di Luca Fumagalli

Giorni in Birmania (Burmese Days, 1934) è il romanzo d’esordio di Goerge Orwell, legato alla sua esperienza in Oriente quale membro della polizia coloniale britannica. Si tratta di una denuncia degli esiti disumani dell’imperialismo, o meglio, della storia della rovina di un uomo travestita da romanzo anticolonialista.

La vicenda è ambientata nello squallido avamposto di Kyauktada, ispirato a Katha, uno snodo commerciale reso importante dalla ferrovia che lo attraversa. Il governo, deciso a trasformare la cittadina in una «sede del progresso», vi ha fatto costruire dei tribunali, un ospedale, una scuola e «una di quelle immense prigioni indistruttibili che gli inglesi hanno fabbricato dovunque, da Gibilterra a Hong Kong». La popolazione comprende pure indiani, cinesi e un manipolo di europei, senza dimenticare il signor Francis e il signor Samuel, due meticci, figli rispettivamente di un missionario battista e di un prete cattolico.

In un clima ostile, dove stagioni piovose si alternano a lunghi periodi di caldo e siccità, si compie la parabola umana di John Flory, trentacinquenne mercante di legnami e membro a pieno titolo della comunità bianca. Oltre a frequentare il club degli europei, Flory beve abbondantemente e ha un’amante birmana, come si conviene a uno scapolo della sua età; allo stesso tempo, però, è un tipo solitario, che ama leggere, ed è attratto dalla cultura orientale, tanto da intrattenere volentieri rapporti con gli indigeni e con il dottor Veraswami, medico civile indiano, direttore del carcere e paradossale sostenitore della causa colonizzatrice. In Flory non vi è traccia del becero razzismo che anima i connazionali, né si dimostra incline a seguire il codice di comportamento del pukka sahib, ossia del padrone, fatto di norme più o meno tacitamente riconosciute che ruotano attorno all’idea che gli europei debbano spalleggiarsi tra di loro così da evitare qualsiasi reazione da parte dei colonizzati.

Flory è uno spirito tormentato, che non si identifica pienamente con i britannici, i quali lo considerano un eccentrico di «opinioni bolsceviche», ma che non può nemmeno assimilarsi ai birmani; e questa sua impossibilità di trovare una collocazione ha un correlativo oggettivo nel marchio sul suo viso, «una voglia scura che, a forma di mezzaluna frastagliata, gli attraversava la guancia sinistra, dall’occhio sino all’angolo della bocca». Alla “deformità” che lo paralizza nel momento dell’azione, che lo porta a evitare ogni potenziale attrito e che lo rende consapevole di essere fondamentalmente un vigliacco, va ad aggiungersi quella malattia del conquistatore di cui Orwell parlava nei suoi articoli. Ecco perché Flory è convinto che a cementare l’Impero sia principalmente l’alcol: «Sono i liquori che fanno andare avanti la macchina, questo è sicuro. Se non li avessimo diventeremmo tutti matti e ci uccideremmo l’un l’altro».

L’aura amletica del protagonista, quel cortocircuito interiore che nel finale lo porta a togliersi la vita, è evidente sin dalle prime battute. Il suo anti-imperialismo, ad esempio, nutrito dalla consapevolezza che gli europei stanno occupando mezzo mondo semplicemente per depredarne le ricchezze, non si traduce mai in una campagna a sostegno dei popoli oppressi, anch’essi alle volte decisamente fastidiosi. Pertanto, a scene nelle quali è messa a tema la brutalità della polizia o la crassa ignoranza della comunità europea, se ne accompagnano altre in cui i birmani fanno la figura degli indolenti, degli approfittatori o, peggio ancora, degli sciocchi (lo provano i malati, che preferiscono affidarsi a medici incompetenti pur di evitare l’imbarazzo di dover rispondere a domande troppo intime).

Anche la corruzione dilaga, con funzionari intenti a rubacchiare qua e là senza tanti scrupoli, sullo sfondo di una colonia che puzza di decadenza da cima a fondo e nel cui lerciume finiscono per essere risucchiati tutti, compresi i pochi spiriti nobili. Un vero altrove non esiste, ogni cosa inizia e finisce a Kyauktada, la quale prende le sembianze di una cella senza speranza di libertà. Pure la sottotrama, che segue il complotto dell’infido parassita U Po Kyin a danno di Veraswami, è una danza macabra di disperati che si inseguono a rotta di collo, senza alcun vincitore.

Hla May, l’amante di Flory, divenuta nel frattempo più un fastidio che un piacere, rimarca il complesso di determinazioni materiali, sociali e psicologiche che rendono vana ogni ribellione. Anche se la ragazza tiene al prestigio derivatole dall’accompagnarsi con un bianco, e perciò si offende quando viene trattata con sufficienza, è coinvolta in una relazione segreta con un birmano, in un gioco di ipocrisie e compiacimenti dagli effetti devastanti.

L’alienazione di Flory, nutrita dal suo sentirsi perennemente fuori posto, cresce di pari passo col rancore, togliendogli poco alla volta la voglia di andare avanti: «Vivere la propria vita in segreto è cosa che corrode. Si dovrebbe seguir la corrente della vita, non opporvisi. Sarebbe stato meglio essere il più cocciuto pukka sahib che mai sia esistito, piuttosto che vivere solo e in silenzio, consolandosi in segreto con parole sterili». Stanco e annoiato, gli unici momenti di pace sono quelli in cui si rifugia nella giungla, a stretto contatto con la natura incontaminata, similmente a quanto avviene nel racconto Grande fiume dai due cuori di Hemingway.

L’arrivo a Kyauktada della giovane Elizabeth illude Flory di aver trovato un’alleata in grado di guarirlo dalla solitudine, uno spirito affine con cui condividere i suoi affanni. La nipote dei Lackersteen viene da anni di stenti e privazioni, segnata da una madre le cui ridicole velleità artistiche le hanno causato solo dispiaceri. Ma, lungi dall’essere un’idealista o una sognatrice, si rivela presto il tipico prodotto femminile dell’Impero, poco intelligente e pragmatica fino alla nausea. La riprova si ha quando si ritrae inorridita e disgustata dalla festa indigena a cui Flory l’ha condotta; il trionfo del corpo celebrato da quei canti e da quei balli è inconciliabile con l’osservanza dei codici anglo-indiani: «Ma che ci faceva in questo posto? Certo non stava bene sedere così tra questa gente scura, quasi a contatto con loro, nell’odore di aglio e di sudore. […] Perché si era lasciata trascinare in mezzo a quest’orda di indigeni, ad assistere a uno spettacolo bruto e selvaggio?». E la rotta non si inverte nemmeno dopo una battuta di caccia in cui lei e Flory sperimentano per la prima volta un certo grado di intimità.

Le residue speranze sfumano definitivamente con la bocciatura della candidatura di Veraswami a membro del club europeo. Flory, anche se reduce da una grande prova di coraggio durante una sommossa, non può aiutarlo, ed Elizabeth, sfruttata e abbandonata da un altro uomo, è obbligata infine a cercare marito altrove.

Nel complesso Giorni in Birmania soffre a causa di un impianto difettoso, con cadute di tono e svolte di trama improbabili, come la scossa di terremoto che impedisce a Flory di dichiararsi a Elizabeth. Vanta però una forza polemica che anticipa la satira sferzante dell’Orwell maturo; e se è vero che gli europei sono personaggi meno credibili rispetto agli indigeni, ciò permette di cogliere meglio «quella caratteristica di burattini legnosi e scomposti che [l’autore] attribuisce ai sahib». Inoltre nel sistema di repressione messo in atto dai colonizzatori in Oriente, Orwell dovette scorgere i primi segnali di quella volontà di sopraffazione che, accanto a una natura dalle potenzialità rigeneratrici, sarebbe divenuta una questione centrale della sua opera. Pure Flory, la cui storia personale ha alcuni punti di contatto con quella del suo autore, avrebbe fatto scuola, divenendo il prototipo dell’antieroe orwelliano, il ribelle votato alla sconfitta.

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