«E chi viene istruito nella parola divina faccia parte di tutti i suoi beni a chi lo istruisce. Non illudetevi: Dio non si lascia deridere. Ciò che uno avrà seminato, quello mieterà» (Gal. VI, 6-7)
di S. Tommaso d’Aquino (Super Galatas, cap. 6 l. 2)
Dice dunque: si è detto sopra come i superiori debbano comportarsi verso gli inferiori, cioè correggendo e istruendo con mitezza; ora restano da vedere le modalità con cui l’inferiore debba obbedire al superiore, e perciò dice: «viene istruito nella parola divina faccia parte di tutti i suoi beni a chi lo istruisce», cioè chi viene ammaestrato nella Parola di Dio condivida con colui che lo ammaestra; condivida, dico, «ogni bene».
Ma bisogna notare che il discepolo può condividere con chi lo istruisce in due modi.
In primo luogo, ricevendo i beni del maestro; e così si dice «condivida chi viene istruito», cioè renda suo ciò che appartiene al maestro, imitandolo (1Corinzi 11,1: «Siate miei imitatori», ecc.). Ma poiché accade che i maestri talvolta compiano azioni meno buone, in questo non vanno imitati, e perciò aggiunge «in ogni bene» (Matteo 23,3: «Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non fate secondo le loro opere»).
In secondo luogo, condividendo i propri beni con chi lo istruisce. Questo è infatti comandato dal Signore in 1Corinzi 9,14, dove si dice: «Quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo». Onde in Matteo 10,10: «L’operaio è degno del suo nutrimento»; e in Luca 10,7: «L’operaio è degno della sua mercede». E l’Apostolo dice in 1 Corinzi 9,11: «Se noi abbiamo seminato in voi le cose spirituali», ecc. E per questo qui dice «chi viene istruito condivida», ecc., cioè colui che è ammaestrato condivida con il maestro tutti i beni che possiede; infatti anche i beni temporali sono detti tali (Isaia 1,19: «Se sarete docili e mi ascolterete, mangerete i beni della terra»; Matteo 7,11: «Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone…», ecc.). Dice poi «in ogni bene», poiché non solo deve condividere con chi ha bisogno, ma deve in generale condividere con il prossimo il giudizio, il consiglio, il potere e qualsiasi cosa possieda (1Pietro 4,10: «Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri», ecc.). Di questa condivisione si parla in Romani 12,13: «Concorrendo alle necessità dei santi»; ed Ecclesiastico 14,15: «Dona e ricevi nella divisione della tua sorte».
Di seguito, quando dice «non vi ingannate», ecc., esclude ogni scusa; e prima la esclude, poi assegna la ragione dell’esclusione, lì dove dice: «poiché quello che l’uomo avrà seminato», ecc.
Dice dunque: «Non illudetevi: Dio non si lascia deridere». Questo si può intendere in due modi secondo due spiegazioni
Prima spiegazione
Tu dici: «Dobbiamo imitare i maestri nelle cose buone, ma io non posso imitarli se non in ciò che fanno: tuttavia non vedo in essi altro che il male; dunque devo imitarli nel male». Ma egli esclude ciò dicendo «non illudetevi: Dio non si lascia deridere». È un errore dire questo. Infatti i mali dei prelati non ci scusano: essi non sono d’esempio per i sottoposti se non in ciò in cui imitano Cristo, che è il pastore senza peccato; perciò significativamente si dice in Giovanni 10,11: «Io sono il buon pastore», ecc. E l’Apostolo in 1Corinzi 4,16 e 11,1 dice: «Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo»; come a dire: «Imitatemi in ciò in cui io imito Cristo». E anche se per mezzo dei mali dei prelati vi scusate davanti agli uomini, tuttavia «Dio non si lascia deridere», cioè non può essere ingannato (Giobbe 13,9: «O si lascerà ingannare dalle vostre astuzia come si inganna un uomo?»; Proverbi 3,34: «Egli si fa beffe dei beffardi»).
Seconda spiegazione
Si introduce così: potrebbero infatti dire: «Siamo poveri, non abbiamo nulla che possiamo condividere». Ma egli esclude ciò dicendo «non vi ingannate», cioè nessuno si ritenga vanamente scusato adducendo la povertà, «Dio non si deride», cioè non può essere ingannato: egli conosce infatti i nostri cuori e non ignora le nostre possibilità. Una scusa verosimile può ingannare e placare l’uomo, ma non può ingannare Dio.
Assegna poi la ragione di ciò dicendo: «Ciò che uno avrà seminato, quello mieterà». E prima in generale, poi in particolare (lì dove dice: «poiché chi semina», ecc.).
Dice dunque, secondo la prima spiegazione: «Veramente sbagliate credendo questo, perché Dio renderà a ciascuno secondo i propri meriti».


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