di San Girolamo

«E passando oltre, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli, alzatosi, lo seguì». Gli altri evangelisti, per un senso di rispetto e per riguardo verso Matteo, non vollero chiamarlo con il nome con cui era comunemente noto, ma lo chiamarono Levi (egli aveva infatti un doppio nome). Matteo stesso, invece – secondo quel principio prescritto da Salomone: «Il giusto, all’inizio del suo discorso, si fa accusatore di se stesso» (Prov. 18, 17) e secondo l’altro passo: «Confessa le tue colpe per essere giustificato» (Is. 43, 26) – , definisce se stesso «Matteo» e «pubblicano», per mostrare a chi legge che nessuno deve disperare della propria salvezza se si converte al bene, dal momento che egli stesso, da pubblicano, è stato improvvisamente trasformato in apostolo. Porfirio e l’imperatore Giuliano l’Apostata muovono un’obiezione a questo passo, accusando o l’ignoranza dello storico che avrebbe mentito, o la stoltezza di coloro che avrebbero seguito immediatamente il Salvatore, come se avessero seguito in modo irrazionale un uomo qualunque che li chiamasse. Ciò prescinde dal fatto che precedettero prodigi e segni così grandi che gli Apostoli non videro senza dubbio prima di credere. In ogni caso, lo splendore stesso e la maestà della divinità nascosta, che traspariva persino nel suo volto umano, potevano attrarre a sé chiunque lo guardasse fin dal primo istante. Se si dice infatti che nella pietra magnetica e nell’ambra risieda la forza di attrarre a sé anelli di ferro, pagliuzze e steli secchi, quanto più il Signore di tutte le creature poteva attrarre a sé coloro che voleva?

Commentarii in Evangelium Matthaei, Liber I, ad cap. 9, v. 9, PL 26, 55-56


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