Scrivendo ai Galati, insidiati dai giudaizzanti, San Paolo insegnava e insegna:
Ora ad Abramo furono annunziate delle promesse, a lui e al suo seme; non dice: «Ai suoi discendenti» come fossero molti, ma uno solo: «Al tuo seme», e questi è Cristo. Ora io dico questo: un patto stabilito da Dio, una legge di quattrocentotrent’anni dopo non lo può mica annullare, sì da rendere vana la promessa. Se l’eredità fosse dalla Legge, non sarebbe più dalle promesse; ma ad Abramo l’ha data Dio in virtù della promessa. Che cos’è dunque la Legge? in vista delle trasgressioni essa fu posta, fino a che venisse il seme a cui fu fatta la promessa; la Legge veniva promulgata per mezzo d’angeli in mano d’un mediatore; or non v’è un mediatore se si tratta di un solo; e Dio è unico. La Legge si dirà dunque essere contraria alle promesse di Dio? non sia mai. Se fosse stata data una legge che avesse la podestà di vivificare, allora sì dalla Legge verrebbe la giustizia. Ma la Scrittura ha invece richiuso ogni cosa sotto il peccato, affinché fosse concessa ai credenti la promessa congiunta con la fede in Gesù Cristo. [1]
San Girolamo commenta così:
Si adatta al presente passo anche ciò che nello stesso libro si legge a proposito di Tamar e dei suoi due bambini (Gn 38): e cioè che il primo, chiamato Zara, sporse per primo la mano e l’ostetrica gli legò un filo scarlatto; poi, avendo egli ritratto la mano verso l’interno, sporse la mano il successivo, chiamato Fares. Questo episodio si adatta al presente passo per mostrare che Israele ha fatto sporgere la sua mano nelle opere della Legge, ma l’ha poi ritratta perché macchiata del sangue dei profeti e del Salvatore stesso. In seguito, invece, è irrotto il popolo delle Genti, a causa del quale si dice spesso che sia stato distrutto e abbattuto il muro di separazione che c’era tra Giudei e Gentili, affinché vi sia «un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10,16) e vi sia «gloria, onore e pace per chiunque opera il bene, per il Giudeo prima e poi per il Greco» (Rm 2,10). Il senso semplice che viene intessuto in questo passo ha questa forza: insegnare che, attraverso la Legge che è stata data in seguito, le promesse fatte in precedenza ad Abramo non possono essere annullate, né le cose successive possono pregiudicare quelle precedenti. Poiché le promesse ad Abramo, secondo cui in lui sarebbero state benedette tutte le nazioni, furono date quattrocentotrenta anni prima, mentre l’osservanza della Legge, secondo cui chi l’avesse messa in pratica avrebbe vissuto in essa, fu data a Mosè sul monte Sinai quattrocentotrenta anni dopo. A questo punto si sarebbe potuto obiettare al contrario: «Per quale motivo dunque è stato necessario che la Legge venisse data dopo tanto tempo dalla promessa, dal momento che, una volta data la Legge, sarebbe potuto sorgere il sospetto che la promessa fosse stata annullata, oppure che la Legge fosse stata data invano se la promessa rimaneva in vigore?». L’Apostolo, prevedendo tale obiezione, se la pone da sé nei versetti seguenti e la spiega dicendo: «Che cos’è dunque la Legge? in vista delle trasgressioni essa fu posta, fino a che venisse il seme a cui fu fatta la promessa; la Legge veniva promulgata per mezzo d’angeli in mano d’un mediatore», cioè di Cristo Gesù, poiché tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui e «senza di lui nulla è stato fatto» (Gv 1,3), non solo il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che vediamo, ma anche quelle cose che per mezzo di Mosè furono imposte al popolo duro di cervice come un giogo della Legge. Poiché, rimanendo ferma la promessa fatta ad Abramo, la Legge data in seguito per mezzo di Mosè sembrava essere stata introdotta invano, l’Apostolo ne spiega il motivo per cui è stata data: «In vista delle trasgressioni», dice. Infatti, dopo le offese del popolo nel deserto, dopo l’adorazione del vitello e i mormorii contro il Signore, la Legge è subentrata per proibire le trasgressioni. Giacché «la legge non è stata posta per il giusto, ma per gli iniqui, i ribelli, gli empi e i peccatori» (1Tm 1,9); e, per risalire più indietro, dopo l’idolatria a cui erano stati assoggettati in Egitto, al punto da dimenticare il Dio dei loro padri e dire in seguito: «Questi sono i tuoi dei, o Israele, che ti hanno fatto uscire dalla terra d’Egitto», fu sancito il rito di rendere culto a Dio e la pena per i trasgressori «nella mano del mediatore». Scrive inoltre a Timoteo: «Uno solo infatti è Dio, e uno solo il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (1Tm 2,5). Dopo che egli, per la nostra salvezza, si è degnato di nascere dal grembo della Vergine, «il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù», è stato chiamato intercessore. Prima però di assumere un corpo umano ed essere presso il Padre in principio Dio Verbo, a tutti i santi ai quali si è rivolta la parola di Dio – cioè Enoc, Noè, Abramo, Isacco e Giacobbe, e in seguito Mosè e tutti i Profeti che la Scrittura ricorda – viene chiamato soltanto “mediatore”, senza l’aggiunta di “uomo”, ché non aveva ancora assunto la natura umana. Quanto poi a ciò che dice: «la Legge veniva promulgata per mezzo d’angeli», vuol far intendere questo: in tutto il Vecchio Testamento, dove si riferisce che dapprima appare un angelo e in seguito viene introdotto come se fosse Dio a parlare, l’angelo apparso è veramente uno dei molti ministri, chiunque egli sia; ma in lui parla quel mediatore che dice: «Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe» (Es 3,6). Né c’è da meravigliarsi se Dio parla negli angeli, dal momento che Dio parla anche per mezzo degli angeli che sono negli uomini, cioè nei profeti, dicendo Zaccaria: «E disse l’angelo che parlava in me» (Zc 1,14) e aggiungendo di seguito: «Così dice il Signore onnipotente». Infatti l’angelo che si diceva essere nel profeta nonnosava parlare a proprio nome dicendo: «Così dice il Signore onnipotente». Per «mano del mediatore» dobbiamo intendere la sua potenza e la sua virtù. Egli, pur essendo una sola cosa con il Padre secondo la sua natura divina, secondo l’ufficio di mediatore si intende essere distinto da Lui. Poiché tuttavia l’ordine della lettura è confuso e perturbato da un iperbato, ci sembra da rendere così: «La legge è stata posta a causa delle trasgressioni, ordinata per mezzo degli angeli nella mano del mediatore, finché non venisse il Seme a cui era stata fatta la promessa». E non vi è dubbio che il “Seme” significhi Cristo, il quale anche dall’inizio del Vangelo di Matteo viene comprovato essere figlio di Abramo, riferendo la Scrittura: «Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1). [2]

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