di San Pier Crisologo

Il giorno odierno si illumina della corona del battesimo del martire Lorenzo: nessuna parte dell’orbe romano ignora i meriti di questo egregio martire. Egli patì la passione proprio nella capitale delle genti, cioè nella stessa città di Roma. Lì infatti prestò servizio come diacono e, proprio nel fiore della sua giovinezza, imporporò con il proprio sangue la bellezza della sua età. La sua passione è insigne e assai mirabile; con l’aiuto del Signore la narrerò brevemente. Mentre egli era allora arcidiacono, il beato Sisto era vescovo, il cui trionfo del martirio avvenne tre giorni prima. Poiché dunque San Lorenzo seguiva il suo vescovo Sisto che andava al martirio, saldo nella fede ma triste nell’affetto – non perché quello patisse, ma perché egli stesso ne veniva abbandonato -, il venerabile vecchio si voltò verso il venerabile giovane e gli disse: «Non essere triste, figlio; tra tre giorni mi seguirai». Allora quello, assimilata la profezia, ormai prontissimo nel cuore e inebriato dallo Spirito, sperò con certezza ciò che gli aveva predetto colui che sapeva. Successivamente fu arrestato e condotto davanti ai giudici; e poiché era arcidiacono, si credeva che presso di lui vi fossero le ricchezze della Chiesa, che il persecutore desiderava, non tanto avaro quanto furioso. Odiava colui che uccideva, ma amava in lui ciò che egli disprezzava. San Lorenzo era invece povero di ricchezze e ricco di virtù; non negò che la Chiesa avesse delle ricchezze, ma, per poterle mostrare, chiese una dilazione di tre giorni; poi ordinò di radunare le schiere dei poveri. Quindi, proprio nel giorno della sua corona, presentato all’esame come se stesse per mostrare ciò che quello cercava, mostrò ciò che possedeva. Disse allora il persecutore: «Dove sono le facoltà della Chiesa?». Ma egli, stendendo la mano verso i poveri, disse: «Queste sono le facoltà della Chiesa». Disse la verità, ma una verità amara. Che meraviglia se la verità accrebbe l’odio? Dolendosi di essere stato deriso, il crudele tiranno e avaro nemico, che forse aveva pensato a una pena più mite come uccidere con la spada il venerabile giovane, ordinò di preparare le fiamme. Ardeva più di quanto fosse bruciato: era bruciato nella carne, ma ardeva nel cuore. Il suo supplizio era tanto più grave quanto più interiore. Allora fu offerta al martirio quell’insigne graticola di Lorenzo, destinata a essere rosolata e, per dirla più veritieramente, arrostita. Fu stretto dal ferro, ma egli considerava la graticola del supplizio come un letto di riposo: ho detto “supplizio” secondo l’animo di chi puniva, non secondo la coscienza di chi pativa. Non vi è infatti alcun supplizio per il condannato dove non vi sia la pena del peccato. Pertanto il beatissimo martire, mostrando con quanta quiete giacesse su quel ferro infuocato, disse ai circostanti: «Oramai voltatemi, e se una parte è cotta, divoratemi!». Ammiriamo la pazienza, dono di Dio, ammiriamola! Lì la fede non solo non arse, ma consolava colui che bruciava. Perché la fede consolava chi bruciava? Perché teneva fede a colui che aveva promesso. Affinché la fede non venisse meno, affinché la speranza non volgesse le spalle, affinché la carità si accendesse ancora di più tra le pene di fuoco corporali: questi erano doni di Dio. Fratelli miei, nessuno attribuisca alla propria potenza ciò che non dà se non Dio. A ragione l’Apostolo, rivolgendosi ai martiri – come avete udito oggi quando veniva letta la sua Epistola -, dice: «A voi è stato dato per Cristo non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). Lodiamo dunque i meriti dei martiri come doni di Dio, amiamoli, preghiamo, sottomettiamo la nostra volontà. La volontà infatti segue, non precede. Tuttavia la carità non manca se non manca la volontà: la volontà ardente, infatti, si chiama carità. Chi è colui che teme volendo? Chi è colui che ama non volendo? Ferva la preghiera e si celebri la festa del martire; ma affinché non sia vana, chi la celebra lo imiti.

Sermo CXXXV in D Laurentium, PL 52, coll. 565–567