di Luca Fumagalli

La figlia del reverendo (A Clergyman’s Daughter), pubblicato nel 1935, era considerato da Orwell il suo romanzo meno riuscito e si rifiutò sempre di autorizzarne la ristampa.

Il libro, a onor del vero non del tutto privo di interesse, nasconde il tentativo frustrato di uno sperimentalismo à la Joyce che lascia l’amaro in bocca, soprattutto perché le soluzioni più innovative appaiono in un’opera che conserva un impianto di tradizione naturalista, peraltro con occasionali brani talmente carichi di dettagli cronachistici e di giudizi politici da scadere nel documentarismo, specie nel capitolo dedicato alla raccolta del luppolo o quando l’autore si lascia andare a una tirata contro le scuole private, figlia delle sue esperienze da insegnante. In più, brusche variazioni del ritmo si alternano a flussi di coscienza che rasentano il teatro dell’assurdo, con frangenti contraddistinti da una comicità slapstick. Nel complesso si tratta di idee virtualmente interessanti, ma per come sono introdotte fanno sembrare La figlia del reverendo più un cantiere aperto che un’opera solida e compatta, impressione che aumenta se si considera pure la scarsa credibilità della protagonista femminile.

La ventisettenne Dorothy Hare – vagamente ispirata a Brenda Salkeld, una vecchia fiamma di Orwell – vive nella cittadina di Knype Hill, un luogo che detesta ma da cui non ha il coraggio di scappare. Orfana di madre, prova un’irrazionale ripugnanza per il sesso che non le permette di cogliere nemmeno quelle rare opportunità di felicità che la vita le offre: una volta ha rifiutato addirittura la proposta di matrimonio di un curato anglicano che amava, una brava persona che avrebbe fatto di tutto per lei.

Il primo capitolo del romanzo, ambientato in un’unica giornata di agosto, fornisce un campionario delle sofferenze e delle privazioni a cui la giovane è costretta e che la gettano in un perenne stato di autocommiserazione. Dorothy deve gestire tutto ciò che ha a che fare con la parrocchia dato che il padre, il reverendo anglicano del titolo, si rifiuta di svolgere qualsiasi mansione che non sia compresa tra le quattro mura della chiesa di St. Athelstan. Oltre ad accudire il genitore e a battergli a macchina i sermoni, è lei che si occupa di fare la spesa, di compiere il giro di visite parrocchiali e di tenere in ordine la canonica. E quando qualcosa non è svolto al meglio o nei tempi stabiliti, dopo aver mandato a memoria il versetto evangelico che meglio si adatta a commentare la circostanza, si autoinfligge punture con uno spillo o si impone penitenze di vario tipo, che vanno dal digiuno al bagno in acqua fredda.

Il padre, da parte sua, proviene da una famiglia della piccola nobiltà, è «un anacronismo», vive in un mondo di glorie passate che non ha nulla a che fare con la tanto deprecata modernità: «Incatenato dalla sua povertà al secolo di Lenin e del Daily Mail, si manteneva in uno stato di esasperazione cronica». Gioca in borsa, perdendo ogni volta i pochi risparmi, e il carattere scorbutico gli ha alienato le simpatie dei fedeli, ormai rimasti in pochi.

Da qui il senso di decadenza che pervade non solo la parrocchia, con una chiesa fatiscente e il giardino ridotto a una giungla impenetrabile di erbacce, ma l’intera Knype Hill, segnata dalla bruttezza della zona industriale e dall’ipocrisia dei suoi abitanti.

Nemmeno l’universo femminile è in grado di offrire una qualche forma di solidarietà, come dimostra la pettegola signora Semprill, la cui unica ragione di vita è quella di spargere maldicenze, o le diverse zitelle che ruotano intorno alla parrocchia, tutte più o meno inutili. Anche in seguito, quando Dorothy si ritrova a vagare per Londra, scopre con amarezza che nessuna affittacamere è disposta ad accoglierla; lo stesso quando cerca un impiego da tuttofare.

A Knype Hill l’unico personaggio che sfugge a ogni doppiezza è Warburton. Sedicente pittore sulla cinquantina e padre di tre figli avuti con donne diverse, è così cinico e amorale da non curarsi affatto di quello che gli altri pensano di lui e non vanta alcun credo se non la passione per il genere femminile. Nonostante Dorothy abbia ripetutamente respinto le sue avances, tra di loro si è venuta a creare un’amicizia, un indizio della crescente disaffezione della protagonista per la sua vita. Neanche i massacranti ritmi lavorativi riescono infatti a soffocare quel disagio che trova espressione nel fastidio che la ragazza prova quando qualcuno parla con troppo zelo dell’aldilà oppure nel suo amore per la natura, pericolosamente vicino al panteismo. Dietro l’impalcatura sociale e religiosa che la sorregge affiora un desiderio inconscio di farla finita con il padre, con la chiesa e con il paese, potendo magari ricominciare daccapo in un luogo lontano, dove nessuno la conosce.

Quasi per incanto, a offrirle la proverbiale seconda possibilità interviene una misteriosa amnesia: Dorothy si risveglia a Londra una settimana dopo e non si ricorda né chi è né da dove viene. Come si sia allontanata da casa e sia finita lì è un mistero, così come non del tutto chiara resta la causa del trauma.

Se, stando all’ipotesi di Warburton, «la perdita della memoria è soltanto un ripiego usato inconsciamente per sfuggire a una situazione impossibile», ciò non basta comunque a camuffare la grossolanità dell’espediente narrativo, interessante esclusivamente a livello di significato, a voler rappresentare una «società che è priva di memoria storica», che «si ferma alla produzione, all’efficienza, all’istante».

Intanto a Knype Hill, su istigazione della signora Semprill, si sparge la voce che la ragazza è fuggita in Francia con Warburton, e i giornaletti scandalistici, ansiosi di lucrare sulle dicerie più inverosimili, si buttano a pesce sulla storia gonfiandola con una pletora imbarazzante di illazioni (un’anticipazione delle calunnie di Napoleone ne La fattoria degli animali e del potenziale menzognero dell’informazione in 1984).

Ignara di tutto ciò, Dorothy si fa convincere da Nobby, un vagabondo incontrato per caso, a seguirlo nel Kent per la raccolta del luppolo. Sebbene pure lui cerchi di allungare un po’ troppo le mani, si dimostra un compagno di viaggio affabile e gentile, e quando il cibo manca e il mendicare non basta, si presta di buon grado a compiere qualche furtarello. Contro ogni aspettativa, il duro lavoro nei campi e la vita agreste infondono nella protagonista un profondo senso di appagamento e arriva persino a temere l’eventuale ritorno della memoria: «Aveva finito sempre più col dar per scontata la propria curiosa situazione, con l’abbandonare ogni pensiero delle cose di ieri e di domani. […] Era una vita che logorava, che prosciugava ogni briciolo d’energia, che manteneva in uno stato di profonda, indiscutibile felicità».

Come avviene in Senza un soldo a Parigi e a Londra, solo tra coloro che vivono i suoi stessi disagi e che le sono compagni di sventura Dorothy trova il sostegno che le manca a Knype Hill. Il giorno in cui Nobby viene arrestato per furto, ad esempio, gli altri braccianti «si accorsero delle sue condizioni e le dimostrarono la loro simpatia», e così accade anche più avanti, nel momento in cui la ragazza ha a che fare con i senzatetto londinesi.

La memoria riaffiora poco alla volta, ma le lettere che Dorothy spedisce al padre non ottengono alcuna risposta; il reverendo in cuor suo crede che la figlia abbia davvero commesso qualcosa di torbido ed è pure tremendamente seccato dal doversi preparare «la colazione da solo […] utilizzando le proprie mani sacerdotali».

Solo l’intervento del cugino baronetto, infastidito da come il nome della famiglia venga insozzato dalla stampa, permette alla giovane di trovare un posto da insegnante in una scuola privata femminile di Southbridge, un sobborgo fatiscente a pochi chilometri da Londra che è l’«epitome di una civiltà occidentale la quale, dietro la celebrazione del progresso, nasconde il degrado culturale delle classi più povere».

L’edificio che ospita la scuola è una casa lugubre e per la direttrice, la tirchia Mrs Creevy, la regolarità nel pagamento della retta è l’unico criterio con cui giudicare la bravura o meno delle alunne. La proposta didattica, poi, non va oltre la bella calligrafia e la ripetizione mnemonica di qualche verso in francese, col risultato che Dorothy – costretta anche a svolgere ogni possibile faccenda domestica – si ritrova ad avere a che fare con studentesse parecchio ignoranti.

Superato lo scoramento iniziale, si dà da fare per mettere a punto nuove metodologie e per organizzare lezioni coinvolgenti. Le alunne scoprono così per la prima volta il piacere dello studio e la stessa protagonista si rende conto di possedere una naturale inclinazione per l’insegnamento. I suoi modi gentili, opposti a quelli brutali solitamente in vigore in simili scuole, le garantiscono la stima e l’affetto incondizionato di chiunque, sentendosi finalmente realizzata.

Disgraziatamente l’atmosfera idilliaca è guastata dell’intromissione dei genitori, i quali giudicano scandaloso che la docente legga in classe il Macbeth senza alcun tipo di censura. Dorothy è costretta suo malgrado a fare un passo indietro e le lezioni tornano a basarsi sul vecchio metodo della memorizzazione insensata e della disciplina mantenuta a ceffoni.

Al licenziamento senza preavviso segue l’ultima possibilità che la protagonista ha di emanciparsi, quando Warburton le chiede inaspettatamente di sposarlo. Dorothy si trova sul treno per casa – la signora Semprill è stata condannata per diffamazione e ora, per qualche misterioso meccanismo sociale, anche la sua reputazione è tornata immacolata – e la proposta la coglie alla sprovvista. Una parte di lei sarebbe tentata di accettare, ma a frenarla interviene la sua sessuofobia: «Dava per sottinteso ch’egli sapesse “perché non poteva”, quantunque non avesse mai spiegato, né a lui né a nessun altro, perché le era impossibile sposarsi».

Non le resta allora che arrendersi alla sua vecchia vita, ricoprendo un ruolo a cui, questa volta, si sottopone volontariamente, da sconfitta. La sua ribellione, frutto di un caso fortuito, si conclude con un’autocondanna ad avvizzire in una fatica senza scopo, e anche la fede, la consolazione di un tempo, è ormai sfumata: «Adesso, invece, a quanto sembrava, non c’era alcun Dio da ringraziare, e nulla – non un fiore né un sasso né un filo d’erba – nulla sarebbe stato mai più lo stesso nell’universo».

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