di Red.

Dopo quasi un anno e mezzo di regno prevostiano, 12 anni di bergoglismo e 60 di post-Concilio, ogni mattina qualcuno scopre l’acqua calda: ma i fatti hanno conseguenze, ed è inutile stupirsi.

Non era difficile immaginare (e lo abbiamo scritto qui, mentre altri stavano ancora finendo le ultime gocce di Dom Pérignon) che subito dopo gli entusiasmi per il viaggio di Leone in Francia sarebbe arrivata l’ennesima doccia fredda. Ed è bastato che il 30 settembre la Segreteria generale del Sinodo diffondesse il Rapporto finale della Commissione Canonistica, perché i soliti ambienti conservatori-moderati si accorgessero, con costernazione, di una “rivoluzione canonica”.

Il Rapporto, in realtà, propone modifiche ai canoni che riguardano la capacità dei laici, uomini e donne, di esercitare uffici, incarichi e ministeri, anche nel governo ecclesiastico, intervenendo su una materia già molto adatta a questo tipo di “aperture”, ovvero il Codice del 1983 e la dottrina uscita dal Vaticano II: recependo un’ecclesiologia deviata, l’apertura ai nuovi ruoli per i laici, al collegialismo orizzontale e a tutto il resto, c’era già. Non a caso, fu nel clima del “nuovo codice” che si spianò la strada al pessimo concordato con la Repubblica Italiana del 1984 (vedere qui).

Il punto è questo: la rivoluzione non nasce il 30 settembre 2026. Nasce con il Codice di Giovanni Paolo II, oggi si ritocca, si “potenzia”, si porta a conseguenza. Gridare al ribaltamento del metodo ecclesiale, a una prassi locale “avventurosa” che anticipa la dottrina, o al rischio di una Chiesa assembleare, quando si accetta da decenni il quadro che lo rende possibile, significa – ancora una volta – guardare i sintomi ignorando la causa. Non è poi detto che tutte le proposte vadano a segno, ma anche questo è uno schema classico del processo rivolzionario: allarmare per 10, portare a casa 8, preparare per 15, allarmare per 18, portare a casa 14. E così via.

Del resto, il tempo stringe. Tra pochi giorni, il 14 ottobre alle ore 10, Leone celebrerà sul sagrato della Basilica di San Pietro la Messa a conclusione dell’incontro per il decimo anniversario di Amoris laetitia (e i dubia?). Resta la sostanza: un “conservatorismo” troppo timido per risalire alle cause e troppo in ritardo per tenere il passo con le ultime applicazioni di ciò che denuncia. Chi teme davvero per l’autorità episcopale e per l’unità della fede dovrebbe cominciare dal 1983 (e dal 1962), non dal 2026.

Buon risveglio.


Come sempre, per comprendere in profondità e senza scoraggiamenti la crisi ecclesiale e sociale in corso, rimandiamo a: Parole chiare sulla Chiesa, Golpe nella Chiesa, Buona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggi, La rivoluzione guardata negli occhi. Un libro che spiega il passato e racconta il futuro, Magistero Politico – Insegnamenti papali sulla politica per l’instaurazione di un ordine cristiano, L’illusione liberale.


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