di Red.
Il XXI secolo era iniziato all’insegna di un trionfale razionalismo scientifico. Il movimento del cosiddetto Nuovo Ateismo, guidato da figure mediatiche del calibro di Richard Dawkins, Christopher Hitchens, Sam Harris e Daniel Dennett, prometteva di consegnare la fede religiosa agli archivi della storia. La loro tesi era semplice: la fisica avrebbe spiegato l’universo “dal nulla” e la biologia darwiniana avrebbe mostrato come l’apparente complessità della vita fosse solo il frutto di processi ciechi e casuali. Ora, il primo errore di questa prospettiva sta nella confusione tra piani diversi e nella negazione della realtà metafisica, così come delle verità ad essa connesse. L’origine dell’universo è infatti, nelle sue cause, una questione primariamente metafisica, non fisica (vedere: Compendio di Filosofia – Metafisica e Logica, Padre M. Liberatore SJ e altri Autori; Buona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggi, don Curzio Nitoglia), così come lo sono la natura e la vita dell’uomo (L’uomo e la sua natura e L’origine e i destini dell’uomo, Padre Angelo Zacchi O.P.).
Oggi, a vent’anni di distanza dalla pubblicazione del best-seller di Dawkins L’illusione di Dio (2006), la situazione appare radicalmente mutata, sia sul piano accademico sia su quello sociale. Come analizzato da David Klinghoffer sul blog Science&Culture attraverso il commento agli interventi di Stephen Meyer (qui) e Casey Luskin (qui), il fuoco sacro del Nuovo Ateismo si è progressivamente spento, travolto non solo da una palese debolezza filosofica, ma soprattutto dalle recenti scoperte scientifiche.
Il Nuovo Ateismo vent’anni dopo: una causa orfana
Nel suo recente articolo su The Telegraph, Stephen Meyer (autore di Return of the God Hypothesis) traccia un bilancio di questi ultimi due decenni. L’aggressività e la sicurezza con cui gli atei militanti proclamavano la morte di Dio sembrano oggi un ricordo lontano, paragonabile alla parabola dei soldati giapponesi che nella giungla continuavano a combattere una guerra ormai finita.
I segnali di questa parabola discendente si manifestano prima di tutto nel repentino cambio di rotta di molti dei suoi protagonisti e osservatori. Figure simbolo dell’epoca, come l’attivista Ayaan Hirsi Ali, hanno infatti aperto la strada a una conversione al cristianesimo (se così si può dire), mentre YouTuber di grande seguito come Alex O’Connor o imprenditori come Steven Bartlett hanno fortemente ammorbidito le proprie posizioni. Perfino lo stesso Dawkins ha finito per ammettere di sentirsi a proprio agio all’interno dell’«ethos» culturale cristiano, pur continuando a rifiutare la credenza in un Creatore.
A questo scenario si aggiunge il crollo delle obiezioni epistemologiche avanzate dai nuovi atei. La loro pretesa che la scienza debba rifiutare l’idea di una Mente Progettatrice perché non direttamente osservabile cade di fronte alla prassi scientifica quotidiana. Meyer cita a questo proposito il caso della materia oscura: essa non è mai stata vista direttamente, ma la sua esistenza è stata inferita per spiegare i movimenti altrimenti inspiegabili delle galassie.
La caduta del mito del “DNA spazzatura”
Se il dibattito filosofico ha perso la sua verve aggressiva, è sul terreno rigorosamente biologico che il materialismo darwiniano mostra le crepe più profonde. In un secondo intervento, Casey Luskin descrive la profonda spaccatura tra i due paradigmi focalizzandosi sulla questione del Junk DNA, ossia il presunto “DNA spazzatura”.
Per decenni la biologia evolutiva materialista ha considerato l’enorme quantità di DNA non codificante all’interno del genoma umano come una prova schiacciante dell’assenza di un progetto. L’idea di fondo era che si trattasse solo di spazzatura e detriti accumulati da un processo evolutivo cieco; lo stesso Dawkins, nel suo libro A Devil’s Chaplain del 2003, citava con orgoglio questi genomi pieni di sequenze prive di funzione. Al contrario, l’Intelligent Design ha sempre formulato una previsione opposta: partendo dall’osservazione che gli agenti intelligenti inseriscono nei loro progetti solo parti funzionali – proprio come fa un ingegnere quando progetta un dispositivo elettronico – la teoria prevedeva che la ricerca scientifica avrebbe col tempo scoperto la funzione di quelle regioni considerate inutili.
I fatti hanno progressivamente confermato le previsioni dell’Intelligent Design a scapito del modello darwiniano. A partire dai risultati del Progetto ENCODE nel 2012 e fino alle scoperte più recenti, la biologia ha dimostrato che le regioni non codificanti svolgono ruoli cruciali nel regolare l’espressione dei geni. Questa svolta è stata ufficialmente consacrata da uno studio pubblicato sulla rivista Cell, che ha parlato esplicitamente di un vero e proprio cambio di paradigma contro la vecchia idea che vaste porzioni del genoma umano siano semplice scarto evolutivo.
Un nuovo orizzonte scientifico
Le analisi condotte da Meyer e Luskin evidenziano una realtà sempre più evidente: mentre i presupposti ideologici del materialismo e del Nuovo Ateismo hanno mostrato tutti i loro limiti con il passare degli anni, l’approccio dell’Intelligent Design sta dimostrando una notevole fecondità scientifica. La scienza del XXI secolo non sta affatto spingendo il mondo verso un definitivo oblio della dimensione trascendente; al contrario, la straordinaria complessità riscontrata nel cosmo e nel codice genetico sta rendendo l’ipotesi di un Progetto iniziale una spiegazione sempre più solida e plausibile.
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