Nota della redazione – Sebbene non sia certamente un campione della causa cattolica, George Orwell rimane un narratore acuto, in grado di fornire utilissimi spunti di riflessione anche al lettore di oggi. Spiace solo che sia ricordato unicamente per La fattoria degli animali e 1984, mentre il resto della sua produzione, che comprende altri romanzi degni di nota, è finita nel dimenticatoio. Da qui l’idea di questo speciale, articolato in quattro episodi, sulle tracce di un Orwell “minore” ma non per questo meno avvincente. Per chiunque voglia approfondire i giorni e le opere dello scrittore inglese, si segnala il saggio del nostro Luca Fumagalli, George Orwell. L’arte di uno scrittore politico (Ares, 2025). LINK AMAZON.

di Luca Fumagalli
Dato alle stampe nel 1936 dopo alcune revisioni per evitare noie e querele, Fiorirà l’aspidistra (Keep the Aspidistra Flying) si muove sulla falsariga de La figlia del reverendo. Il romanzo attinge a piene mani dall’esperienza di Orwell come commesso part-time in una libreria londinese, il Booklovers’s Corner, un impiego che lo occupò per quasi un anno e mezzo, tra il 1934 e il 1936. Con il volume precedente condivide, in aggiunta al registro ironico e alla descrizione di tristi ambienti metropolitani, un protagonista socialmente isolato e il suo ritorno, dopo una parentesi da contestatore, alle condizioni precedenti: «Anche in questo caso si tratta di un itinerario della sconfitta e della rassegnazione, per quanto in entrambi [i protagonisti] la ribellione non sia mai del tutto sopita». Altro punto di contatto è la lunga epigrafe introduttiva, un adattamento della Prima lettera ai Corinzi, capitolo XIII, dove in ogni versetto la parola “carità” è sostituita da “denaro”; questo scherzo era già un vezzo di Warburton ne La figlia del reverendo, un modo per sottolineare come i soldi siano diventati per tutti l’unica preoccupazione.
Le vere novità sono la ripresa di una dimensione autobiografica più sostanziosa, un protagonista ansioso di agire in prima persona e il linguaggio, qui molto più acre; muta pure l’obiettivo della polemica orwelliana: il mito religioso lascia la scena a favore di quello piccolo-borghese della rispettabilità apparente e dei soldi.
L’antieroe di Fiorirà l’aspidistra è il ventinovenne Gordon Comstock, una «figura minuta e gracile, dalle ossa delicate e dai movimenti nervosi», che da un paio d’anni è impiegato presso la libreria del signor McKechnie. In tasca non ha il becco di un quattrino – lo certificano i vestiti lisi e consunti – e in realtà quello che vorrebbe fare nella vita è lo scrittore. Al suo attivo ha un libriccino di versi che ha venduto pochissimo, e ora, consumato dal tedio, sta lavorando con le energie residue a un poema, un’opera ambiziosa ma molto difficile da portare a termine. Nel frattempo le liriche che regolarmente propone a diverse riviste gli vengono rifiutate, magari con ringraziamenti di rito e qualche complimento ad aggiungere il danno alla beffa; e passare ogni giorno circondato dai libri non giova affatto al suo umore: «Non era tanto la questione di non essere pubblicato, quanto il fatto di non produrre niente o quasi niente. Mentre tutte quelle sciocchezze che gremivano gli scaffali…».
Alla sera, quando torna nel suo appartamentino in affitto, l’unico diversivo alla monotonia sono le chiacchiere che ogni tanto scambia con gli altri inquilini del palazzo, tra cui l’obeso Flaxman, un commesso viaggiatore cacciato di casa dalla moglie a causa dei suoi reiterati tradimenti, e Lorenheim, un venditore di aspirapolveri d’indole schiva. Gordon non ha gran stima di loro, ma almeno sono meno scoccianti della padrona di casa, una donna algida e inflessibile.
Neppure la famiglia del protagonista brilla per qualche virtù: i Comstock non hanno mai fatto nulla di eccezionale e, a rimarcare i parallelismi autobiografici, al pari dei Blair appartengono «alla più squallida delle classi sociali, la piccola borghesia, i reddituari senza rendita e senza terra. Nella loro miseria, non avevano nemmeno la consolazione snobistica di potersi considerare un’“antica” famiglia decaduta». Ora che i genitori sono morti, a Gordon rimangono solo una manciata di zii, poveri o con problemi psichiatrici, e Julia, la sorella zitella, una creatura mite, gran lavoratrice, la quale ogni tanto gli presta del denaro. Per permettere al fratello di completare gli studi in una scuola prestigiosa ha dovuto fare grandi sacrifici, conducendo un’esistenza solitaria, con la bruttezza e l’ignoranza a farle da uniche compagne. Dei prestiti concessi a Gordon non ha più rivisto un centesimo, né, del resto, pretende qualcosa, ma il suo buon cuore non fa altro che accentuare, per contrasto, l’irriconoscenza del fratello, che pure quando si ritrova per le mani qualcosa – e si ripromette di darlo a Julia – riesce a sperperarlo nei modi più frivoli possibili (in un’occasione, da ubriaco, butta via cinque sterline per pagarsi una prostituta con la quale sa bene che non potrà concludere nulla).

Crescendo, Gordon ha sviluppato un odio profondo per il capitalismo opprimente, per la cultura dei soldi e per le convenzioni. Vittima «di una società totalitaria, che esige un “uomo-macchina”, semplice anello di una catena» è diventato commesso in un negozio di libri per il semplice fatto che, una volta abbandonata l’agenzia pubblicitaria presso la quale lavorava con profitto – coniare slogan gli veniva facile e c’erano tutti i presupposti per una brillante carriera – doveva necessariamente mantenersi nell’attesa che qualcuno si rendesse conto delle sue doti di scrittore. La scelta non era stata presa bene dai familiari, ai quali pareva una follia rinunciare a un così buon posto, ma non c’era stato verso di fargli mutare idea.
Da allora Gordon si trascina di delusione in delusione, nella vana speranza che accada qualcosa in grado di riscattare un abbruttimento che si riverbera anche sul volto: «Non era una faccia simpatica. […] Pallidissima, con rughe amare, inalienabili. Una fronte di quelle comunemente chiamate “nobili” – molto alta, cioè – ma un esiguo mento aguzzo, così che la faccia nel suo insieme era più a forma di pera che ovale. Capello color topo, in disordine, bocca scontrosa, occhi color nocciola tendenti al verde».
Eroso dalla povertà, tanto nell’aspetto quanto nell’ispirazione, Gordon è portato a esagerare il valore del denaro fino a elevarlo a una vera e propria ossessione. Secondo lui è il fondamento di qualsiasi relazione umana, affetti compresi, e nella sua mente si va progressivamente formando una semplice equazione, ossia che chi ha i soldi può sperare che le cose gli girino per il verso giusto, altrimenti conviene abbandonare ogni velleità il più presto possibile prima di rimanere delusi. E, incapace di andare avanti col poema, sempre più consapevole che, di quel passo, non verrà mai ultimato, una sera si lascia prendere dallo sconforto: «Fallito in società, fallito in arte, fallito in amore: tre aspetti dello stesso fallimento. E la mancanza di quattrini è alla base di tutto».
Non avere denaro, secondo il protagonista, porta a una serie di mortificazioni dalle quali è impossibile sottrarsi. È come se si perdesse la propria dignità di essere umano, meritevole, almeno, di quel minimo di educazione che si usa tra persone civili. Ad esempio, quando il critico Paul Doring annulla il consueto tè settimanale tra letterati senza nemmeno avvisarlo, Gordon ne scorge una riprova delle sue convinzioni. Pur ammettendo la probabilità che l’errore sia stato commesso in buona fede, prevale in lui l’idea che, con altri, Doring si sarebbe comportato in maniera molto diversa, adottando tutte le premure del caso.
L’aspidistra rinsecchita sul davanzale della finestra è l’emblema di tutto ciò che odia. La pianta, diffusissima nelle case inglesi, tra le lunghe foglie nasconde agli occhi di Gordon il riverbero della peggior borghesia nonché di un mondo agonizzante. Il duello che il protagonista ingaggia con essa è metafora vivente dei conflitti presenti nella società degli anni Trenta, come quello «tra l’essere e l’apparire, tra il prestigio esterno e il reale valore della persona».

In mezzo a tanto sconforto, l’unico amico che resta a Gordon è Philip Ravelston, direttore della rivista l’Anticristo. Di famiglia agiata e fidanzato con una ragazza bella e arrogante, Ravelston, ispirato al Reed dell’Adelphi, pubblica con regolarità le poesie del sodale, a cui per questo passa una piccola somma di denaro. Malgrado giochi a fare l’intellettuale di sinistra potendo contare su un patrimonio non indifferente, si dimostra sempre cordiale e generoso, facendosi letteralmente in quattro per le persone che gli stanno a cuore. Cerca anche di convincere Gordon della bontà della causa socialista, ma con scarsi risultati, specie quando, a detta di quest’ultimo, i suoi ragionamenti dimostrano come anche il suicidio o la Chiesa cattolica, a loro modo, possano essere valide alternative al capitalismo opprimente. Se Gordon appare in alcuni casi una proiezione del suo autore, l’assenza in lui di qualsiasi consapevolezza politica o coscienza sociale è ciò «che colpisce maggiormente il lettore alla luce del successivo sviluppo di Orwell».
Nella seconda parte del romanzo compare Rosemary, la fidanzata del protagonista, che si riaffaccia nella sua vita dopo giorni di silenzio epistolare. La ragazza è una che bada al sodo, dolce e sensibile – «chiunque la conoscesse non poteva fare a meno di prenderla in simpatia» – ed è pure sinceramente innamorata di lui. Ciononostante Gordon, stordito da sciocchi pregiudizi e infastidito da chi gli offre un aiuto, non vuole capirlo e il più delle volte la tratta sgarbatamente. A quanto sembra non ha nemmeno intenzione di sposarla: «Il matrimonio non è che una trappola tesa contro di te dal dio quattrino. Tu mordi l’esca; la molla scatta, ed ecco, ci sei, incatenato per la gamba a qualche “buon posto”, fino al giorno in cui ti trasporteranno al cimitero». Tra l’altro Rosemary non gli si è ancora concessa, frenata dal pudore virginale, e questo è causa di ulteriori tensioni tra i due. La loro unione avviene la prima volta solo quando Gordon, in seguito a un arresto, perde il lavoro, ma si tratta di un rapporto freddo, poco soddisfacente, segnato più dalla pietà di lei che dal fuoco della passione.
La scena anticipa il finale: Rosemary rimane incinta e Gordon, che vuole tenere il bambino – contraccezione e aborto, per lui, sono ennesimi prodotti del dio denaro – accetta di sposarla, riprendendo il suo vecchio lavoro da pubblicitario e lasciando perdere ogni velleità poetica. Si lascia ammaliare dalla stessa rispettabilità piccolo-borghese che fino a quel momento aveva osteggiato con tutto sé stesso, e a far compagnia a lui e a Rosemary nella nuova casa, tra le tendine ricamate e i mobili dozzinali, non può mancare un’aspidistra: «L’aspidistra è l’albero della vita, Gordon si disse a un tratto».
A parte la stancante ripetitività dello schema circolare, Fiorirà l’aspidistra è indebolito da alcune mancanze evidenti e, tanto per fare un esempio, pure a Cyril Connolly, che aveva elogiato Giorni in Birmania, il romanzo non piacque affatto. Innanzitutto il protagonista è talmente irritante che è impossibile empatizzare con lui. Irriconoscente cronico, che pensa ai soldi più degli odiati borghesi e vede complotti a ogni angolo, Gordon mostra «gli effetti deleteri della rivoluzione su un individuo» ed è preda di un complesso autodistruttivo che sfiora i limiti del patologico, portandolo ogni volta a chiudersi a riccio e a maltrattare anche chi gli tende una mano. Il suo è un lento suicidio, un lasciarsi andare che non trova giustificazione, se non nella volontà, assai discutibile, di trasformarsi in una specie di martire del capitalismo. In tutta la prima parte del romanzo, «il personaggio ha il solo compito di stigmatizzare il filisteismo del mondo borghese […]. Nella seconda parte, quando Gordon deve mettere in pratica l’assunto della tesi, questa appare per quello che è, peregrina».

Tuttavia il protagonista rimane l’unico verso il quale Orwell riveli un sincero interesse, mentre gli altri personaggi, a partire da Rosemary e da Ravelston, sono semplicemente abbozzati, non hanno alcuna complessità psicologica e non conoscono reali mutamenti. Ravelston «è, dal principio alla fine, una sagoma di cartone, immobile e muta» e Rosemary ha il compito di dare una svolta alla trama laddove si correva il rischio di un’impasse irrisolvibile.
Anche l’epilogo lascia spazio a un’ambiguità fastidiosa e «la satira si converte, inopinatamente, in elegia, a segnalare ancora una volta che Orwell non è in grado di scegliere tra l’abbruttimento morale del capitalismo e la precarietà del socialismo libertario». Da una parte la resa di Gordon alle logiche della sua vecchia-nuova vita è troppo rapida, specie se fino a quel momento la vicenda è stata uno snocciolare litanie monocordi sui mali del mondo; dall’altra non è chiaro fino a che punto si tratti di una resa volontaria, agita anziché subita. Gordon crede fino in fondo alla scelta che ha fatto o non aveva alcuna reale alternativa? Oltre a ciò lascia delusi il fatto che la famiglia comporti il buttare a mare la poesia, come se non possa esserci spazio per alcun compromesso.
Di contro, risultano illuminanti le riflessioni che il personaggio principale porta avanti a proposito di una civiltà agonizzante, con una letteratura in crisi e i nuovi mass media che la stanno soppiantando. Gordon, pur in termini vaghi e contraddittori, descrive uno spirito vitale inglese – ed europeo – in fase di atrofizzazione, perciò potenzialmente violento, giungendo a presagire gli scenari della Seconda guerra mondiale: «Alzò gli occhi, torcendo le pupille, al cielo plumbeo. Quegli aerei stavano per arrivare. Con l’immaginazione li vide arrivare in quel momento; uno stormo dopo l’altro, innumerevoli, oscurando il cielo, come nubi di zanzare».
Il declino degli intellettuali lascia il campo all’esplosione di una pubblicità dilagante, animata da dinamiche truffaldine a cui contribuiscono quegli stessi autori che, come Gordon, falliscono in letteratura (ed è solo apparentemente ironica la frase «Quasi tutti i copywriter, dicono, sono romanzieri mancati; o è forse l’opposto?»). Ancora lontani da una precisa indicazione del rapporto esistente tra corruzione del linguaggio e decadenza della civiltà – tema che conoscerà una più compiuta esposizione in 1984 – in Fiorirà l’aspidistra ci si accontenta di soffermarsi su come la pubblicità produca una tendenza a consumi predeterminati e favorisca modelli di comportamento. Concetti oggi al limite dell’ovvio, ma non così palesi quando Orwell scriveva.


Seguite Radio Spada su:
- il nostro negozio: www.edizioniradiospada.com;
- Telegram: https://t.me/Radiospada;
- Gloria.tv: https://gloria.tv/Radio%20Spada;
- Instagram: https://instagram.com/radiospada;
- Twitter: https://twitter.com/RadioSpada;
- YouTube: https://youtube.com/user/radiospada;
- Facebook: https://facebook.com/radiospadasocial
![[Speciale agostano: i romanzi meno noti di George Orwell] “Fiorirà l’aspidistra”](https://www.radiospada.org/wp-content/uploads/2026/06/1cea9d8f-b756-4401-8b51-de635a87c82a_large-1280x640.jpg)