di Luca Fumagalli

Una boccata d’aria (Coming up for air) costituisce per Orwell un passo in avanti rispetto ai romanzi precedenti, aprendo la via alla produzione narrativa della decade successiva. Grazie anche a uno sfumarsi dell’elemento autobiografico, relegato ai margini della vicenda, l’autore riesce a costruire una trama solida, senza alcuna forzatura, giocata su un costante dialogo tra presente, passato e futuro. Ne scaturisce un’interessante disamina del falso mito della seconda rivoluzione industriale – incistato in una realtà prossima alla guerra – e dell’impotenza del singolo di fronte agli effetti erosivi del progresso. Ma Una boccata d’aria, pubblicato nel 1939 e accolto da recensioni positive, è anche e «soprattutto un romanzo di evocazione, la ricerca del tempo perduto, un recupero dell’infanzia che, a livello storico, coincide con il periodo edoardiano». Peccato però che l’“età dell’oro” della fanciullezza, il mito di una natura non corrotta dalla macchina, non si possa più rinnovare.

Il personaggio principale, George Bowling, che è anche l’io narrante, colui che vive, filtra e valuta in modo critico tutti gli avvenimenti riferiti, è un campione di irresistibile mediocrità: quarantacinquenne tendente alla pinguedine, costretto a indossare una dentiera, è impiegato in una compagnia di assicurazioni ed è sposato con l’apatica Hilda, abile solo a predire i disastri. La coppia ha due figli e vive in una periferia di pendolari. Per quanto vanti un lavoro sicuro e sia abbastanza fiducioso nelle sue possibilità – questa è una delle più grandi differenze con gli altri protagonisti orwelliani – Bowling non è affatto soddisfatto della sua esistenza, priva di stimoli. Anche le scappatelle che ogni tanto si concede non bastano a risollevarne il morale: «I poveri piccoli impiegati da-cinque-a-dieci-sterline-a-settimana tremano e rabbrividiscono, ognuno con il padrone che gli tira la coda e la moglie che gli cavalca in groppa come un incubo e i bambini che gli succhiano il sangue come mignatte».

La «spaventosa mattina» con cui si apre il romanzo, la cui trama si sviluppa nella prima metà del 1938, è lo scenario perfetto per fare da sfondo all’ennesima giornata insulsa di Bowling, uguale alle altre. Indossato un malconcio abito grigio a spina di pesce, «l’uniforme della tribù», ed evitati i piagnistei dei figli e le lamentele della consorte, sale in macchina e si dirige al lavoro, pronto a procacciarsi nuovi clienti. Fare l’assicuratore gli riesce abbastanza bene, e come lui stesso ammette candidamente, ha quella faccia tosta e quella mancanza di sentimenti che sono requisiti imprescindibili per smerciare polizze che sono in realtà truffe legalizzate.

Il senso di insoddisfazione che lo attraversa non ha a che fare solo con la routine. È un malessere più profondo, una disaffezione generalizzata per una realtà che assomiglia a un’impostura, un po’ come la salsiccia dal sapore di pesce marcio che è costretto a sputare. Tutto si fonda sui surrogati, le apparenze e le inutili chiacchiere, tutto è levigato, pulito ed efficiente, ma in sostanza ci si limita a nascondere la polvere sotto il tappeto, a celare dietro sorrisi inebetiti una paura dilagante. Un atteggiamento, questo, che si riflette nelle persone che fanno finta di non accorgersi che sull’Europa sta soffiando il vento di un ennesimo conflitto mondiale: «Un’aria di propaganda tutt’intorno mista al frastuono della radio […]. Tutto aerodinamico, al giorno d’oggi, anche la pallottola che Hitler tiene in serbo per voi».

Mentre si trova a Londra e sta per raggiungere la stazione di Charing Cross, Bowling legge per caso su un manifesto la notizia dello slittamento a data da destinarsi del matrimonio di re Zog, sovrano d’Albania. Basta quel nome dal vago suono veterotestamentario a catapultarlo con la memoria nel passato, a prima della Grande guerra, quando era un ragazzo e viveva nel paesino di Lower Binfield, nell’Oxfordshire: «Strana cosa il passato. Ci accompagna tutto il giorno […]. Poi un’immagine o un suono o un odore giunti per caso, specialmente un odore, ti mette in moto; e non è solo che il passato ti ritorna, il fatto è che tu sei realmente nel passato».

Suo padre era proprietario di un piccolo negozio, in affanno a causa della concorrenza di nuove catene, mentre la madre si dedicava alla casa, costantemente intenta a spadellare in cucina. La vita, allora, era dura, si andava avanti con poco, e di certo la sua attuale condizione di proprietario di un’automobile e di un’abitazione con bagno sarebbe stata invidiata da tutti. Malgrado ciò, a compensare le privazioni, ci pensava la fiducia nel futuro, così come la convinzione che il mondo fosse grande abbastanza per tutti e riservasse un premio per chi era disposto a rimboccarsi le maniche e a fare dei sacrifici. Si confidava nella continuità, nell’immutabilità di un ordine stabilito: «Credevamo che quell’era fosse eterna. Non si può fargliene una colpa. Così sembravano andar le cose».

I primi ricordi di quella che Bowling descrive come un’estate senza fine, fatta eccezione per Katie, la ragazzina che si occupava di curare lui e il fratello quando erano piccoli, sono legati alla Seconda guerra boera e ai costumi tipici del gentiluomo conservatore del tempo, devotissimo alla regina Vittoria ma allergico a pagare le tasse, buon patriota anche se incline a guardare le giubbe rosse come a un branco di reietti alcolizzati. In toni vicini a quelli di un Hemingway, si passa quindi a rievocare la banda degli amici, le scorrazzate all’aria aperta, le vacanze, i libri, la scuola e la grande passione del protagonista per la pesca alla carpa, quest’ultima un’attività in qualche misura emblematica di quella civiltà preindustriale e contadina al capolinea verso la quale Orwell, tramite Bowling, esprime il suo netto giudizio favorevole.

Guarda caso, dopo aver compiuto i 16 anni ed essersi inserito nel mondo del lavoro, la pesca è una delle prime passioni che Bowling abbandona. E in seguito, quando riacquista una canna e tutto il necessario per riprovare quelle sensazioni perdute, l’esito è disastroso.

Quella sorta di arcadia, tanto imperfetta quanto desiderabile, dove il tempo scorreva lentamente, termina in modo brusco con lo scoppio della Prima guerra mondiale: «Il giorno che mi arruolai la vecchia esistenza era finita. Come se non mi riguardasse più».

Lontano dall’orrore delle trincee, Bowling trascorre la maggior parte del conflitto in Cornovaglia, a guardia di undici barattoli di carne in scatola. L’incarico, palesemente inutile, gli concede molto tempo libero per leggere, portandolo a maturare un’attitudine critica nei confronti della società, non eterna e indiscutibile, simile a una piramide, ma un marasma soggetto ai capricci della sorte.

Una volta preso congedo dall’esercito, il protagonista si trasferisce in città. Lì comincia a lavorare come venditore su commissione e incontra Hilda, che con Orwell condivide l’appartenenza alla classe dei funzionari impoveriti. Il loro matrimonio, contratto poco dopo, «subito […] si rivelò un fiasco».

Il flusso dei ricordi di Bowling si interrompe qui per ritornare alla mestizia del tempo presente. Questa volta sono due uomini a incarnarne lo spirito più inquietante: il militante antifascista del Left Book Club e il vecchio amico Porteous, preside in pensione. Se il primo è un fomentatore d’odio senza arte né parte per il quale ogni slogan ha la verità di un vangelo, Porteous vive chiuso nel passato, tra la polvere dei suoi tomi di storia, parte di una consorteria intellettualoide indifferente agli eventi esterni. Il loro atteggiamento ingessato, vicino alla morte cerebrale, lascia perplesso Bowling, il quale, «alla ricerca di risposte», decide di regalarsi qualche giorno di vacanza a Lower Binfield per rivedere ciò che ne è stato dei luoghi dell’infanzia e tornare a sentirsi vivo: «Lo sapete che cosa provavo: volevo tornare a galla, prendere una boccata d’aria […]. Soffochiamo in fondo a un immondezzaio, tutti quanti; ma io ho il modo di uscirne» (questa voluntas vivendi è l’unico atteggiamento politico manifesto nel romanzo). Per sua fortuna può contare sui soldi di una recente vincita alle corse dei cavalli e Hilda è facilmente liquidata con una bugia.

Tuttavia l’entusiasmo si esaurisce presto: basta infatti una prima occhiata da una collina vicino per rendersi conto che la Lower Binfield della sua memoria non esiste più, inghiottita in una cittadina manifatturiera di notevoli dimensioni. Case e negozi sono nuovi, la bottega del padre è stata trasformata in una sala da tè e il cimitero è stato collocato alla periferia dell’abitato, a scansare l’idea della morte. Bowling vaga per le strade disorientato, non riuscendo a riconoscere niente: «Mi riprese quell’idea: una specie d’invasione nemica operata mentre giravo le spalle»; e i ricordi, sovrapponendosi al presente, gli danno l’impressione di essere finito in un’allucinazione. Solo in chiesa il tempo sembra essersi fermato, ma è impossibile ignorare le tombe che ricordano tutti gli abitanti nel frattempo scomparsi. Lì vicino, poi, più precisamente a Walton, è stato costruito un grosso aeroporto militare e i bombardieri in addestramento, di tanto in tanto, solcano i cieli sopra la cittadina.

Trovare la sua antica fidanzata invecchiata e appesantita è un altro colpo al cuore per il protagonista, che precede di poco il dolore causatogli dalla scoperta che lo stagno in cui pescava è stato trasformato nella discarica di un nuovo quartiere abitato da vegetariani adoratori della natura.

La definitiva frantumazione del sogno è la bomba sganciata per errore da un aereo, che uccide tre persone, mentre il ministero mette a tacere la cosa con una lavata di capo al pilota e con un rapporto da pelle d’oca in cui gli effetti dell’esplosione sono giudicati deludenti rispetto alle aspettative.

Sulla via del ritorno a casa, Bowling avverte l’incombere della guerra: « Senza passato, senza futuro, immerso in un presente che non gli restituisce nessuna immagine della positività» non gli resta che la rassegnazione.

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