di Luca Fumagalli
Che la situazione del mondo editoriale italiano sia difficile, è cosa risaputa. Ciclicamente vengono snocciolate dai telegiornali o dalle varie testate cifre che dimostrano come, a fronte di un crescente numero di libri pubblicati ogni anno, i lettori siano in calo costante, con conseguente erosione dei profitti (soprattutto per le grandi case editrici, le poche che ancora possono vantare un fatturato decente). Si ripete dunque il solito mantra, secondo il quale tutti ormai si danno alla scrittura dimenticandosi che ben pochi pare siano interessati ad acquistare così tanti “capolavori”. Addirittura, dati alla mano, ci sono titoli che non vendono nemmeno una copia.
Del resto, al di là deli numeri, anche sul fronte della qualità il calo è palpabile. Per comprendere la gravità della crisi basterebbe fare un giro in una di quelle librerie controllate dalle major nostrane dove, superata la soglia, fanno immediatamente bella mostra di sé i volumi degli influencer più in voga – spesso ridicolmente smilzi, più immagini che testo – e una scaffalatura sempre più imponente di narrativa da ombrellone. Poi, se per ventura, capita di sfogliare uno di quei romanzi con la fascetta da finalista o vincitore di uno dei vari premi letterari, la domanda sorge spontanea: ma se questo autore è arrivato dov’è arrivato, gli altri che robacce hanno scritto? Per carità, i testi di valore non mancano, ma la sensazione predominante è quella di un generale livellamento verso il basso e che nella scelta dei nomi “destinati al successo” il valore artistico dell’opera sia solo una, e non la più importante, delle variabili in gioco.
Ora, di questo e di molto altro parla David Nieri nel suo ultimo saggio, un libro agile e godibilissimo dal titolo inequivocabile: Memorie semiserie di un editore fallito. Non si tratta di un pamphlet o di un libro denuncia, ma di una specie di autobiografia professionale – “flusso d’incoscienza” la definisce l’autore – in cui l’esperienza di quest’ultimo diviene una sorta di cartina tornasole per verificare le storture di un sistema a cui sembra non esserci rimedio. Nieri, dopo la laurea in lettere e una lunga esperienza nel settore fatta di massacranti ritmi di lavoro, contratti al limite della barzelletta e stipendi risibili, ha infatti deciso nel 2016 di tentare la sorte fondando una piccola casa editrice, La Vela, e occupandosi in prima persona di ogni fase del processo editoriale. Pur sapendo che la sfida sarebbe stata ardua, si è gettato anima e corpo nel nuovo progetto e le soddisfazioni non sono mancate. Nel catalogo della sua casa editrice, il cui principale scopo è quello di proporre in particolare saggistica di qualità, lontana dal banale e dal politically correct, figurano svariati titoli di pregio e, tra gli autori, non sono pochi i nomi noti del nostro panorama culturale. In sintesi, David ha voluto sfidare il Golia delle major – irresistibile il calembour – ma alla lunga, è lui stesso ad ammetterlo, ne è uscito con le ossa rotte.

A fronte delle sporadiche luci, troppe le ombre, troppe le ambiguità e troppa la stupidità di un’industria che tenta di sopravvivere all’avanzata dell’ignoranza sostanzialmente generando altra ignoranza. Tra le pagine più belle del saggio, ad esempio, è impossibile non citare quelle a proposito della differenza tra narrativa e letteratura, ossia tra quei libricini modaioli a uso e consumo di chi cerca il mero intrattenimento – e che oggi vanno per la maggiore – e le grandi opere che hanno in sé la forza di smuovere l’io nel profondo. Come Nieri fa giustamente notare, i libri non sono belli in sé, dipende molto da quello che in essi vi è contenuto, se è materia di valore o robaccia. Colpisce poi notare come gli stessi adoratori del libro-feticcio si straccino le vesti e si preparino ai roghi dell’indignazione pubblica quando una piccola realtà editoriale alternativa riesce a bucare le maglie e a proporre testi non graditi ai “moralmente superiori”.
Molto interessante è inoltre la disamina della filiera della distribuzione, questione generalmente poco nota. Nieri mostra come anche in quel segmento regni sostanzialmente un oligopolio e che, pertanto, alle librerie vengano proposti per la maggior parte titoli legati alle grandi realtà. Quindi l’online, sebbene abbia sdoganato il self-publishing – la pratica deprecabile per cui basta pagare per essere pubblicati, tra l’altro senza che il testo venga revisionato da un editor competente – ha almeno il pregio di non fare preferenze e di dare a tutte le case editrici, anche a quelle minuscole, un’occasione per non restare invisibili.
Memorie semiserie di un editore fallito è dunque un bagno di realtà assolutamente necessario, specie per chi ama leggere e con i libri ha un commercio quotidiano. L’autore, oltre a quello che ha vissuto in prima persona, attinge ampiamente ai dati e alle statistiche ufficiali, proponendo ogni volta un punto di vista stimolante. Forse l’unico difetto del suo lavoro è il titolo, con quel “fallito” che sarebbe stato meglio mettere tra virgolette. Il fallimento è tale solo quando ci si arrende – e Nieri sta continuando a combattere con le unghie e con i denti – ma persino in caso di bandiera bianca la sua non potrebbe mai essere una sconfitta: il noto adagio non recita infatti che il vero fallimento non è nel cadere, ma nel non averci nemmeno provato?
Il libro: David Nieri, Memorie semiserie di un editore fallito, La Vela, Lucca 2026, 122 pagine, 12 Euro.
Link all’acquisto: https://www.edizionilavela.it/prodotto/memorie-semiserie-di-un-editore-fallito/


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