né l’imminente pericolo di morte poterono smuoverlo dal suo proposito o turbarlo; anzi, era di animo allegro e non esitò a scrivere un opuscolo intitolato La morte per la fede non deve essere evitata, tanto che la sua prigionia era considerata una continua professione di fede e già un vero martirio. Nel frattempo, promulgata la legge di cui si è detto prima sul supremo primato spirituale del Re, con l’aggiunta della pena capitale contro i renitenti, Anna Bolena non cessava mai di incitare più aspramente il re contro Moro; perciò Enrico pretese assolutamente da Tommaso il giuramento prescritto dalla legge, che Moro rifiutò apertamente.

Il 1° luglio 1535, fu quindi condotto davanti al tribunale, accusato di tradimento per aver negato la sottomissione alla sacrilega legge sul primato spirituale del Re in Inghilterra; per una lettera da lui scritta a Giovanni Fisher, nella quale gli consigliava il silenzio; e per aver detto che quella legge sul tradimento era simile a una spada a doppio taglio, poiché se uno avesse ubbidito avrebbe perduto la propria anima, mentre chi l’avesse rifiutata avrebbe perso la vita del corpo. Sebbene Tommaso si fosse difeso ottimamente contro queste accuse, fu tuttavia condannato alla morte atrocissima riservata ai traditori. Pronunziata questa sentenza, che in seguito fu commutata dal Re nella decapitazione, Tommaso, per scaricare la propria coscienza, disse apertamente e con tutta libertà ciò che pensava di quella legge e si rivolse ai giudici con un magnifico discorso, dissertando sui violati diritti di Dio e della Chiesa e sul primato spirituale del Romano Pontefice su tutto il mondo cristiano in modo tale che si potesse veramente dire che lo Spirito gli avesse dato cosa dire. Concluse questa professione di fede augurando ai giudici iniqui la sorte dei Santi Stefano e Paolo, affinché, come Paolo, un tempo persecutore di Stefano, ora è suo compagno nella gloria celeste, così lui e loro, ora discordi in questo mondo, nel secolo futuro siano parimenti concordi e unanimi in perfetta carità.

Riportato dunque in carcere, trascorse gli ultimi giorni della sua vita assorto in pie meditazioni e preghiere e nella flagellazione del proprio corpo; il 5 luglio inviò alla figlia Margherita il cilicio e il flagello, insieme a una lettera scritta col carbone, nella quale esprime i sentimenti più teneri del suo animo per tutti i suoi cari e gli amici, insieme alla gioia di morire per una causa così nobile, mostrando uno spirito manifestamente divino e che non assaporava se non le cose celesti, e un animo del tutto tranquillo. Il giorno seguente, come aveva ardentemente desiderato, ossia nella vigilia di San Tommaso di Canterbury e nell’ottava dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, essendogli stato annunciato di prima mattina che per ordine del Re la sentenza capitale sarebbe stata eseguita prima dell’ora nona, ringraziò il Re e, meditando continuamente la passione del Signore, uscì dal carcere affrettandosi come se andasse a una festa, tenendo in mano una croce rossa, e fu condotto al luogo del supplizio. Lì, rivolgendosi alla numerosa folla presente, protestò di morire nella Chiesa e per la Fede della Chiesa Cattolica, fedele servitore del Re, ma prima di tutto di Dio Onnipotente; ringraziando poi il boia e abbracciatolo, pregò tutti di implorare Dio per lui e per il proprio Re, e poi, piegate le ginocchia, recitò con grandissima pietà il salmo Miserere; detto questo, pervaso di gioia e con grande prontezza di spirito, offrì il capo al boia; e così, come pochi giorni prima Giovanni Fisher, anche Tommaso Moro morì come Martire di Cristo per la santità del matrimonio cristiano e per la prerogativa del primato spirituale del Romano Pontefice.



Seguite Radio Spada su: