di Piergiorgio Seveso

Attaccare il neo-modernismo imperante nel nostro ambiente: spesso, e va detto, è parte integrante della nostra vita di ogni giorno, quasi di ogni ora e spesso risulta più facile attaccare i pesci piccoli, gli sbracati impresentabili, i rappresentanti sbrindellati della rivoluzione conciliare che capi-ciurma, capoccia e caporioni: si tratti di curati o “parroci” di chiese e periferie terminali o suore in fuga dai deserti chiostri o frati ciabattoni in rotta verso sempre nuove Woodstock, lo stile è spesso è caustico e inesorabile, beninteso spesso ampiamente meritato e dovuto.

Oppure si attaccano con parole spesso ingenerosamente violente ex potenti, pensionati, anziane “porpore” in declino, emeriti demeriti, potenti in ritiro, per una sorta di riflesso condizionato per cui chi “detiene” nella Chiesa le leve del potere (per “servizio pastorale” lo chiamano gli attuali deformatori della lingua cattolica) non possa essere attaccato troppo frontalmente. Non sia mai che poi ce lo si ritrovi in “ulteriore loco” e allora il manganello telematico dovrà trasformarsi in un aspersorio o forse ancora meglio in un turibolo per turiferare il potente di nuovo conio.

Allora meglio parlare un po’ di noi, un po’ per per modestia, un po’ per realismo, un po’ per disincanto, un po’ per contrappasso alle contumelie che spariamo ogni giorno con la Grande Bertha delle nostre pagine web, qui riprodotta nell’immagine in evidenza. Parliamo non tanto dei “tipi” che sono la grande massa cristiana di cara e buona gente che si sforza di restare cattolica e li possiamo vedere sia nelle grandi cerimonie (come quelle recenti in Svizzera), sia fuori dalle tante cappelle resistenti o integriste che si trovano or qui or là nel mezzo delle nostre babiloniche città. Quelli non fanno tanto notizia di sé, conducono la loro vita cristiana spesso con semplicità, talvolta quasi con riserbo e sono spesso parte di quel nostro folto pubblico di lettori attenti, rispettosi, interessati alle grandi questioni e grati per il bene ricevuto.

I “tipini” sono spesso i tremolanti malcontenti, gli eterni pavidi, a volte gli ingenui nelle facili speranze in questo o quel prelato, quelli che ci protendono le mani divorate dall’ansia, chiedendoci via via moderazione, (in)giusto mezzo. Quelli che in fondo baratterebbero Lumen gentium per qualche bella pianeta o per qualche bella cotta in pizzo Cantù. Ora tremuli, ora pretenziosi, sono disposti a giurare da mesi che alla fine la sporca dozzina bergogliana è stata solo un’uggiosa e forse calamitosa parentesi ma con la primavera e l’estate prevostiana (non quella ai castelli che tanto piacciono ai turisti americani) ora tutto lentamente, molto lentamente cambierà. Queste garrule falene dimenticano che la rivoluzione conciliare è un percorso storico le cui prime due generazioni di manovratori e diroccatori sono già sottoterra in cattedrali ed abbazie e la terza li sta per raggiungere: tipi fini, tipi esili su cui è impossibile contare in questa annosa e sacrosanta battaglia, 

Ci sono in ultimo i “tipacci” (con o senza virgolette, decidete voi), non sono molti ma si fanno notare: hanno colto l’occasione della gravissima crisi ecclesiale per farsi capibanda (e spesso la banda non c’è nemmeno) e per fare brigantaggio intellettuale. Beninteso ogni gravissima crisi, ogni frantumazione dell’ordine sociale (e in questo caso ecclesiale) fa emergere anche i miasmi della sentina sociale e anche questa non fa eccezione ma ovviamente il rimarcarlo in questo contesto può fare la differenza. Ribaldi, mestatori, guastamestieri, anche se magari ammantati di recente pietà, colgono di varie posizioni gli aspetti più estremi e se possibile li radicalizzano, li assolutizzano, brandendoli come clave contro vicini e ignari, scandalizzano i pusilli, tramortiscono i deboli , lasciano macerie morali fumanti al loro passaggio. Possono essere marginali che colgono il famoso quarto d’ora di notorietà sul palcoscenico reale o virtuale col brivido dell’unicità delle proprie posizioni oppure ben pasciuti e integrati su scranni comodi e agiati dove, tra una pausa e l’altra di luculliani banchetti, possano dispensare giudizi trancianti (o forse meglio dire trincianti) su tutto scibile ecclesiale ed umano. Ne vengono ovviamente trionfi illusori ed uno spirito di appartenenza più simile alla bande o alle gang del sabato sera.

Pur considerando il grande calderone tradizionalista che tante tipologie umane raccoglie, Iddio ci preservi da questi difetti e da questi eccessi e in ultima analisi da questi guasti.

Sedes sapientiae, ora pro nobis
Virgo potens, ora pro nobis


Seguite Radio Spada su: