Articolo basato su: Denyse O’Leary, “Evolutionary Lens Deterred Scientists from Considering Plant Cognition”, Science and Culture, 25 agosto 2026 — scienceandculture.com. Dei vari problemi dell’evoluzionismo materialista ci siamo già occupati in diversi volumi: Il Darwinismo: un mito tenace smentito dalla scienza, Dominique Tassot, traduzione di Roberto Bonato; Ritorno alle origini – Un punto di vista cattolico sugli inizi – Vol. I – Principii e tracollo del darwinismo e Ritorno alle origini. Un punto di vista cattolico sugli inizi. Vol. II – Un universo disegnato da Dio. Le conseguenze filosofiche e sociali del darwinismo, in collaborazione con il Kolbe Center for the Study of Creation; traduzione di Stefano Dal Lago; L’uomo e la sua natura e L’origine e i destini dell’uomo, Padre Angelo Zacchi O.P.


Per decenni la biologia ha dato per scontato che la cognizione, almeno in un certo senso, fosse una questione di neuroni: senza sistema nervoso centrale, niente elaborazione dell’informazione, niente “decisioni”. Le piante, prive di cervello, venivano quindi collocate fuori da ogni discorso di questo tipo. Oggi quella certezza sta franando, e secondo la giornalista scientifica Denyse O’Leary il motivo del ritardo non è stato tanto la mancanza di prove, quanto una serie di idee preconcette.

Il pregiudizio della gerarchia

Quando negli anni ’80 iniziarono a comparire i primi studi sulla comunicazione tra piante, la reazione della comunità scientifica fu di rigetto. Non perché i dati fossero deboli, ma perché non si conciliavano con un modello mentale già scritto: quello di una “lunga marcia dal fango alla mente”, una gerarchia evolutiva in cui capacità come la cognizione compaiono solo ai gradini più alti, vicino agli animali con sistema nervoso complesso.

O’Leary propone un rovesciamento di prospettiva: invece di chiedersi quanto un organismo assomigli a un cervello umano, si può partire dal presupposto che qualunque forma di vita sopravvissuta a lungo abbia dovuto, in un modo o nell’altro, risolvere problemi “decisionali” reali – semplicemente usando strutture completamente diverse da quelle animali. Certo non si può parlare di volontà e intelletto ma il discorso resta decisamente interessante.

Cosa fanno davvero le piante

Le prove accumulate negli ultimi quarant’anni sono difficili da liquidare come casualità biochimica:

  • Segnalazione del danno. Quando un bruco morde una foglia, la pianta rilascia glutammato – lo stesso neurotrasmettitore usato dal sistema nervoso umano – che innesca una cascata di segnali capace di preparare alla difesa le parti ancora intatte.
  • Allarme a distanza. La pianta attaccata immette nell’aria composti volatili che le piante vicine “intercettano”, attivando in anticipo le proprie difese.
  • Valutazione del rischio. In un esperimento con radici di pisello divise fra due vasi – uno a nutrimento costante, l’altro variabile – le piante hanno mostrato una vera e propria strategia decisionale: quando il vaso stabile garantiva risorse sufficienti alla sopravvivenza, la pianta investiva lì la crescita radicale; ma quando quella quantità costante scendeva sotto la soglia di sopravvivenza, la pianta si spostava verso la fonte imprevedibile, scegliendo il rischio pur di avere una possibilità in più.

Fenomeni simili emergono anche nei funghi, e secondo il biochimico James Shapiro dell’Università di Chicago il principio si estenderebbe a qualunque cellula vivente, comprese le forme procariotiche più elementari, capaci di segnalazione intercellulare e coordinamento multicellulare. Una posizione – “tutte le cellule viventi sono a modo loro cognitive” – che oggi trova spazio legittimo nel dibattito, mentre trent’anni fa sarebbe stata impensabile.

Dove finisce la cognizione e comincia la coscienza

Qui O’Leary introduce una distinzione che è il vero fulcro del suo ragionamento. Cognizione non è coscienza. Il primo termine indica semplicemente la capacità di percepire l’ambiente e reagirvi – una capacità che perfino un termostato possiede, in forma rudimentale, e che un computer possiede in forma molto più sofisticata, senza che nessuno sia disposto a chiamarlo cosciente.

La coscienza è un’altra cosa: è l’esistenza di un punto di vista, di un “sé” da cui il mondo viene osservato. È quello che Thomas Nagel intendeva chiedendosi cosa “si prova a essere” un pipistrello. Cani, gatti, cavalli – e probabilmente il polpo, un caso a sé che con la classica scala evolutiva ha ben poco a che fare – si comportano in modo da farci percepire una certa soggettività dietro le loro azioni: formano relazioni, costruiscono gerarchie sociali, riconoscono individui.

Questa distinzione per quanto la biologia contemporanea la esprima con un vocabolario proprio (e per quanto resti meritevole di cautele), non è estranea a una tradizione filosofica molto più antica. Quando i biologi parlano di “cognizione” vegetale intendono un termine funzionale: capacità di rilevare uno stimolo e produrre una risposta adattiva coordinata, senza che questo implichi conoscenza in senso proprio. È un’accezione non identica a quella che si applica agli animali dotati di sensibilità o all’uomo dotato di intelletto. Resta comunque un dato significativo: anche una vita “vegetativa”, priva di sensazione e di rappresentazione del mondo, non è mai pura passività meccanica, ma attività orientata, finalizzata alla propria conservazione e a quella della specie.

Il confine opaco

Insomma, se le piante – prive di sistema nervoso – riescono comunque a eseguire calcoli di rischio, segnalazione e difesa coordinata con questo livello di precisione, quanto regge ancora l’idea che una simile finalità intrinseca sia il puro prodotto del caso e della selezione, invece che l’espressione di un ordine – una forma, una finalità – già iscritto nella natura stessa dell’organismo vivente? Risposta fin troppo semplice.


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