Dal blog circulosantoreino.blogspot.com riprendiamo in nostra traduzione il seguente interessante articolo.
C’è una scena nell’Odissea che, a forza di essere stata ripetuta per quasi tremila anni, rischia di sembrarci troppo nota per continuare a esserci terribile. Ulisse è seduto su una spiaggia. Non combatte. Non ci sono ciclopi, né lance, né tempeste, né cadaveri di compagni galleggianti tra i resti di una nave. E non soffre nemmeno la fame. Al contrario: si trova sull’isola di Calipso, una dea lo ama, nulla di veramente spiacevole sembra minacciarlo e si apre persino davanti a lui un’esistenza che qualsiasi prudente amministratore di rischi avrebbe considerato infinitamente preferibile all’avventura di prendere di nuovo il largo. E tuttavia, quell’uomo guarda l’orizzonte e piange.
Piange per Itaca.
Conveniente iniziare da lì, perché l’Odissea non è, come si dice tante volte con quella disinvoltura con cui si dicono le cose che tutti hanno sentito dire ma pochi hanno letto, la storia di un uomo che cerca il suo destino. Ulisse conosce perfettamente il suo destino. E non cerca nemmeno una patria. Ne ha già una. Né pretende di fondare una città più moderna di quella piccola isola pietrosa da cui è partito vent’anni prima. Ulisse vuole tornare. Ed è forse questa la prima ragione per cui un cattolico della Tradizione può leggere Omero con un disagio particolare. Perché nemmeno lui pretende – o non dovrebbe pretendere – di scoprire una Chiesa sconosciuta. Non naviga alla ricerca di un cristianesimo più puro del cristianesimo, né di una liturgia concepita durante un pomeriggio particolarmente ispirato, né di una dottrina riservata a pochi iniziati capaci di scoprire ciò che diciannove secoli di santi, dottori, papi, concili e martiri non sono riusciti a scoprire. Se è davvero tradizionale, il suo movimento fondamentale non è l’invenzione, ma il ritorno. Ha ricevuto qualcosa. Sa, o crede di sapere, da dove viene. Ed è proprio per questo che diffida di coloro che gli assicurano che l’unico modo per essere fedele alla casa consiste nell’andarsene definitivamente da essa. La parola decisiva è, quindi, ritorno. Ed è per questo che la nostra storia non inizia propriamente con una battaglia. Inizia con la memoria di Itaca.
Il loto.
Prima di Calipso ci furono i lotofagi. L’episodio è breve e, proprio per questo, straordinario. Gli uomini di Ulisse sbarcano in una terra i cui abitanti mangiano il loto. Alcuni compagni assaggiano quel cibo e accade qualcosa di molto più pericoloso di una sconfitta: smettono di voler tornare. Non vengono uccisi. Non vengono imprigionati. Non si chiede loro di abiurare solennemente da Penelope, di bruciare un’immagine di Itaca o di redigere un documento spiegando che una simile isola non è mai esistita. Semplicemente, mangiano. E dimenticano. Ulisse deve portarli via con la forza fino alle navi. Questa è una di quelle intuizioni degli antichi che la nostra civiltà, dopo aver inventato innumerevoli scienze destinate a spiegarci ciò che siamo, non è ancora riuscita a migliorare. Ci sono sconfitte che hanno bisogno di carnefici; altre hanno solo bisogno di comodità. Ci sono idee che non è necessario confutare: basta fare in modo che nessuno abbia voglia di difenderle. E ci sono patrie che non hanno bisogno di essere conquistate se si può persuadere i loro figli che tornare ad esse risulta faticoso, sconveniente o, peggio ancora, di cattivo gusto. Forse è per questo che il loto è un’immagine più appropriata per comprendere determinate metamorfosi del cattolicesimo tradizionale rispetto a tutti i draghi apocalittici che potremmo evocare. Perché il tradizionalista raramente si sveglia una mattina, dopo vent’anni di combattimento, esclamando che il liberalismo era meraviglioso, che il modernismo è stato ingiustamente condannato e che la riforma liturgica costituisce il culmine di venti secoli di culto cristiano. Le conversioni intellettuali esistono, naturalmente, ma la storia umana conosce un procedimento assai meno faticoso: abituarsi. Prima si smette di parlare di certe cose perché possono risultare inopportune. Poi si scopre che coloro che continuano a parlarne possiedono un carattere eccessivamente aspro. Più tardi si comprende che, in realtà, le antiche controversie appartenevano a un’altra epoca. Infine si continua a celebrare la stessa messa, utilizzando lo stesso messale, indossando la stessa pianeta, pronunciando le stesse parole latine e forse cantando lo stesso Credo che si cantava quando si iniziò a combattere, solo che non si ricorda più esattamente perché si iniziò a combattere. Il loto ha questo vantaggio. Non esige apostasie: produce amnesia. E arriviamo così a quella parola francese che per anni ha avuto, tra i discepoli di Monsignor Marcel Lefebvre, una sonorità quasi zoologica: ralliés.,La parola ha una storia precedente e non fu inventata da Lefebvre, naturalmente. La Francia conosceva bene il ralliement. Ma nel piccolo mondo tradizionalista successivo al 1988 acquisì un significato concreto. Designò coloro che, dopo le consacrazioni episcopali di Écône, accettarono una regolarizzazione con le autorità romane e si posero sotto il regime inaugurato attorno a Ecclesia Dei. Lì sarebbero apparse comunità, istituti, monasteri e sacerdoti che conservarono l’antica liturgia e che rifiutarono, inoltre, che una simile regolarizzazione significasse necessariamente una capitolazione dottrinale. È opportuno dire questo perché una polemica diventa noiosa non appena si comincia col falsificare l’avversario. Non tutti i cosiddetti ralliés la pensarono allo stesso modo. Non tutti percorsero lo stesso cammino. Non tutti abbandonarono le stesse posizioni. Alcuni sostennero espressamente di non aver affatto rinunciato al combattimento per la Tradizione. E se vogliamo discutere con loro, bisognerà discutere su ciò che hanno detto, non con pupazzi fabbricati per essere abbattuti prima di colazione. Ma non conviene nemmeno falsificare Lefebvre. Perché ridurre la sua obiezione a un capriccio canonico – «loro hanno pattuito e noi no» – significherebbe non aver capito gran ché. Il vecchio arcivescovo temeva qualcosa di più sottile: temeva il loto. Una messa può sopravvivere a una sconfitta. Questo è forse uno dei punti più scomodi dell’intera questione. Per molto tempo la battaglia tradizionalista è stata presentata come una battaglia per la messa. Ed è lo stato, evidentemente. Come non avrebbe dovuto esserlo? La liturgia non costituisce un elemento decorativo della religione cattolica, come la musica d’ambiente di un ristorante; esprime una teologia, educa una fede e ordina l’uomo verso Dio mediante gesti, silenzi, parole e sacrificio. Ma Lefebvre insistette più e più volte sul fatto che il problema non finiva lì. Si poteva restituire la messa e conservare la rivoluzione. Peggio ancora: si poteva restituire proprio la messa per rendere tollerabile la rivoluzione. E qui comincia il vero problema dei ralliés. Che cosa succederebbe se Roma dicesse al tradizionalista: conservi pure il suo altare, il suo latino, il suo canto gregoriano, la sua talare, le sue rubriche e le sue magnifiche pianete; costruisca seminari, pubblichi messali, organizzi pellegrinaggi e celebri pontificali capaci di far piangere un fotografo, ma smetta di presentare la crisi contemporanea della Chiesa come una crisi dottrinale? La proposta sarebbe molto più pericolosa di una persecuzione. Le persecuzioni hanno la scortesia di ricordarci chi siamo. La tolleranza può farcelo dimenticare. E non è difficile immaginare il processo. All’inizio si afferma: «Non abbiamo rinunciato a nulla». Poi: «Non è prudente insistere ora su determinate questioni». Più tardi: «Quelle espressioni appartenevano al contesto polemico degli anni Settanta». Poi: «Bisogna interpretare tutto quello alla luce del magistero successivo». Infine arriva una generazione di sacerdoti che conosce perfettamente le rubriche del 1962, ma contempla le antiche battaglie dottrinali come le stravaganze temperamentali di antenati particolarmente francesi. La rivoluzione avrà allora realizzato un capolavoro. Non avrà distrutto la messa: l’avrà trasformata in una riserva indiana.
Circe sa accogliere
Poi ci sono i palazzi. La resistenza ha un notevole svantaggio sociale: stanca. All’inizio può persino risultare romantica. C’è qualcosa di giovanilmente attraente nell’essere in pochi, nell’essere perseguitati, nel celebrare messe in garage, cappelle improvvisate o saloni prestati, e nell’ascoltare sacerdoti che sembrano giocarsi qualcosa ogni volta che salgono all’altare. Ma gli anni passano. I bambini crescono. I sacerdoti invecchiano. I fedeli vogliono chiese. I seminaristi hanno bisogno di seminari. Gli istituti hanno bisogno di personalità giuridica. Gli edifici hanno bisogno di permessi. I conti hanno bisogno di banche. E persino il crociato più accanito scopre, prima o poi, che un riscaldamento centralizzato funziona meglio quando qualcuno paga la bolletta. Circe lo sa. Per questo Circe non accoglie i navigatori con una spada. Li invita ad entrare. Sarebbe infantile trasformare questo in un’accusa contro qualsiasi riconoscimento canonico. La Chiesa è una società visibile e gerarchica, e nessun cattolico può considerare l’irregolarità un sacramento. L’anomalia non è un ideale. Nessuno sano di mente dovrebbe innamorarsi di una situazione di emergenza fino al punto di volerla perpetuare per il solo gusto di sentirsi eroico. Proprio per questo la questione posta da Lefebvre era infinitamente più seria. Non chiedeva semplicemente: «Ci riconosceranno?». Chiedeva: «Che cosa riconosceremo noi in cambio?». Tutta la differenza sta lì. Se il prezzo per uscire da una situazione anormale consiste semplicemente nel ricevere ciò che la giustizia e il diritto consentono di ricevere, sia benedetto Dio. Ma se il prezzo consiste nel tacere su ciò per cui si è accettata per decenni l’anomalia, allora forse Circe ha apparecchiato la tavola. E una tavola ben imbandita può essere pericolosissima per uomini che da vent’anni mangiano sul ponte di coperta.
Le sirene hanno un’ottima educazione.
Naturalmente, non tutto può essere risolto mediante il cibo. Per questo ci sono le sirene. Le sirene non dicono sciocchezze. Questo è un dettaglio che si tende a dimenticare quando si trasforma l’episodio omerico in un racconto per bambini. Il loro pericolo deriva precisamente dal fatto che sanno: promettono conoscenza, conoscono Troia, conoscono le sventure di greci e troiani. Il loro canto non è un rumore assurdo, ma una voce che merita di essere ascoltata. La tentazione veramente pericolosa non dice mai: «Abbandona la fede». Dice: «Siamo ragionevoli». E allora comincia la musica. «Non possiamo vivere permanentemente nel 1970.» «Bisogna superare le vecchie ferite.» «La situazione è cambiata.» «Oggi abbiamo vescovi che ci accolgono.» «La messa tradizionale è riconosciuta.» «Ci sono giovani sacerdoti interessati alla Tradizione.» «Non dobbiamo chiuderci in noi stessi.» «Bisogna lavorare dall’interno.» «Non possiamo esigere che Roma cambi prima di parlare con Roma.» Si noti che alcune di queste frasi possono contenere una parte considerevole di verità. Proprio per questo sono sirene e non ragli. Il problema non consiste nel chiedersi se ogni proposizione, isolata in una provetta, contenga elementi di verità. Il navigatore si chiede qualcosa di molto più pratico: Verso dove va la nave mentre ascoltiamo? Perché una nave può mantenere intatti il suo legno, le sue vele, la sua bandiera e persino la bussola, mentre cambia impercettibilmente rotta. E forse era proprio questo il timore più profondo di Lefebvre quando parlava di una sorta di osmosi tra i tradizionalisti regolarizzati e il mondo ecclesiastico che li accoglieva. Non immaginava necessariamente un sacerdote entrare in un ufficio romano come antimodernista e uscirne quaranta minuti dopo trasformato in discepolo di Teilhard de Chardin. Le vicende umane hanno raramente questa cortesia teatrale. L’osmosi ha bisogno di anni: un pranzo, un’amicizia, un invito, una concelebrazione che sembra conveniente, una parola che non si usa più, un libro che si smette di raccomandare, una condanna che inizia a risultare imbarazzante, un anniversario che non si celebra più, una fotografia che sarebbe meglio non pubblicare… Finché un giorno nessuno ha firmato nulla, nessuno ha abiurato nulla, nessuno ha tradito formalmente nessuno e, tuttavia, il nipote spirituale pensa esattamente ciò contro cui ha combattuto il nonno. È un procedimento mirabile. Le rivoluzioni mature preferiscono ereditare i propri nemici piuttosto che fucilarli.
Scilla e Cariddi
Ma sarebbe troppo comodo finire qui. Perché anche la resistenza ha i suoi mostri. E chi riconosce unicamente le tentazioni dell’avversario ha probabilmente già ceduto alle proprie. Ulisse dovette passare tra Scilla e Cariddi. Il cattolico tradizionalista conosce anch’egli due pericoli opposti. Da un lato c’è l’assorbimento. Il desiderio di essere accettati può finire per modificare ciò che si considera accettabile. Si comincia cercando un luogo legittimo all’interno della Chiesa e si può finire per trasformare la Tradizione in sensibilità liturgica: una preferenza venerabile, forse mirabile, paragonabile alla passione di altri per determinati riti orientali. Ci sono incenso, gregoriano, talari, pellegrinaggi e famiglie numerose. Tutto sembra essere lì. Tranne il motivo per cui tutto ciò è dovuto essere difeso. Questa sarebbe Cariddi. Ma dall’altro lato attende Scilla. La resistenza può trasformarsi in identità. Poi, l’identità può trasformarsi in autosufficienza. E infine può comparire una tentazione quasi simmetrica alla precedente: se alcuni sono disposti a sacrificare la verità per conservare la comunione visibile, altri possono finire per sacrificare la natura visibile e gerarchica della Chiesa per conservare una purezza che ormai solo loro sono capaci di certificare. Allora ogni riconciliazione è tradimento, ogni prudenza, viltà, ogni conversazione, compromesso, ogni autorità, sospetta, ogni vicino, insufficientemente resistente. E poiché c’è sempre qualcuno situato mezzo centimetro più a destra di noi, la resistenza si divide, la divisione si divide di nuovo e i superstiti finiscono per riunirsi in una stanza per dichiarare di essere, probabilmente, gli ultimi cattolici sulla terra.
Tantomeno Itaca si trova lì
Perché la Tradizione cattolica non consiste nel resistere per il gusto di resistere. La resistenza è un mezzo. Si resiste per conservare qualcosa. Se si arriva ad amare la barricata più di ciò che sta dietro di essa, è avvenuta una perversione profonda tanto quanto quella dell’uomo che consegna ciò che ha difeso pur di farsi permettere di abbandonare la barricata. Per questo sarebbe intellettualmente miserabile trasformare la Fraternità Sacerdotale San Pio X in Itaca. La Fraternità non è Itaca. Écône non è Itaca. Monsignor Lefebvre non è Itaca. Sono, se si accetta la nostra similitudine, uomini, porti, strumenti e navi appartenenti a una traversata molto più grande. La patria è un’altra. L’uomo che voleva tornare. Forse ora possiamo comprendere meglio quella frase di Lefebvre che sconcerta coloro che riducono tutta la crisi tradizionalista a una disputa su permessi liturgici. L’arcivescovo parlava di aspettare fino a quando Roma non avesse di nuovo incoronato Nostro Signore Gesù Cristo. L’espressione contiene un intero programma. Non diceva: fino a quando Roma non ci concederà abbastanza chiese. Né: fino a quando non potremo ordinare sacerdoti tranquillamente. E nemmeno: fino a quando non ci lasceranno celebrare la messa antica. La questione che Lefebvre poneva era dottrinale. Liberalismo, libertà religiosa, ecumenismo, collegialità, regalità sociale di Cristo, natura della Chiesa, rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno: era questo il vero oceano sul quale credeva di stare navigando. Si potrà discutere se ebbe ragione. Si potrà discutere se esagerò. Si potrà discutere se determinate sue formulazioni furono prudenti, esatte o circostanziali. Ciò che non sembra intellettualmente lecito è sostituire retrospettivamente il suo combattimento con un altro molto più comodo, e affermare poi che si è ottenuto ciò che egli cercava perché ci sono luoghi in cui si celebra tranquillamente la messa che ha difeso. Sarebbe come comunicare a Ulisse che non ha bisogno di proseguire fino a Itaca perché abbiamo costruito in Sicilia una casa esattamente identica. Forse avrà le stesse pietre. Forse vi pianteremo persino un ulivo. Ma Itaca non è lì.
Calipso
E torniamo sulla spiaggia. Perché di tutti i nemici di Ulisse, Calipso è forse il più terribile. Polifemo vuole divorarlo. Poseidone vuole distruggerlo. I Lestrigoni annientano le sue navi. Le sirene vogliono attrarlo verso la morte. Calipso, invece, gli vuole bene: gli offre riposo, gli offre amore, gli offre permanenza. In un certo senso gli offre persino di sfuggire alla miserabile condizione umana che lo attende a Itaca. E Ulisse piange. Questo è il mistero che la nostra epoca comprende sempre meno: un uomo può preferire una patria imperfetta a un paradiso che non è suo. Neanche la Tradizione dovrebbe essere confusa con la ricerca di un rifugio confortevole all’interno della catastrofe. Possono esserci magnifiche chiese tradizionali. Possono esserci liturgie perfette. Possono esserci congressi, pellegrinaggi, scuole, pubblicazioni, monasteri, vocazioni. Grazie a Dio per tutto questo. Ma resta ancora una domanda. Una sola. Terribilmente spiacevole: Vogliamo ancora arrivare a Itaca? Non chiediamo se conserviamo fotografie di Itaca. Non chiediamo se i nostri figli sanno cantare le canzoni di Itaca. Non chiediamo se un’autorità abbia autorizzato ufficialmente la costruzione di piccole riproduzioni di Itaca. Chiediamo se vogliamo ancora tornare. Perché il loto non distrugge la patria. Distrugge il desiderio di tornare.
Penelope
E a Itaca qualcuno aspetta. Penelope tesse. Anche questa è un’immagine che merita di essere riscattata dai manuali scolastici. Durante il giorno tesse il sudario di Laerte; durante la notte disfa ciò che ha tessuto. I proci vogliono costringerla ad accettare che Ulisse non tornerà più e che, di conseguenza, è giunta l’ora di riorganizzare ragionevolmente la casa. Bisogna adattarsi alla nuova situazione. Ulisse appartiene al passato … vent’anni sono troppi. La realtà si è imposta. I proci sono lì, sono numerosi. Mangiano alla sua tavola; amministrano di fatto il palazzo. Perché continuare ad aspettare? Penelope risponde tessendo. E disfacendo la tela. C’è in quella donna una forma di resistenza molto meno spettacolare delle imprese di suo marito e forse non meno eroica. Non può sconfiggere i proci. Non può cacciarli. Non può nemmeno impedire che divorino i beni della sua casa. Può soltanto negare loro il suo consenso definitivo. Forse qui appare l’immagine più esatta del tradizionalista che non è vescovo, né teologo, né superiore di congregazione, né protagonista di grandi trattative romane. Il fedele. Il padre di famiglia. La madre. Il vecchio sacerdote. La religiosa. Il ragazzo che impara il catechismo. Non possono risolvere la crisi della Chiesa. Non possono convocare un concilio. Non possono correggere Roma. Non possono restaurare per decreto ciò che credono distrutto. Possono fare qualcosa di apparentemente minuscolo: non chiamare vero ciò che considerano falso, non chiamare buono ciò che considerano cattivo, non fingere che una battaglia sia finita solo perché sono stanchi di combatterla. Tessere di giorno, disfare di notte. E aspettare.
Quando la barca si converte in patria.
Rimane ancora un’ultima tentazione. Forse la più specificamente tradizionalista. Dopo aver navigato per decenni, dopo aver perso dei compagni, dopo aver sopportato tempeste e derisioni, dopo aver cresciuto figli all’interno della nave e aver seppellito padri che non hanno mai messo piede sulla terraferma, può accadere qualcosa di perfettamente comprensibile: si comincia ad amare la barca. È naturale. In essa abbiamo ricevuto i sacramenti, lì abbiamo conosciuto sacerdoti, lì i nostri figli hanno imparato il catechismo, lì abbiamo trovato amici, lì si sono conservate cose che altrove scomparivano. La nave ci ha salvato la vita durante la tempesta. Ma resta pur sempre una nave. E se un giorno il suo capitano dicesse che Itaca non importa più perché il ponte di coperta è abbastanza spazioso, bisognerebbe ricordare Itaca. E se un altro marinaio pretendesse di incendiare la nave perché il capitano ha commesso un errore di navigazione, bisognerebbe ricordargli che ci troviamo in mezzo al mare. È questa, forse, la posizione più difficile. Non adorare la struttura che ci ha protetto. Non distruggerla perché è imperfetta. Non confondere i mezzi con il fine. Non chiamare pace la stanchezza. Non chiamare prudenza la paura. Non chiamare fedeltà l’immobilità. Non chiamare resistenza l’orgoglio. E continuare a navigare.
Quelli che dimenticarono Itaca.
Rimane un’ultima riflessione. Che si venerino i papi precedenti al Concilio, a condizione che nessuno abbia la maleducazione di ricordare esattamente ciò che hanno insegnato e che, dopo tutto questo, si chiami «Tradizione» il risultato. Sarebbe questa la vittoria perfetta del loto. Non distruggere ciò che si voleva distruggere. Musealizzarlo. Lasciarlo vivere, cantare, incensare e andare in processione, con l’unica condizione che non giudichi più nulla. E forse allora comprenderemo finalmente la durezza di Lefebvre contro i ralliés. Avrebbe potuto sbagliarsi su persone, momenti o valutazioni particolari; nessun giudizio umano è dispensato da esame. Ma il suo avvertimento merita qualcosa di meglio di un sorriso condiscendente dalla comodità di vari decenni successivi: temeva che si offrisse ai tradizionalisti un posto all’interno del nuovo ordine ecclesiale a condizione che, con il tempo, smettessero di mettere in discussione il nuovo ordine ecclesiale. La storia dovrà giudicare fino a che punto ciò sia accaduto. Ma c’è una prova piuttosto semplice. Chiediamoci quali questioni si potessero porre apertamente in determinati ambienti tradizionali trenta o quaranta anni fa e quali risultino oggi inopportune. Chiediamoci quali autori si citassero allora e quali si citino ora. Quali condanne pontificie venissero spiegate. Quali parole siano scomparse. Quali critiche si considerino eccessive. Quali antiche battaglie vengano ora presentate come deplorevoli malintesi. E poi guardiamo la mappa. Forse scopriremo che la nave continua a essere impeccabile. Che le vele sono nuove. Che l’equipaggio canta magnificamente. Che abbiamo persino ottenuto il permesso di navigare. Solo che non stiamo più andando verso Itaca. I ralliés potranno rispondere – e ne hanno diritto – di non averla mai dimenticata. Alcuni potranno forse dimostrarlo. Ma è proprio questa la questione che la parola pone e che nessuna regolarizzazione canonica può risolvere da sola. Perché Itaca non è mai stata semplicemente una messa alle dieci e mezza. Itaca era la fede cattolica integralmente professata; la Tradizione ricevuta e non negoziata; la dottrina che non chiede il permesso al secolo per continuare a essere vera; la regalità di Cristo non solo sul piccolo santuario dove ancora si canta il gregoriano, ma sull’uomo, sulla famiglia e sulla società; quella Roma che Lefebvre sperava di vedere nuovamente incoronare Nostro Signore Gesù Cristo. Si può discutere la rotta, la velocità, persino se Lefebvre abbia interpretato correttamente tutte le tempeste. Ciò che non si può fare è cambiare la destinazione e continuare a chiamare fedeltà il viaggio. Omero riservò per i lotofagi una punizione stranamente misericordiosa. Non li fulminò Zeus. Non li divorò alcun mostro. Non scesero nell’Ade. Rimasero lì, soddisfatti. Era proprio quello il loro castigo: avevano smesso di sentire la mancanza della loro casa. E forse è anche questo l’epitaffio più terribile che si potrebbe scrivere un giorno su una Tradizione diventata definitivamente ralliée: ha conservato la nave, ha conservato il remo, ha conservato persino il ricordo di Itaca, ma ha finito per trovare così piacevole il porto da chiamare ritorno il fatto di aver smesso di navigare.


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