di Luca Fumagalli
Nota della redazione: il presente articolo è una traduzione dall’inglese di un pezzo apparso qualche settimana fa sulla St Moluag’s Coracle, newsletter dedicata alla cultura cattolica scozzese. Il testo originale è reperibile QUI
Compton Mackenzie scrisse Catholicism and Scotland sul finire di quegli anni che lo videro impegnato in prima persona per la causa del nazionalismo scozzese. Il libro, pubblicato dalla Routledge nel 1936, è una breve storia della Scozia dal punto di vista dei cattolici, di taglio apologetico, che ha come principale obiettivo quello di smascherare i falsi miti diffusi dalla storiografia protestante e di ridare la giusta dignità ai protagonisti che hanno reso grande una nazione dall’esistenza travagliata.
A volte Catholicism and Scotland pecca per eccessiva sintesi, risultando a tratti lacunoso, specie quando si ha a che fare con la storia scozzese dal XVIII al XX secolo. L’impressione generale che se ne ricava è che il suo autore vi abbia lavorato un po’ troppo in fretta, avvalendosi di un numero relativamente limitato di fonti. Allo stesso modo l’abuso di lunghe citazioni spezza il ritmo della lettura e sa un po’ troppo di espediente per aumentare il numero di pagine. D’altronde Mackenzie, come testimonia la sua monumentale bibliografia, era uso a operazioni editoriali che puntavano più sulle facili vendite che sulla qualità.
Tuttavia il libro, oltre a vantare uno stile nel complesso godibile, rimane una lettura istruttiva, soprattutto se lo si intende come un invito a ricoprire le vere radici religiose e culturali della Scozia. Non a caso l’autore ogni volta che ne ha l’opportunità ribadisce un assunto per lui fondamentale, ossia che la progressiva protestantizzazione del Paese ha coinciso con la sua anglicizzazione, con tutte le sciagure che ne sono conseguite. E ciò a partire proprio da John Knox: «Non sarebbe azzardato ipotizzare che fu proprio lui il primo a presentare l’Inghilterra agli scozzesi come la terra promessa di Canaan, dove scorreva latte e miele»; inoltre, e su questo Mackenzie non ha dubbi, «se avesse potuto imporre la sua volontà alla Chiesa anglicana oltre confine, si sarebbe accontentato di realizzare la Riforma in Scozia attraverso l’annessione del suo Paese all’Inghilterra».
Tra i bersagli preferiti dello scrittore vi è pure Walter Scott il quale, a suo dire, è stato uno dei più colpevoli tra coloro che hanno dato della storia scozzese una visione distorta, conseguenza della sua profonda ignoranza del cattolicesimo. Per esempio non colse affatto come nel Medioevo il progresso diffuso sia dipeso dalla missione civilizzatrice della Chiesa, sostenuta dai sovrani, o di come fenomeni soprannaturali, poco importa se siano realmente avvenuti o no, rivelino perlomeno delle profonde verità (come quando, prima della disfatta di Flodden, si dice che San Giovanni sia apparso a Giacomo IV sconsigliandoli di invadere l’Inghilterra).
Il tono polemico di Catholicism and Scotland emerge sin dalle primissime pagine che trattano del cristianesimo celtico. Secondo l’autore la pretesa del presbiterianesimo moderno di essere il corpo religioso più vicino nello spirito a San Columba e ai suoi monaci è semplicemente assurda, così come erano assurde le rivendicazioni dei riformisti che pubblicizzarono la loro azione come un tentativo di eliminare dalla Chiesa scozzese tutte le influenze esterne. Il cristianesimo celtico, per quanto le contingenze storiche lo abbiano per lungo tempo tenuto ai margini del resto della cattolicità, era intimamente latino, tanto che nella famosa lettera di San Colombano a papa Bonifacio IV vi è un palese riconoscimento della supremazia del pontefice. Anche Naiton, re dei Pitti, colpito dalle parole del Vangelo di San Matteo, «Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam», volle porre il suo regno sotto la protezione del capo degli apostoli. San Pietro rimase probabilmente patrono della Scozia fino all’arrivo delle reliquie di Sant’Andrea, tratte in salvo dalle razzie dei normanni.
Figure come Santa Margherita, pur di sangue sassone, hanno poi dato un apporto fondamentale al consolidamento del regno, riorganizzando il clero e rendendo consapevoli i suoi abitanti di essere parte di una nazione. Chi la accusa dell’estinzione del gaelico nelle Lowlands non si rende conto che senza la sua instancabile opera la Scozia difficilmente sarebbe sopravvissuta e non avrebbe mai avuto sovrani come Alessandro I e Davide I che riuscirono ad allontanare qualsiasi influenza inglese sulle diocesi del Paese. Venne quindi a crearsi una stretta identificazione tra i sudditi e il proprio re; questo, a parere di Mackenzie, è anche il motivo per cui il nazionalismo irlandese del Novecento è così vivace a confronto di quello scozzese, che manca di un importante punto di riferimento.

«Durante il XIII secolo», considerato dall’autore il più grande della storia nazionale, «la Scozia marciò al passo con quella sublime processione del Medioevo verso l’eternità, e il secolo di pace con l’Inghilterra fu il segno esteriore di tale accordo». Grazie anche all’influenza della fede cattolica è come se le varie parti del Paese si fossero fuse in un tutto ben bilanciato. A quel tempo risale la leggenda secondo la quale il re Alessandro III divenne amico di San Domenico a Parigi e allora visse pure il Doctor Subtilis, Duns Scoto, il più importante teologo scozzese.
Con la sottomissione da parte dell’Inghilterra e il furto della Pietra del destino, fu la Chiesa, nelle vesti di Robert Wishart, vescovo di Glasgow, a prendere in mano le redini della causa nazionalista. La sua presa di posizione ispirò Wallace, Andrew de Moray e lo stesso Bruce, dando alla lotta per la libertà il carattere di una vera e propria crociata. Dopo la vittoria, però, sia la nazione che la Chiesa ne uscirono profondamente sfibrati, ma grazie alla fedeltà dei cinque Giacomo succedutosi al trono quest’ultima continuò a essere un punto di riferimento. Nel frattempo l’Arcivescovo di St Andrews venne riconosciuto dal pontefice primate di tutta la Scozia e si tentarono inutilmente di avviare importanti riforme ecclesiastiche che vennero impedite dalle fazioni nobiliari, perennemente in lotta per il potere. Abusi e disordini continuarono e così, con l’avvento della rivoluzione protestante, la Scozia, al pari del resto della cattolicità, si ritrovò impreparata ad affrontare la tempesta che si stava abbattendo su di essa.
Indipendentemente dalle opinioni che si hanno sulla cosiddetta Riforma, Mackenzie sottolinea che la maggior parte degli scozzesi ormai «riconosce che le motivazioni dei principali attori erano l’avidità e l’ambizione, i metodi la violenza e il tradimento, i fattori decisivi il denaro inglese e le picche inglesi». Il cardinale David Beaton, ennesimo grande patriota in una Paese che pullulava di traditori, si ritrovò a capo della resistenza scozzese all’aggressione di Enrico VIII e, dopo di lui, toccò a Maria di Guisa e a Maria Stuart fare il possibile per mantenere la Scozia cattolica e indipendente. Nell’ombra si muoveva Knox, di cui Mackenzie offre un ritratto impietoso, dandogli del vigliacco e del debole, un approfittatore senza scrupoli tanto quanto Elisabetta, «una regina a cui mancavano allo stesso tempo le essenziali caratteristiche fisiche e mentali della femminilità». La Riforma venne quindi applicata in Scozia in maniera non troppo diversa dalla rivoluzione bolscevica, imponendo a tutta la nazione la volontà di una minoranza. Le chiese furono distrutte e lo zelo per la Parola di Dio causò un fanatismo diffuso di cui la caccia alle streghe fu forse la più esecrabile manifestazione.
La creazione della Established Kirk trasformò di fatto la Scozia, dal punto di vista delle autorità romane, in una terra di missione. Ai religiosi fu imposto di abbandonare il Paese, che si tentò in ogni modo di protestantizzare con persecuzioni e leggi penali, e solo in alcuni territori della Highlands e delle isole fu possibile conservare la fede cattolica. Sebbene Propaganda Fide impiegò troppo tempo per rendersi conto della gravità della situazione, vennero costruiti seminari all’estero per la formazione dei sacerdoti, e molti, tra cui il gesuita John Ogilvie, scelsero volontariamente la via del martirio pur di portare il conforto dell’Eucarestia ai connazionali.
Sotto il regno di Giacomo VI e I d’Inghilterra tra gli stessi protestanti iniziarono le divisioni, con quello scontro tra episcopaliani e presbiteriani che fu una delle concause della Guerra civile. Cromwell umiliò ulteriormente la Scozia imponendovi la sua volontà con pugno di ferro e per i cattolici fu possibile tirare il fiato unicamente sotto il breve regno dell’ultimo sovrano Stuart. Dopo la Gloriosa rivoluzione ripresero le persecuzioni e a nulla valsero i tentativi di opposizione, compresa la coraggiosa ma fallimentare impresa del principe Carlo Edoardo. In caso di vittoria verosimilmente in una manciata di anni l’intera Scozia gaelica sarebbe tornata cattolica ed ecco perché Mackenzie scrive che «a Culloden si perse molto di più di un semplice regno terreno».
Fortunatamente, col passare dei decenni, al netto di episodi terribili quali le Highland Clearances, la pressione sui cattolici scozzesi andò alleggerendosi, complice anche la forte affluenza di immigrati dall’Irlanda e l’inesorabile declino del protestantesimo. All’inizio del XIX secolo venne garantita l’emancipazione e nel 1878 papa Leone XIII ristabilì la gerarchia, sostituendo il vecchio sistema dei vicari apostolici.
L’epilogo di Catholicism and Scotland è dedicato all’attualità; in particolare l’autore si lascia andare a un’interessante riflessione sul rapporto che intercorre tra il revival nazionalistico esploso allora e il cattolicesimo, ravvisando i limiti di un indipendentismo che abbia a cuore unicamente la libertà politica, senza preoccuparsi di garantire un’effettiva unità culturale e religiosa alla Scozia. «Il cattolico scozzese», conclude Mackenzie, «sa di non poter rendere un servizio più prezioso al suo Paese che dedicare tutte le sue energie, tutte le sue emozioni, tutta la sua eloquenza a sostenere e diffondere quella che crede essere l’unica Verità in grado di condurre l’uomo in sicurezza verso il suo destino immortale». Del resto, «l’indipendenza non vale la pena di essere conquistata se non è ottenuta per la maggior gloria di Dio».


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Fonte immagine di copertina: https://www.dailymail.com/news/article-7216359/Remote-coastal-cottage-Sir-Compton-Mackenzie-wrote-Whisky-Galore-goes-sale-325-000.html
