Articolo basato sulla conversazione tra Denis Noble e Eric Metaxas, conduttore di Socrates in the City (youtube.com/watch?v=18pppZ3egOg).


C’è una frase, pronunciata nei primi minuti di questa conversazione, che vale da sola l’intero discorso: siamo stati fuorviati per ottant’anni da un’idea sbagliata di cosa sia la biologia come scienza. A pronunciarla non è un outsider in cerca di visibilità, ma Denis Noble: l’uomo che nel 1960, ancora giovane ricercatore, costruì il primo modello matematico dell’attività elettrica del cuore, gettando le basi della fisiologia computazionale e del “cuore virtuale” ancora oggi usato nella ricerca cardiaca. Un riduzionista di razza, insomma, diventato – dopo sei decenni di carriera – uno dei critici più rigorosi proprio del riduzionismo genetico.

Non è un aneddoto da poco: Noble è stato uno degli esaminatori della tesi di dottorato di Richard Dawkins, nel 1966. E oggi, con la stessa autorevolezza istituzionale – è stato presidente dell’Unione Internazionale delle Scienze Fisiologiche e membro della Royal Society – mette in discussione l’impianto teorico su cui buona parte della biologia contemporanea si è costruita.

Il 1942, Schrödinger e il bivio mancato tra fisica e biologia

Tutto comincia, secondo Noble, nel 1942, quando il fisico quantistico Erwin Schrödinger tenne a Dublino un ciclo di conferenze dal titolo Che cos’è la vita?. Schrödinger, pur non sapendo ancora che il materiale genetico fosse il DNA, ipotizzò che qualunque esso fosse, si comportasse come un cristallo capace di autoreplicarsi con precisione meccanica. È un’idea che, attraverso Watson e Crick, è arrivata intatta fino al “dogma centrale” della biologia molecolare – il DNA produce le proteine, le proteine producono noi – e che Richard Dawkins ha reso popolare, quasi parola per parola, nelle prime pagine de Il gene egoista.

Il paradosso, sottolinea Noble, è che proprio mentre la biologia si irrigidiva in questo determinismo assoluto, la fisica del Novecento faceva il percorso opposto: dalla certezza newtoniana del XIX secolo alla meccanica quantistica, dove a livello subatomico tutto è intrinsecamente indeterminato. Nessuno può prevedere dove si troverà un elettrone nel prossimo millisecondo. La biologia, invece, ha scelto – proprio nello stesso periodo storico – di andare nella direzione opposta, costruendosi come scienza totalmente deterministica.

Il cuore che non batte mai due volte allo stesso modo

È qui che entra in gioco l’esperienza diretta di Noble. Il suo modello matematico del 1960 descriveva il ritmo cardiaco come un’oscillazione regolare, prevedibile all’infinito. Ma quando si misura un cuore reale, quel ritmo non è mai perfettamente identico: c’è un “tremolio”, un margine di variazione – la stocasticità, come la chiama Noble – che il modello originario non prevedeva.

Non si tratta di un dettaglio residuale. Secondo Noble, quella componente di puro caso è il canale attraverso cui il corpo, nel suo insieme, esercita controllo sui propri organi e persino sui propri geni – esattamente ciò che i biologi riduzionisti, dice esplicitamente riferendosi a Dawkins “e alla compagnia”, non sono disposti ad accettare.

L’esempio più efficace arriva con la pandemia: di fronte a un virus nuovo, il sistema immunitario non “sapeva” già come riconoscerlo. Ha invece innescato un processo di mutazione casuale in milioni di cellule, generando molte varianti diverse di molecole capaci di agganciare il virus, per poi selezionare quelle efficaci. È il caso, non il programma genetico, a produrre l’immunità naturale – un meccanismo che userebbe la stessa imprevedibilità che, secondo Noble, distingue in modo netto la vita biologica (fatta per il 70% di acqua, e quindi soggetta al moto browniano scoperto già nel 1827) da un’intelligenza artificiale costruita su silicio cristallino, “rigido” per definizione.

Darwin, Wallace e il pavone che sceglie

Da qui Noble arriva al cuore della sua critica al neo-darwinismo, un termine – ricorda – che lo stesso Darwin non avrebbe mai accettato di vedere associato al proprio nome. La frattura, spiega, nasce già nell’Ottocento tra Darwin e Alfred Russel Wallace, co-scopritore della selezione naturale: per Wallace la selezione naturale era l’unico processo in gioco, puro caso cieco. Darwin, invece, scrisse nel 1871 che il pavone, con la sua coda sontuosa, sceglie consapevolmente con chi accoppiarsi: un elemento di “scelta”, non di pura casualità meccanica.

Il neo-darwinismo novecentesco, per Noble, ha di fatto cancellato questa componente di scelta e imprevedibilità, riducendo tutto – attraverso Il gene egoista di Dawkins – a un’unica frase: sono i geni ad aver creato noi, corpo e mente. Una visione che Noble definisce apertamente fatalista.

“Il gene egoista” come metafora scambiata per fatto

Uno dei passaggi più affilati della conversazione riguarda proprio il titolo del libro di Dawkins. Nessuna molecola, osserva Noble, può davvero essere “egoista”: l’egoismo presuppone la capacità di scegliere. Eppure Dawkins, rispondendo nel 1982 a un filosofo che criticava la metafora, scrisse che non si trattava di una metafora, ma della “letterale verità” – salvo poi, nell’edizione del quarantesimo anniversario del 2016, ammettere che avrebbe potuto chiamare il libro Il gene cooperativo senza cambiare nulla nel contenuto. Per Noble è una tautologia che, di fatto, svuota la forza originaria della tesi.

Il genoma che prometteva tutto e non ha mantenuto quasi nulla

Il cuore pratico della critica di Noble riguarda però il Progetto Genoma Umano. Come impresa scientifica – sequenziare tre miliardi di paia di basi – è stato, dice senza ambiguità, un successo enorme. Il problema è la promessa che lo ha accompagnato: Francis Collins, allora a capo del progetto, garantiva pubblicamente che entro il 2010 un paziente avrebbe potuto portare dal proprio medico la sequenza del proprio DNA e ricevere la terapia corretta per un tumore.

Non è mai successo. Un lavoro del 2023 dell’University College London ha mostrato che, anche sommando tutti i punteggi di associazione genetica con le malattie, non è possibile prevedere in modo affidabile chi svilupperà un tumore o una patologia cardiovascolare – che insieme causano circa il 60% dei decessi umani. Un problema che, ricorda Noble, uno scienziato citato come Nicholas Vault aveva già segnalato negli anni Novanta. Il modello funziona solo per il 5% circa della popolazione, quella colpita da malattie monogeniche rare; per il restante 95% dell’umanità, il genoma da solo non basta a prevedere nulla.

Perché fallisce? Perché, spiega Noble tornando al cuore, i sistemi biologici sono “fail-safe”: se un gene che genera il ritmo cardiaco viene disattivato, il ritmo continua comunque, perché esistono meccanismi di riserva a livello dell’intera cellula, non solo della singola molecola di DNA. È lo stesso motivo per cui il famoso “DNA spazzatura” – quel 95% del genoma che non codifica proteine – si è rivelato tutt’altro che spazzatura: la cellula stessa lo riconosce ed espelle ciò che davvero non serve.

Una ferocia accademica reale

Che il prezzo di queste posizioni sia alto, Noble lo racconta con un episodio concreto: nel 2016 organizzò un convegno alla Royal Society – l’accademia nazionale delle scienze del Regno Unito, di cui è membro – su nuove tendenze in biologia evolutiva. Prima ancora che l’incontro si tenesse, ventun altri membri della Royal Society scrissero una lettera di protesta al presidente dell’istituzione, paragonando l’idea di far organizzare quel convegno a Noble a quella di affidare a un omeopata l’organizzazione di un congresso di medicina clinica. La conferenza si tenne comunque, con il pubblico in overflow proprio a causa della polemica.

Il brodo primordiale che non si scioglie e il “teorema delle scimmie finite”

Un secondo fronte, altrettanto radicale, riguarda l’origine della vita. Noble richiama qui il lavoro del chimico James Tour della Rice University – un confronto, racconta, che lo ha portato a scrivere il suo libro Is Atheism Dead?. Tour parte dall’esperimento di Miller e Urey (Università di Chicago, 1951-52), che produsse amminoacidi simulando le condizioni della Terra primordiale e che per decenni è stato presentato come il primo passo verso una spiegazione chimica dell’origine della vita. Settant’anni dopo, secondo Tour, quella strada non solo non ha fatto un passo avanti, ma ha reso ancora più implausibile l’idea che una cellula possa emergere semplicemente dal rimescolamento casuale di un “brodo prebiotico”.

Noble aggiunge un dato preciso: due matematici, circa tre anni fa, hanno formalizzato quello che chiamano il “teorema delle scimmie finite” (in contrapposizione al classico “teorema delle scimmie infinite”, secondo cui dato abbastanza tempo il puro caso potrebbe produrre qualsiasi cosa, persino un testo di Shakespeare). Il calcolo mostra che, con il tempo realmente disponibile – 13,6 miliardi di anni, l’età dell’universo – la probabilità di ottenere anche una singola frase di Shakespeare per puro caso è nulla: nel migliore dei casi si potrebbe ottenere una parola come “banana”. Da qui la conclusione di Noble: se ci si affida alla sola selezione naturale intesa come puro caso, l’emergere della vita resta semplicemente incalcolabile.

La conclusione: l’umiltà scientifica come coraggio, non come resa

Il filo che lega tutta la conversazione – dal cuore al genoma, dal brodo primordiale alla coscienza – è racchiuso in un’espressione che Noble usa esplicitamente per definire la propria posizione: umiltà scientifica. Non significa dichiarare “non lo sapremo mai” e chiudere la questione, ma ammettere onestamente di non sapere quanto tempo servirà per capire – e, soprattutto, di non sapere nemmeno se sia davvero possibile arrivarci. È una distinzione minima nel linguaggio, ma enorme nella sostanza, ed è – nelle parole stesse di Noble – una posizione che richiede tanto umiltà quanto coraggio, specialmente in un ambiente professionale che, come dimostra l’episodio della Royal Society, può reagire con vera e propria ostilità a chi la propone.

Vale la pena essere precisi fino in fondo: Noble non liquida né la genomica né altro come imprese fallite o inutili. La sua non è una condanna della scienza, ma una critica alla retorica che spesso l’accompagna – quella che trasforma ipotesi di lavoro in certezze definitive e che rende, dopo decenni di carriere, finanziamenti e promesse pubbliche, psicologicamente difficilissimo ammettere di essere saliti, con grande fatica, su una scala appoggiata al muro sbagliato.


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