di Andrea Giacobazzi
Giunto ormai il 50° giorno dalla pubblicazione della «scomunica» (2 luglio 2026, virgolette d’obbligo) e lasciata alle spalle l’abbondanza di voci che si sono accavallate nei giorni precedenti e successivi alle consacrazioni, è forse il tempo di dire qualcosa. Nelle ultime settimane si è sentito di tutto: da chi doveva correre visibilmente sul carro degli scomunicatori fino ai perenni indecisi annegati nella palude dei distinguo, dai cercatori del quarto d’ora di notorietà ai commentatori normalmente parsimoniosi improvvisamente intenti a riversare tali fiumi di inchiostro che, se ne avessero impiegato un terzo a fin di bene, avrebbero salvato due legioni di anime dal fuoco eterno.
Ovviamente non sono mancate riflessioni serie ma gli attacchi, peraltro prevedibili, sono stati tanti. Diversi animati da un pietoso mix (decidete voi in quale senso leggere la parola) di posizioni dottrinali e questioni personali pregresse, sulle quali – se fosse materia meritevole di una qualche attenzione – si potrebbero scrivere interi volumi. E – sia chiaro – non mi riferisco solo all’area cosiddetta «conservatrice-moderata».
In mezzo a tutto questo caos, tanta brava gente sbattuta di qua e di là: a queste persone, in particolare, mi rivolgo e a tutte quelle che vorranno dedicare qualche minuto anche alle riflessioni dell’ultimo arrivato in ordine cronologico a partire da luglio.
Premesse per chi deve decidere se proseguire la lettura
Ebbene, eccoci: partiamo dai giorni caldi. Ricevetti il testo del decreto via messaggio dall’amico Domenico Savino mentre ero fisicamente davanti alla tomba di Mons. Marcel Lefebvre presso il Seminario di Écône: quando sentii vibrare il cellulare avevo già più o meno intuito di cosa si potesse trattare e decisi di prendermi una pausa dal raccoglimento, pensando in fin dei conti di trovarmi nel luogo migliore e con la compagnia più sicura per leggere quella «sanzione». Così fu.
Prima però di entrare nel cuore delle questioni, è bene sgombrare il campo da non detti e ambiguità: se la massima alfonsiana vuole che non si debba «parlare di sé né bene né male», la regola si arresta quando l’opportunità della testimonianza è utile a maggior chiarezza. Dunque – in breve e per economia di tempo ove qualcuno volesse già chiudere la lettura – lasciatemi dire che pur non venendo da una famiglia trad, frequento la Fraternità sacerdotale San Pio X da decenni (ed è un plurale non figurato), che a un suo sacerdote ho chiesto di celebrare la Messa del mio matrimonio (qui invece il decennio sarebbe al singolare), che sempre da suoi sacerdoti ho fatto battezzare i miei figli, di cui la seconda in una cappella di fortuna ricavata in una soffitta. Avrei fatto battezzare anche il terzo se, davanti a una patologia annunciata già in una gravidanza scampata agli inviti di aborto del sistema sanitario, non mi fossi spinto a chiedere all’ostetrica di somministrarlo e – per sicurezza – a ripeterlo di mia mano sub conditione. In ogni caso il funerale, con paramenti ovviamente bianchi, venne celebrato da un prete della medesima fraternità. Ho condiviso negli anni la sostanza delle posizioni espresse dalla Casa Generalizia ma non ho mancato di esporre critiche quando pareva soffiare il vento dell’accordismo. Anche per il fondo del mio animo un po’ da cane sciolto ho pensato di non divenire terziario, almeno per ora. A gentile richiesta dell’allora superiore del distretto italiano scrissi la nota introduttiva del libro-manifesto Parole chiare sulla Chiesa che indica la linea della FSSPX sulle principali questioni ecclesiali. Ero presente alle consacrazioni del 1° luglio 2026, le ho difese prima e dopo il loro svolgimento.
Dico tutto questo non per abbozzare una scheda biografica da quarta di copertina ma per rendere limpido il mio rientrare nel novero degli «scomunicati» descritto al punto 2 della nota esplicativa vaticana del 2 luglio scorso e ancor più specificamente nel caso di «imputabilità comprovata» delineato ancora al punto 2 della grottesca Prassi per la riconciliazione dei laici recante la stessa data.
Cosciente di essere un peccatore, so che dovrò rendere conto a Dio di tutta la mia vita, ricevo tuttavia questa «sanzione» con piena pace di coscienza: la ritengo nulla e invalida (ndr, vedere qui gli studi già pubblicati in merito), pertanto non mi rivolgerò alla gerarchia in ordine a richieste di chiarimento su una posizione che è già chiarissima, non farò ricorsi presso gli uomini che rivestono ruoli d’autorità e che sono la causa stessa della crisi in corso, men che meno avanzerò domande di riconciliazione verso una Chiesa della quale già sono parte e dalla quale mai mi sono separato, a differenza di eretici e scismatici perennemente vezzeggiati ed ecumenicamente accolti secondo una contraddizione insanabile posta alla base della guerra inflittaci nel secolo presente. Senza vittimismi e trionfalismi inopportuni, reputo questa «scomunica» una dolorosa medaglia. Dolorosa per la sua iniquità; medaglia perché – pur con i limiti di ogni uomo che ha conosciuto il peccato – colloca chi la riceve «moralmente altrove» rispetto allo sfacelo che sta devastando la vita ecclesiale.
Tanto dovevo per evitare incertezze a chi avrà la pazienza di leggere oltre.
Il deserto non è un campo giochi, né un ritrovo di primedonne
Lo dico in primis a me stesso, ripetendomi per l’ennesima volta la frase di San Filippo Neri: «Mettetemi Signore la vostra mano sulla testa, altrimenti oggi mi faccio turco. Signore, non mi togliete la mano sulla testa altrimenti oggi vi tradirò come Giuda». Nessuno qui è garantito: la sfida è dura, gli assalti sono tanti e i prossimi a cadere in questa logorante battaglia, perdurante in maniera esplicita dagli anni ’60, potrebbero essere i più insospettabili.
La constatazione vale doppio se si pensa che la zoppa ma prolungata vittoria del neomodernismo – claudicante come tutti i trionfi di una rivoluzione che si oppone in ultima istanza a Dio, l’Essere per sé stesso sussistente, e che dunque sta in bilico tra essere e non-essere – dura ormai al punto da risultare una nuova normalità.
C’è chi dice che una crisi che avanza da oltre sessant’anni non è più semplicemente una crisi ma un sistema. L’affermazione merita una qualche cautela ma sotto l’aspetto pratico coglie un fatto reale: la sovversione non è ormai un dato episodico da registrare in attesa di un rapido ritorno all’ordinario ma un collaudato meccanismo che – pur tra crolli e assestamenti – procede su lunghi periodi. Con questo bisogna fare i conti, prendendo bene le misure.
Quanto durerà?
Ricordo una discussione nei giorni successivi all’elezione di Leone XIV, quando feci notare a una persona che – salvo miracoli e in base ai dati di fatto – nulla ragionevolmente sarebbe cambiato rispetto a Francesco. E se i mesi successivi si sono incaricati di dare conferma, la replica del momento – tutta sentimentale – suonava più o meno così: «E allora quando si esce da tutto questo?». Più che una risposta, si trattava di una nuova domanda che, per quanto mal posta, poteva avere un riscontro a due livelli: uno più soggettivo e uno più oggettivo.
Per il primo, pur senza voler scaricare sull’interlocutore tutto il peso delle parole, lascio dire a Gustave Thibon, col suo Ritorno al reale: «Coloro che invocano, con simili contrazioni d’impazienza, il trionfo del loro Dio, dimostrano con ciò di non essere molto certi di quel trionfo. Schiavi, più ancora degli altri, del mondo e del secolo, hanno bisogno, per non disperare del loro ideale, di vederlo riuscire in questo mondo e in questo secolo, e il loro zelo è tanto più amaro e febbrile quanto più è profondo il loro vuoto interiore. Così Rousseau, padre indegno, decreta ricompense per le donne che allattano i loro figli e colma gli educatori di consigli irrealizzabili. Chiede agli altri l’impossibile nella misura in cui lui stesso non ha neppure alzato il mignolo: questo crea una media!».
Quanto al secondo livello, distinto ma connesso al precedente: non dipende da noi, dai nostri desideri, dalle nostre stanchezze, far cessare un’eclissi, certamente gravissima, che però in nulla distrugge le note della Chiesa. Sì, perché volendo citare un appunto aggiunto alla riedizione del Vademecum cristiano di San Giovanni Bosco, la Chiesa «nonostante le immense difficoltà, è sempre una e sempre santa, non solo nella sua essenza, ma perché sola mantiene il principio capace di generare unità dottrinale e di governo, e i mezzi di santificazione. Così come è sempre cattolica perché sempre capace di raggiungere e santificare ogni uomo, di ogni luogo e tempo. Certamente per la malvagità degli stessi uomini di Chiesa e per il loro cattivo esercizio del governo è diventato più difficile accedere a tutti questi mezzi, ma essi non vengono mai a mancare del tutto. Seppure la Chiesa non cambi nella sua essenza, è stato previsto che arriveranno tempi in cui sarà molto difficile (ma non impossibile) accedere ai beni dispensati dalla Sposa di Cristo».
Questo – piaccia o no – ci deve bastare.
Quanto sarà oscura?
Una cosa è certa: molte possibili illusioni sono tramontate. Mezzi accordi, «rimozioni di scomuniche» inesistenti, liberalizzazioni della «messa antica» da campagna antiproibizionista sulle droghe leggere, prelature quasi personali, entrismi tattici, eccessi di speranza in cardinali dalla coda lunga e dottrina corta: tutto è stato sperimentato dal 1988 al 2026 e si è visto con quali esiti.
Il tentativo vaticano, quasi quarantennale, di usare gli istituti (ex) Ecclesia Dei per riassorbire la FSSPX è peraltro fallito e questo ci spiega perché al momento, al netto di micro-concessioni, ben poco spazio viene dato a tutto quel mondo: a che serve un clone se non può sostituire l’originale? Pur senza negare il bene che accidentalmente può venire anche da queste realtà, evitando di mettere tutti sullo stesso piano e ancor meno volendo dare giudizi in foro interno, va detto che tra silenzi assordanti sugli errori sbandierati a Roma e voci tonanti improvvisamente recuperate per scagliarsi contro i «lefebvriani», il giudizio è fin troppo facile da dare. Tutto ciò che è stato permesso a queste mezze opposizioni (per usare una forzatura polemica non esaustiva ma efficace «a questi dissidenti col permesso della questura») ha avuto luogo principalmente in funzione del contenimento della vera opposizione al neomodernismo.
Prendiamo un caso concreto, il primo che viene in mente: dove erano – intendo proprio fisicamente – tutti costoro mentre si organizzava un’interminabile processione di riparazione a Carpi per la mostra che irrideva il corpo di Cristo? Il sacerdote che guidò quelle file di fedeli era della FSSPX, affiancato da altri due preti che si trovavano in contenzioso coi loro ordinari. Ebbene, gli altri – diocesani e non – quel giorno erano tutti impegnati, a quanto pare.
Del resto, il problema o si affronta tutto – nel suo insieme e senza scorciatoie – o non si affronta proprio. Chi separa la questione liturgica dalla questione dottrinale – la lex orandi dalla lex credendi – è parte del problema, al netto delle intenzioni. Non si dà una liturgia orizzontale e antropocentrica senza una dottrina sulla libertà religiosa (rectius: liberalismo religioso), sull’ecumenismo (indifferentista), sulla costituzione della Chiesa (dalla collegialità di marca aggiornata alla sinodalità galoppante) che non sia essa stessa orizzontale e antropocentrica, come del resto non può non esserlo lo stampo della rivoluzione che da secoli imperversa nella religione, nella filosofia, nella politica, financo nelle scienze naturali. Questa unità imperfetta nell’errore scimmiotta certamente l’unità perfetta nella verità e ci suggerisce quanto sia urgente ritrovare un ordine complessivo nella lettura della realtà, senza chiuderci comodamente nelle sagrestie ma guardando come tutto converga nel presente a confermare gli insegnamenti che abbiamo ricevuto, dalla metafisica alla costituzione degli Stati, dalla teologia all’epistemologia, dalla storia alla psicologia (pur fuggendo l’errore di trasformare ogni analisi in dogma e ogni opinione anche fondata in un aut-aut).
La traversata, dunque, avrà meno abbagli di quanti il passato ne abbia riservati. E anche su questo già nel 1990 Mons. Lefebvre aveva visto lungo. Due anni dopo le «scomuniche» del 1988, in una conferenza raccontò un aneddoto: «Ho ricevuto qualche settimana fa […] un’ennesima telefonata dal Cardinale Oddi: Ebbene, Eccellenza, non c’è proprio modo di sistemare le cose, nessun modo? Ho risposto: Dovete cambiare, tornare alla Tradizione. Non è una questione di Liturgia, è una questione di Fede. Il cardinale ha protestato: No, no, non è una questione di Fede, no, no. Il Papa è pronto e disposto a ricevervi. Solo un piccolo gesto da parte vostra, una piccola richiesta di perdono e tutto sarà sistemato». E aggiungeva: «Questo è proprio da Cardinale Oddi. Ma non porta da nessuna parte. Da nessuna parte. Non capisce nulla, o non vuole capire nulla. Nulla. Purtroppo, lo stesso vale per i nostri quattro cardinali più o meno tradizionali: i Cardinali Palazzini, Stickler, Gagnon e Oddi. Non hanno peso, nessuna influenza a Roma, hanno perso ogni influenza; ormai sono buoni solo a celebrare ordinazioni per la Fraternità di San Pietro, ecc. Non portano da nessuna parte. Da nessuna parte».
Se il discorso valeva per quei porporati, immaginiamoci per quelli di oggi. La rivoluzione, col suo moto tutt’altro che rettilineo, ha già digerito non solo quella specifica fase ma molte delle successive. Solo per fare un esempio: chi parla più del dilemma Amoris Laetitia, che pur tenne banco per anni? Chi brandisce più gli effimeri dubia? E anche ammesso che vengano rispolverati, quale esito concreto si potrebbe ipotizzare?
La verità è che nella nuova normalità descritta poco sopra è incluso il ruolo da stabilizzatore rivoluzionario rappresentato dal mondo cosiddetto «conservatore-moderato», un blocco variopinto che pur assimilando la parte essenziale della rivoluzione ne rigetta le escrescenze meno esteticamente sopportabili. Questa multicolore camera di compensazione può essere attraversata nei due sensi ma sostanzialmente esiste come punto necessario di riequilibrio per un processo che deve avanzare per momenti di instabilità. Se persino nella DDR su impulso delle autorità sovietiche si decise di mettere in piedi il Partito Nazional-Democratico (NDPD) onde attrarre e recuperare gli ex nazisti di minor rango inserendoli nelle strutture dello Stato socialista, non stupisce che mutatis mutandis lo schema si applichi altrove. Non a caso, in Traditionis Custodes lo scopo rieducativo delle concessioni per i fedeli non-Novus Ordo è esplicito e segnala che la traversata del deserto sarà ancora più dura per chi ha posizioni ambigue.
Anche per questo – pur senza perdere la carità – si deve fare attenzione al continuo «cercare il buono» dove lo si trova solo per accidens: la tal rivista «dice tante cose buone», il tal prelato «fa diverse riflessioni buone». Tutto bellissimo ma – tocca ripeterlo – bonum ex integra causa, una cosa è buona solo se tutti i suoi elementi sono buoni. Se il manicheismo e il perfezionismo sterile vanno evitati, va pure ricordato che il «buono» si ritrova nell’anticamera conservatrice-moderata nella misura in cui è ammesso dalla natura dello schema rivoluzionario: deve esserci, allo stesso modo in cui la rivoluzione francese non poté negare la proprietà privata con la modalità che fu propria della rivoluzione russa. Insomma: prima si chiarisca dove passa il confine tra ordine e sovversione e solo dopo si valuti quale mescolanza di vero e di falso si trova nei singoli punti di là dalla linea.
È celebre la barzelletta dell’uomo che, salito alle 8 in punto sul tram, dice al conducente: «Devo fare i miei complimenti: puntualità perfetta!». E quello: «Taci! Questo non è il tram delle 8 in orario ma quello delle 6:50 in ritardo!». È lo stesso problema di quelli che – perennemente dissociati – tutte le mattine si rattristano, senza risalire alle cause, per la crisi nella Chiesa e tutti i pomeriggi si entusiasmano per una mezza «buona notizia» su un vescovo che ha benedetto gli LGBT ma non gli abortisti, su un prete che schitarra sull’altare ma due volte al mese dice il Rosario in latino.
Con chi camminare?
Il tema è doloroso ma ineludibile e riguarda anche i rapporti umani. Sì, perché certe pugnalate date prima e dopo le consacrazioni episcopali, per quanto maldestre, non possono passare con una pacca sulla spalla. Qui non ci sono di mezzo solo le nostre povere persone ma qualcosa di ben più grande. È evidente che, seppur con gradi diversi, chi ha fatto la scelta di campo sbagliata e ha partecipato attivamente all’opera di denigrazione dovrà assumersene le responsabilità: non basteranno dunque sorrisini e ammiccamenti per chiudere la questione. Benignità senza dubbio, ma chiarezza: tanto più l’adesione a certe posizioni è stata netta, tanto più si dovrà sperare in una netta riconsiderazione. Sia chiaro: ho visto troppi «cordoni sanitari» fallire o ritorcersi contro chi li aveva lanciati per pensare a soluzioni di questo tipo. All’opposto, credo che se «le idee camminano sulle gambe delle persone» si debba essere molto disponibili con le persone, a condizione però di mirare al miglioramento delle idee. E alcune di queste sono ormai da abbandonare senza scuse, dopo oltre mezzo secolo di «Vaticano II e Novus Ordo», un decennio circa di coabitazione Ratzinger-Bergoglio, e tutto ciò che è seguito.
Si ricordi inoltre che la fermezza sulla dottrina è ciò che tiene con maggior forza al riparo dall’orgoglio. Tanto più si dà spazio all’oggettività, tanto meno ne resta per soggettivismi improvvisati. A chi accusa di superbia i fedeli si può agevolmente girare la critica: proprio perché siamo feriti, abbiamo bisogno di una cura vera, proprio perché noi siamo passeggeri, c’è bisogno di qualcosa di stabile che non solo risponda alle nostre domande ma le preceda causalmente.
Andrà valutato – e già si vedono segni incoraggianti – un maggior coordinamento di chi desidera aderire alla buona dottrina o che in un qualche modo almeno manifesta buona volontà: senza confusioni ma senza schizzinosità eccessive sarà da implementare il convoglio per la traversata, con tutte le perdite e le aggregazioni successive che già da ora si possono prevedere, tenendo a mente che il tempo è sempre alleato della verità.
E Pietro? E Roma?
Non tornerò qui sulla questione – già ampiamente analizzata altrove – del rapporto tra il deserto che ci tocca traversare e Roma, tra noi e Pietro. Dico solo che trovo particolarmente equilibrata una frase scritta in una pubblicazione della FSSPX in risposta agli attacchi del mondo «conservatore» nel 2023: «C’è chi sacrifica la professione della Fede per salvare la gerarchia. C’è chi sacrifica la gerarchia per salvare la professione della Fede», mentre «Mons. Lefebvre ha cercato una spiegazione e una strada che conservino tutti gli elementi costitutivi della Chiesa».
Il problema con cui tocca confrontarsi è sempre più quello di una romanità astratta e tendenzialmente posticcia. Ci possono essere tante romanità quante si vogliono: ne abbiamo viste di mazziniane, mussoliniane, russo-scismatiche (la fantomatica Terza Roma), persino yankee (con fasci e campidogli) e turche (Maometto II rivendicò l’eredità dell’impero col titolo di Qaysar-i Rûm, Cesare di Roma). Dunque, non stupisce che ci si debba confrontare con una romanità neomodernista, ovviamente falsa.
Il rapporto con Pietro (nrd, per approfondire vedere qui e qui) passa per la sottomissione che gli si deve senza automatismi robotici, senza servilismi comodi, ipocriti e vestiti da obbedienza, soprattutto senza dimenticare che l’Autorità è tale per servire la Verità e non il contrario. Chi dice che la verità cambia a piacimento dell’autorità appartiene a quella filosofia mondana da sempre considerata nostra nemica. Esistono condizioni che regolano questa sottomissione ed esistono esempi storici che ci mettono davanti agli occhi un quadro meno semplicistico di quello gabellato da chi, come preconizzava Mons. de Ségur un secolo e mezzo fa (vedere La rivoluzione guardata negli occhi), plaude oggi un clero marciante sotto lo stendardo della sovversione «credendo di esser sotto la bandiera delle Apostoliche Chiavi».
Questo travaglio ecclesiale è sicuramente unico ma dalla vicenda di Giovanni XXII e dell’errore sulla visione beatifica che costò il carcere al domenicano Thomas Waleys fino alla condanna di Onorio e ancora dall’intricata storia di Sant’Atanasio risalendo fino a San Paolo che «resistette in faccia» a San Pietro, ci si para innanzi una ricchezza e una complessità che va oltre l’immagine di un Papato stilizzato col quale relazionarsi in modo vuoto e meccanico. Peraltro, si noti che questa visione caricaturale è la stessa che hanno i protestanti: Roma come una sorta di autocrazia da operetta che sovrasta un esercito di automi e non quell’imponente Vicereame, divino nell’istituzione ma pure umano negli sviluppi secolari.
Proprio per fuggire le banalizzazioni contemporanee che per reazione hanno spinto troppi tra le braccia dei dissidenti orientali, bisogna tornare a una visione più profonda delle vicende ecclesiali. Stare dunque con Pietro e con Roma non in senso puramente sentimentale, astratto e disorganico ma reale, oggettivo e concreto soprattutto per ciò che la dottrina della Cattedra Romana già ha insegnato in modo vincolante. Ed è nella fedeltà effettiva a questa Sede che si misura l’autentica adesione alla romanità, «onde Cristo è romano» per citare Dante. Amare la Roma cristiana ed eterna è condizione per essere cattolici, ma bisogna prima capire cosa sia questa Roma, perché non si può amare ciò che non si conosce.
La Stella del mattino
La crisi che viviamo ci ha sottratto molto, è vero, ma ci ha pure tolto il «cattolicesimo» per inerzia, per conformismo, per noia. Ha operato una cesura, atroce sì, ma pure salutare. Ci costringe a scegliere, a prendere partito. E se va ripetuta ancora la risposta al «che fare?», ebbene sia: preghiera, formazione, militanza. Quest’ultima sempre più sconosciuta, purtroppo, ma da recuperare. Insomma, per dirla con San Giovanni Bosco, ci vuole «allegria, studio, pietà».
Con le nostre sole forze non possiamo fare nulla, il Cielo però ci ha donato – checché ne dicano i neomodernisti – una Mediatrice pronta a offrirci tutte le grazie delle quali necessitiamo, una Corredentrice, strettamente associata a Cristo nell’opera della nostra salvezza. A Lei eleviamo dunque le nostre invocazioni, i nostri canti, i nostri stendardi. Alle nostre imperfezioni supplirà l’Immacolata Concezione che non ha conosciuto il peccato originale, alle nostre debolezze ovvierà la Regina delle Vittorie che è l’onnipotente per grazia.
Corredemptrix humani generis, ora pro nobis.
Mediatrix omnium gratiarum, ora pro nobis.
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