di Red.
Un’analisi dell’articolo di Brian Miller Why Life’s Origin Can Only Be Explained by Design (Science&Culture)
Nel suo intervento il chimico e ricercatore Brian Miller, affiliato al movimento del Disegno Intelligente, prosegue una serie di articoli dedicati ai limiti della ricerca sull’origine della vita. Dopo aver discusso, in precedenti contributi, i problemi legati ai catalizzatori chimici e ai processi di auto-organizzazione, qui Miller amplia la tesi: a suo giudizio, qualsiasi tentativo di spiegare l’origine della vita attraverso percorsi chimici non guidati sarebbe destinato al fallimento. Gli esperimenti condotti in questo campo, sostiene, non dimostrerebbero affatto il potere creativo della chimica spontanea, ma al contrario evidenzierebbero quanto sia indispensabile un intervento progettuale per ottenere risultati anche solo lontanamente paragonabili ai sistemi biologici.
Due tipi di esperimenti sull’origine della vita
Miller distingue due filoni principali nella ricerca sperimentale sull’origine della vita.
Il primo comprende gli esperimenti che cercano di riprodurre condizioni ambientali plausibili per la Terra primordiale, come il celebre esperimento di Miller-Urey e i suoi successori, che partono da miscele relativamente realistiche di gas semplici e altri composti ritenuti presenti in quel periodo. Secondo l’autore, questi esperimenti producono perlopiù miscele complesse dominate da prodotti a basso contenuto di energia libera: vicoli ciechi chimici, molto lontani dai sistemi altamente organizzati e ricchi di energia che caratterizzano la vita.
Il secondo filone riguarda invece esperimenti costruiti appositamente per generare prodotti con una qualche rilevanza biologica. In questo caso, secondo Miller, il risultato voluto si ottiene solo grazie alla scelta accurata delle sostanze di partenza, alla costruzione di un ambiente sperimentale ideale e all’applicazione di una sequenza di procedure minuziosamente definita. I prodotti finali, quindi, non deriverebbero da processi che imitano la natura, ma dall’informazione incorporata nelle specifiche stesse del progetto sperimentale.
I due approcci mostrano quindi una differenza di fondo: da un lato la chimica non guidata produce risultati poco organizzati e poveri di energia; dall’altro, ogni risultato biologicamente rilevante emerge solo quando l’informazione e l’intenzione dello sperimentatore intervengono a guidare il processo.
Il ruolo dell’informazione e dell’energia
Un punto centrale dell’argomentazione riguarda la distanza tra i materiali di partenza usati in laboratorio e ciò che sarebbe realisticamente disponibile in natura. Le miscele di reagenti impiegate negli esperimenti, spiega Miller, contengono un insieme ristretto di molecole specifiche, fornite in concentrazioni non naturali e quindi caratterizzate da un’energia libera molto elevata; nel corso dell’esperimento il sistema evolve poi verso uno stato a energia libera più bassa, che presenta le proprietà desiderate.
Inoltre, secondo l’autore, questi stessi reagenti non nascono mai da processi compatibili con le condizioni plausibili della Terra primitiva: la loro produzione richiederebbe procedure industriali rigorosamente controllate – forni ad alta temperatura, reattori catalitici ad alta pressione, esposizione ad acidi forti, essiccazione in assenza di ossigeno, cristallizzazione, filtrazione e purificazione. L’intero percorso, dalle materie prime grezze ai reagenti purificati fino ai prodotti finali, dipenderebbe quindi da grandi quantità di energia elaborata e indirizzata da macchinari complessi, che operano secondo specifiche di fabbricazione dettagliate – cioè, nella lettura di Miller, da vera e propria informazione.
Il confronto con la biologia cellulare
Miller sviluppa poi un parallelo tra questi esperimenti e il funzionamento della cellula vivente. Come i sistemi sperimentali progettati per produrre un risultato specifico, anche la biologia dipenderebbe da un’informazione preesistente: l’organizzazione e le attività di una cellula seguirebbero un piano architettonico – un progetto orientato a obiettivi centrali come l’autonomia, l’adattamento e la riproduzione. Questo progetto si concretizzerebbe nell’informazione biologica incorporata nel DNA, nelle proteine e in altre strutture cellulari, informazione che guiderebbe i macchinari molecolari nella costruzione dei componenti cellulari, nel coordinamento dei processi e nel mantenimento dell’architettura della cellula. Tali macchinari sarebbero alimentati da molecole ad alta energia prodotte da sistemi di conversione energetica, ed è necessario un flusso costante di energia incanalata per sostenere processi energeticamente sfavorevoli – come il trasporto di risorse contro gradiente di concentrazione – così da mantenere lo stato lontano dall’equilibrio tipico della cellula.
Nell’articolo originale, questo confronto viene riassunto in una tabella che accosta, funzione per funzione, gli elementi necessari a costruire e mantenere una cellula e quelli richiesti per ottenere il risultato voluto in un esperimento sull’origine della vita: l’obiettivo (autonomia/riproduzione contro prodotto sperimentale desiderato), il piano architettonico (progetto cellulare contro disegno sperimentale), l’informazione, i macchinari, la fonte di energia e il livello di coordinamento richiesto. In ogni categoria, secondo Miller, la logica sottostante sarebbe la stessa: un progetto guidato da un’intenzione, realizzato attraverso informazione, macchinari ed energia opportunamente indirizzata.
La conclusione dell’autore
Da questo parallelo Miller trae la sua conclusione principale: se anche i chimici più esperti hanno bisogno di specificare con cura materiali, condizioni, apporti energetici e protocolli per ottenere risultati che restano comunque molto più semplici delle strutture biologiche più elementari, allora a maggior ragione una cellula vivente – capace di costruire da sé i propri componenti, regolare e coordinare le proprie attività, raccogliere e indirizzare energia, mantenere la propria organizzazione, riparare i danni e riprodursi – indica la necessità di un progettista. E questo progettista, secondo l’autore, deve possedere una conoscenza che supera ampiamente quella umana.
Il limite della disputa
Va detto con chiarezza che la proposta di Miller, per quanto costruita su dati chimici e informazionali concreti, punta in ultima istanza a una conclusione di ordine metafisico: l’esistenza di una causa finale, di un’intelligenza ordinatrice dietro l’origine della vita. Ma una conclusione di questo tipo va oltre il dato di laboratorio preso in se stesso. Nessun esperimento – né quelli che riproducono le condizioni della Terra primordiale, né quelli costruiti per ottenere prodotti biologicamente rilevanti – può da solo stabilire se dietro l’ordine chimico e informazionale della cellula ci sia un’intenzione o non ci sia. L’esperimento può mostrare come si comporta la materia in determinate condizioni; non può mostrare da solo se quel comportamento sia o non sia il segno di un fine. Questo vale nei due sensi: chi sostiene che la vita sia progettata non lo può provare sperimentalmente, ma nemmeno chi sostiene che non lo sia può chiudere la questione sulla base dei soli dati chimici. Il dato empirico resta lo stesso per entrambi; ciò che cambia è la cornice interpretativa – teleologica o non teleologica – con cui quel dato viene letto, e quella cornice è una scelta filosofica (corretta nel primo caso, errata nel secondo), non un risultato puramente di laboratorio.
Seguite Radio Spada su:
- Libreria: www.edizioniradiospada.com;
- Telegram: https://t.me/Radiospada;
- Whatsapp: https://whatsapp.com/channel/0029Vb6hdpz2phHESIThpn12;
- Instagram: https://instagram.com/radiospada;
- Twitter: https://twitter.com/RadioSpada;
- YouTube: https://youtube.com/user/radiospada;
- Facebook: https://facebook.com/radiospadasocial
- Gloria.tv: https://gloria.tv/Radio%20Spada.
