di Red.
Una premessa importante. Le idee di Grillo – professore del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo – si situano all’opposto delle nostre. Tuttavia nel male esplicito e a suo modo coerente, a volte si può trovare una chiarezza che in certe paludi non è rintracciabile: anche per questo nel riportare questa sua intervista con P. Mele di RaiNews tralasciamo la prima parte, più densa di stravaganze ed errori. Non ne mancano – e di gravi, basti pensare all’uso comico della parola scisma – anche in seguito ma, quasi come l’orologio rotto che due volte al giorno segna l’ora esatta, l’autore indica con accidentale puntualità le contraddizioni e i destini del mondo di mezzo conservatore moderato e tradizionalista a targhe alterne. Una diagnosi spietata, certo, ma lucida. Ad essa, come sempre, è da affiancare lo studio necessario a comprendere in profondità e senza scoraggiamenti la crisi ecclesiale e sociale in corso. Per esso, ben più proficuamente, rimandiamo a: Parole chiare sulla Chiesa, Golpe nella Chiesa, Buona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggi, La rivoluzione guardata negli occhi. Un libro che spiega il passato e racconta il futuro, Magistero Politico – Insegnamenti papali sulla politica per l’instaurazione di un ordine cristiano, L’illusione liberale, CREDERE, SPERARE, COMBATTERE e altri volumi. Le evidenziazioni in grassetto sono nostre.
Con il Summorum Pontificum la coesistenza delle due forme del rito romano venne dichiarata pienamente compatibile. Su quali fondamenti teologici poggiava quella decisione, e quali ne sono state, a suo giudizio, le conseguenze pratiche?
In realtà, questo modo di ragionare rimane estremamente debole, per non dire segnato da quella impronta scismatica che lo ha caratterizzato in Lefebvre. Se si è fatta una riforma (della Veglia Pasquale, o del rito della messa o del rito della penitenza) e si dice che è possibile celebrare queste liturgie con i riti precedenti alla riforma, è evidente che in questo modo si rende marginale e superflua non solo la riforma liturgica, ma lo stesso Concilio Vaticano II.
Negli ultimi decenni sono nati e sono stati riconosciuti diversi istituti che individuano nella celebrazione secondo il rito antico il proprio carisma. Come si spiega questa scelta, e che problema pone oggi?
Questa dinamica è iniziata già prima del 1988, ma dopo l’88 e soprattutto dopo il 2007 si è di molto potenziata. Il problema, teologico e istituzionale, è rappresentato dalla possibilità di riconoscere l’uso del rito tridentino come un “valore” e un “carisma”. Questo era possibile fino a che Summorum Pontificum di fatto equiparava i due riti. Ma da quando SP è stato abrogato da Traditionis Custodes, la cosa è diventata piuttosto problematica: sia perché non esiste più una “forma straordinaria del rito romano”, sia perché sembra contraddittorio affermare una sola “lex orandi” e promuovere invece, istituzionalmente, associazioni che la negano. La cosa è diventata ancora più urgente dopo il 1° luglio.
Dopo il 1° luglio. Che cosa dimostra, nel merito, il secondo scisma lefebvriano? È il fallimento di una strategia pastorale o la conferma di una diagnosi teologica?
Io direi che entrambe queste letture sono legittime. Il fatto che tutte le concessioni (rito tridentino, remissione delle scomuniche, protocollo di intesa sul Vaticano II) abbiano generato una nuova scomunica dice che il lavoro di 40 anni non ha rimosso la questione. D’altra parte, proprio questo esito ha messo in luce la debolezza delle parole teologiche e delle azioni istituzionali che hanno provato a rendere “innocuo” ciò che era invece pericoloso.
Una parte del mondo cattolico sostiene che, proprio ora, allargare gli spazi per il rito antico servirebbe a evitare ulteriori fratture. Perché ritiene che questa strada non sia percorribile? E che risposta si può dare ai fedeli che vi sono legati in buona fede, senza intenti polemici verso il Concilio?
Qui si deve essere molto chiari: il rito vecchio, il rito tridentino, non ha più alcuna cittadinanza nella Chiesa cattolica, dopo il 2021. Se non mediante eccezioni, sulla cui opportunità proprio lo scisma deve fare riflettere tutti. Essere legati in buona fede al rito tridentino non è possibile: se ti leghi ad una forma che il Concilio Vaticano II ha voluto riformare, prendi una posizione di conflitto con la chiesa romana. Su questo non vi è più alcun dubbio. Credo, tuttavia, che si debbano rispettare le sensibilità diverse: queste possono essere del tutto in buona fede. Per questo l’uso del Novus Ordo, ossia del rito che è scaturito dalla riforma liturgica, può essere differenziato, selettivo ed elettivo. Mentre il rito tridentino non ha alternative, se non marginali, il rito della riforma chiede che ogni comunità lo ricostruisca con scelte proprie: di preghiere, di gesti, di sequenze. In questo senso è possibile rispettare diverse sensibilità nell’uso del medesimo Ordo rituale.
Traditionis Custodes ha ristabilito il principio dell’unica lex orandi, mantenendo però un regime di eccezioni. Che cosa andrebbe fatto adesso? E che spazio resta, nel percorso ancora aperto della riforma liturgica, per l’eredità tridentina?
Proprio questo oggi deve essere superato: dopo 50 anni dalla Riforma liturgica l’unico Ordo vincola tutti: nessuna eccezione dovrà essere possibile. Ovviamente questo dovrà essere realizzato con un minimo di gradualità, ma tutte le comunità, gli istituti, le parrocchie, le diocesi dovranno avere in comune lo stesso rito, di cui potranno valorizzare, giustamente, aspetti e sensibilità diversi.
Che cosa vorrebbe che restasse, di questa stagione difficile, come acquisizione duratura per la Chiesa?
Vorrei dirlo così: con la liturgia non si scherza. Ci siamo accorti, in questi decenni, che la consapevolezza della natura di “culmen et fons” della azione rituale è stata spesso sottovalutata. Abbiamo potuto sentire, anche da uomini e da donne con grandi responsabilità, letture riduttive della liturgia, in cui tutto veniva ridotto al gusto, all’attaccamento, alla nostalgia. Riuscire a capire che la profondità teologica, ecclesiologica e spirituale inizia e finisce sul piano rituale, significa uscire dalla idea che, sul piano del rito, possiamo affidarci ad un arbitrio del sentimento, del progetto e della improvvisazione. Abbiamo conosciuto due errori speculari, entrambi legati ad una visione “funzionale” della liturgia. Sia la imbalsamazione del rito tridentino, sia la funzionalizzazione del Novus Ordo, devono essere superate. Credo che un lavoro comune sull’unico rito condiviso potrà portare tutti ad una esperienza più autentica, anche attraverso il rispetto per le “altre letture” che del medesimo rito la Riforma liturgica ha voluto consentire e persino raccomandare.
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