di Piergiorgio Seveso
Credo di non confidare un grande segreto a questa rubrica quando scrivo che nelle nostre martoriate terre niente ci risulta più uggioso, fastidioso e urticante delle c.d. “feste civili”.
Al gran sabba di sangue e morte del “25 aprile” segue la rosseggiante “festa del Lavoro” con la sua retorica sgangherata e i suoi “concertoni”, a mala pena lenita dal pacelliano San Giuseppe lavoratore, e poi alla fine arriva Lei, la “festa della Repubblica”, prima occasione per mangiate all’aria aperta o per i primi bagni dei più ardimentosi.
Al di là di questi aspetti accidentali, è proprio in quei giorni ove siamo forzatamente reclusi, lontani dai luoghi amati di lavoro, di studio e di militanza che sentiamo viva, cocente e struggente la nostra “apolitia”, la nostra non cittadinanza, il nostro essere “né eletti né elettori” del ventunesimo secolo.
Beninteso, non vorrei attraverso queste poche righe fornire attitudini normative o peggio “vincolanti” riguardo il complesso rapporto tra “cattolicesimo integrale” e politica nelle terre italofone: ne dissertavo pochi giorni fa con piacere ma non senza difficoltà, non senza il gusto amaro delle aporie, nella sua consueta e ottima rubrica del Bollettino malpensante dell’amico (mio e di Radio Spada) Pietro Ferrari.
In questa trasmissione ho pronunciato una frase che poi riascoltata mi ha colpito e che può essere cifra e chiave di lettura per qualunque rapporto tra cattolicesimo integrale e politica: “…è difficile rassegnarsi ad essere una parte quando si è il TUTTO”.
Viviamo infatti in una continua, inesorabile e multiforme “ritirata di Russia” del cattolicesimo romano in ambito politico ed ognuno ci si arrangia come può, ci si affida a leader d’occasione, a compagini e compagnie di ventura o di sventura più o meno mal assortite, ci si “riorganizza” come riesce e come sembra più consono all’ortoprassi politica.
Il tutto si snoda in un continuo oscillare tra azione, attivismo, neo-comunitarismo dei “quattro amici al bar” più o meno sincero e fertile, illusione frenetica, disillusione cocente e persino piccole e grandi vanaglorie. Sono momenti che spesso si incidono sulla pelle e sul libro d’oro della propria vita come indelebili perché solo in questi contesti e in questi momenti di condivisa trincea politica si capisce realmente il valore dei singoli uomini e delle vere amicizie.
Verso tutte queste scelte forzatamente parziali ho imparato a nutrire grandi benevolenze e convinte “compassioni” nel senso spero migliore del termine. Ma NON verso coloro che con grande sicumera, seduti e ben pasciuti in qualche comodo anfratto delle pubbliche istituzioni repubblicane, ci catechizzano con sicumera e sfrontatezza da “soloni di trattoria” sulla necessità di “cambiare le cose dal di dentro”.
Per chi sa quale sia stata la genetica dello “stato” in cui malauguratamente ci troviamo a vivere e della sua Costituzione “la più bella del mondo”, frutto degli amori ancillari tra comunismo di servizio, liberalismo agnostico e modernismo politico demo(no)cristiano, i buoni consigli di questi Mirabeau, di questi LaFayette del cattolicesimo tradizionalista suonano patetici ed irreali, degni non certo della benevola compassione sopra accennata ma di reale compatimento.
Passata la festa, spazzati e ripuliti gli incatramati selciati da festoni e bandierine di cartapesta, cessati i fasti della Pornocrazia, della Cleptocrazia e della Ateocrazia, torniamo a calpestare le consuete strade, stranieri in patria, esuli fin nel nostro domicilio, raminghi e reietti, sotto l’aliena potestà del liberalismo e del democratismo degenere e degenerato, in attesa però della festa del Sacro Cuore, di quel Cuore vulnerato e vittorioso “attritum propter scelera nostra”, spodestato dalle costituzioni e dalle legislazioni dagli stati contemporanei.
Cor Jesu, saturatum opprobriiis, miserere nobis!


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