di Red.

Che cosa ci rende davvero umani? Dell’irriducibilità della natura umana al mero dato materiale ci siamo occupati in particolare in due pubblicazioni: L’uomo e la sua natura e L’origine e i destini dell’uomo di Padre Angelo Zacchi OP. Il tema del resto è tornato di attualità dopo la pubblicazione del bizzarro documento “Prendersi cura della nostra Casa comune”: Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario.

In un articolo pubblicato su Science&Culture, Casey Luskin (2026) prende in esame uno studio dell’antropologo John Speth – professore emerito presso l’Università del Michigan – apparso sulla rivista Quaternary Environments and Humans con il titolo “Modern human origins: Do we know what we’re looking for?”. Il punto centrale dell’analisi risiede in un’evidenza fondamentale: l’essere umano è drammaticamente più complesso di una semplice «scimmia potenziata» (souped-up ape).

La soglia oltre la sopravvivenza

Come evidenziato da Speth, le necessità primarie dell’uomo – reperire cibo, difendere un territorio e riprodursi – costituiscono parametri economici di base condivisi con il resto del regno animale. Tuttavia, l’esperienza umana si distingue per un’immensa gamma di comportamenti cosiddetti «non (semplicemente) razionali» che comportano costi enormi in termini di tempo, energie e risorse, senza offrire alcun vantaggio evidente in termini di idoneità evolutiva (fitness).

Nel suo saggio, Speth elenca un vasto catalogo di attività umane che sfidano i classici modelli dell’ecologia comportamentale e dell’economia neoclassica:

  • Pratiche rituali e religiose: lunghi riti di iniziazione e di pubertà, digiuni, “autolesionismo spirituale”, pellegrinaggi rischiosi, osservanza di restrizioni alimentari e voti di celibato permanente.
  • Espressioni artistiche e ludiche: la partecipazione a concerti di ore, la visita a musei d’arte, la lettura di saghe di fantasia, la dedizione a giochi di ruolo o la visione di opere cinematografiche.
  • Comportamenti di rischio e intrattenimento: pratiche come il paracadutismo, l’arrampicata, il gioco d’azzardo e il tifo sportivo.
  • Simbolismo astratto: la disponibilità a sacrificare la propria vita per una bandiera o la dedizione a testi sacri.

Tentare di spiegare questa vastità di manifestazioni – diffuse sia nelle culture indigene sia nelle società occidentali secolarizzate – come meri strumenti ottimizzati per la sopravvivenza significa ricorrere a forzate narrative ad hoc (just-so stories).

Un confronto bayesiano: evoluzione cieca o disegno intenzionale?

Nel commentare le rilevazioni dell’antropologo, Luskin propone una riflessione basata sull’analisi bayesiana per valutare quale modello interpretativo presenti una maggiore probabilità prioritaria alla luce dei dati comportamentali:

  1. Il modello evoluzionistico convenzionale: assume che l’umanità si sia sviluppata esclusivamente tramite meccanismi naturali non guidati. In questo scenario, la persistenza e l’ubiquità di comportamenti così dispendiosi e rischiosi risultano difficili da predire e spiegare se non come complessi e collaterali sottoprodotti evolutivi.
  2. Il modello del Disegno Intelligente (Intelligent Design): ipotizza che l’essere umano sia stato progettato per scopi più elevati e per entrare in relazione con una dimensione trascendente. In questo quadro, la costante ricerca del sacro, la spinta verso l’arte e la propensione al simbolismo non sono anomalie evolutive, ma tratti previsti e fondanti della natura umana.

L’articolo di Luskin conclude che le evidenze antropologiche sui comportamenti non utilitaristici mostrano come l’esperienza umana superi i confini della mera selezione naturale, suggerendo che l’uomo non sia semplicemente il prodotto di una biologia animale perfezionata, ma una creatura strutturata per finalità più ampie.

Riferimento bibliografico principale:

  • Luskin, C. (2026, 12 giugno). Paper: Human Behavior Shows We’re “Far More Complex than Just a ‘Souped-Up’ Ape”. Evolution News. (Con citazioni da: Speth, J., Modern human origins: Do we know what we’re looking for?, Quaternary Environments and Humans).

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