Il 19 luglio la Santa Chiesa commemora sant’Epafra. Ma chi era costui? La risposta ce la dà monsignor Francesco Spadafora (1913-1997), Ordinario di Esegesi Biblica nella Pontificia Università Lateranense, l’insigne esegeta, moderno ma non modernista (anzi anti-modernista).
Originario di Colossi (cf. Col. 4, 12) e pagano (cf. ibid. 4, 11 sg.: è distinto dal gruppo di «quei che provengono dalla circoncisione»), fu convertito da s. Paolo durante il triennio di apostolato ad Efeso[1]. È fondatore e capo della Chiesa di Colossi.
L’Apostolo ne tesse due volte l’elogio:
- in Col. 1, 7 sg. i Colossesi sono stati evangelizzati da Epafra «il nostro diletto compagno nel ministero, fedele ministro di Cristo, tutto votato al vostro bene» (con la lezione ὑπὲρ ὑμῶν; l’altra lezione, ὑπὲρ ἡμῶν, «al posto mio», direbbe espressamente che Epafra fu mandato da Paolo ad evangelizzare Colossi, non potendolo fare di persona, cf. 2, 1);
- in Col. 4, 12 sg. «vi saluta Epafra, vostro concittadino, che prega con grande fervore [ἀγωνιξόμενος, che combatte mediante la preghiera per voi, come Mosè sul monte], continuamente per voi, affinché perseveriate nella perfezione e nel pieno compimento dei voleri di Dio. Vi posso attestare la sua viva sollecitudine per voi e per quei di Laodicea e di Gerapoli» (le città del bacino del Lycus, con ogni probabilità, egualmente evangelizzate da Epafra).
Nel biglietto a Filemone (v. 24), infine, s. Paolo lo chiama «mio compagno di prigionia nel Cristo Gesù». Epafra, infatti, era a Roma con lui, venutovi da Colossi per visitarlo e confortarlo con l’assicurazione del vivo affetto di tutti i suoi fedeli. Nel fervore del suo zelo apostolico, Epafra fece anche presente a s. Paolo che l’eresia cercava di penetrare in quelle Chiese e per preservarle dal pericolo fece loro scrivere dall’apostolo (cf. Col. 4, 16: «quando questa lettera sarà letta da voi, fate che venga letta anche nella Chiesa dei Laodicesi, e voi leggete quella mandata ai Laodicesi»).
Secondo alcuni critici (ad es. Grotius, In Col., 2, 7, ed. in Opera, II, 2, Amsterdam 1679, p. 922), siccome il nome Epafra è una contrazione di Epafrodito, il nostro Epafra e l’Epafrodito di cui parla s. Paolo nell’Epistola ai Filippesi (3, 25-28; 4, 18) sarebbero una sola persona. Tale identificazione, che poggia soltanto sulla possibile identità del nome, non ha null’altro su cui potersi fondare e si è d’accordo nell’escluderla.
La tradizione formatasi su questo santo discepolo di s. Paolo fu raccolta da Adone: «Natalis beati Epaphrae, qui a beato Paulo Colossis ordinatus episcopus, clarus virtutibus, martyrii palmam pro ovibus sibi commendatis virili agone percepit; sepultus apud eandem urbem ».
Il Baronio (cf. Comm. Martyr. Rom., p. 296, al 19 lugl.) riferisce che le sue reliquie sono conservate a Roma in S. Maria Maggiore.
Bibliotheca Sanctorum, Roma, 1964 cc. 1252-1253.

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