A fini di studio e approfondimento presentiamo ai lettori una pagina di esegesi biblica di san Girolamo relativamente a Matteo XXIII, 34-39, passo evangelico che si legge nelle feste di santo Stefano.

In quel tempo, Gesù diceva agli Scribi e ai Farisei: «Perciò, ecco, io vi mando profeti e sapienti e Scribi; e di essi ne ucciderete, e metterete in croce e flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguirete di città in città»

Ciò che avevamo detto prima – ossia che la frase «Colmate la misura dei vostri padri» si riferisse alla persona del Signore in quanto doveva essere ucciso da loro – può anche riferirsi ai suoi discepoli, dei quali ora dice: «Ecco, io vi mando profeti e sapienti e Scribi; e di essi ne ucciderete, e metterete in croce e flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguirete di città in città», affinché colmiate la misura dei vostri padri. E al tempo stesso osserva, secondo l’Apostolo che scrive ai Corinzi (1Cor 12), che vari sono i doni dei discepoli di Cristo: alcuni sono profeti che annunciano le cose future, altri sapienti che sanno quando debbano proferire la parola, altri scribi dottissimi nella Legge. Tra questi, Stefano fu lapidato, Paolo ucciso, Pietro crocifisso, i discepoli flagellati negli Atti degli Apostoli e perseguitati e scacciati di città in città, espellendoli dalla Giudea affinché passassero al popolo dei pagani.

Affinché ricada su di voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che uccideste tra il tempio e l’altare.

Su Abele non c’è alcuna ambiguità sul fatto che sia quello ucciso da suo fratello Caino. Che poi fosse giusto è provato non solo dalla dichiarazione del Signore, ma anche dalla testimonianza della Genesi (Gen 4), dove si racconta che i suoi doni furono graditi a Dio. Ci chiediamo chi sia questo Zaccaria figlio di Barachia, poiché leggiamo di molti Zaccaria. E affinché non ci venisse lasciata la possibilità di errare liberamente, è stato aggiunto: «che uccideste tra il tempio e l’altare». Nei vari autori leggo diverse opinioni, e devo esporre la tesi di ciascuno. Alcuni dicono che si tratti di Zaccaria figlio di Barachia, che è l’undicesimo tra i dodici profeti minori, e il nome del padre in lui concorda. Concorda sì, ma dove sia stato ucciso tra il tempio e l’altare la Scrittura non lo dice, soprattutto perché ai suoi tempi vi erano appena le rovine del tempio. Altri vogliono che s’intenda Zaccaria padre di Giovanni Battista, sostenendo sulla base di alcune visioni apocrife che sarebbe stato ucciso per aver predicato l’avvento del Salvatore. Ma questo, non avendo l’autorità delle Scritture, si respinge con la stessa facilità con cui si afferma. Altri ancora ritengono che questo sia quel Zaccaria ucciso da Gioas re di Giuda tra il tempio e l’altare, come narra la storia dei Re (cfr. 2Cronache 24). Si deve però osservare che quel Zaccaria non era figlio di Barachia, bensì figlio del sacerdote Gioiada. Onde la Scrittura riferisce: «Il re Gioas non si ricordò del bene che il padre di lui, Gioiada, gli aveva fatto» (2Cr 24,22). Se dunque riconosciamo Zaccaria e concorda il luogo dell’uccisione, ci chiediamo perché sia detto “figlio di Barachia” e non “di Gioiada”. Barachia nella nostra lingua significa “benedetto dal Signore”, Gioiada “viene dimostrata “giustizia” secondo la lingua ebraica. Nel Vangelo di cui si servono i Nazareni, al posto di “figlio di Barachia” troviamo scritto “figlio di Gioiada”.

Io vi dico in verità che tutte queste cose verranno su questa generazione.

Diciamo brevemente perché il sangue dal giusto Abele fino a Zaccaria figlio di Barachia sia richiesto a quella generazione, pur non avendo essi ucciso nessuno dei due. È regola delle Scritture porre due generazioni, quella dei buoni e quella dei malvagi, cioè una sola per ciascuna categoria. Prendiamo esempi relativamente ai buoni: «Chi salirà il monte del Signore o chi siederà nel suo luogo santo?» (Sal 23,3). E dopo aver descritto molti che avrebbero salito il monte del Signore e vissuti in epoche diverse, aggiunge: «Questa è la generazione di coloro che cercano il Signore, che cercano il volto del Dio di Giacobbe». E in un altro luogo riguardo a tutti i santi: «La generazione dei giusti sarà benedetta» (Sal 111,2). Riguardo ai malvagi invece: «Generazione di vipere», e «Saranno richieste tutte queste cose a questa generazione». E in Ezechiele, dopo che la parola profetica ebbe descritto i peccati della terra, si aggiunge: «Se Noè, Giobbe e Daniele si trovassero lì, non perdonerei i peccati di quella terra» (Ez 14,14), volendo far intendere per Noè, Giobbe e Daniele tutti i giusti che fossero simili nelle loro virtù. Pertanto anche costoro, che compirono contro gli apostoli azioni simili a quelle di Caino e di Gioas, sono attribuiti a un’unica generazione.

Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti son mandati, quante volte io pure volli adunare i tuoi figliuoli come la gallina raduna i suoi pulcini sotto l’ali, e tu non hai voluto!

Chiama Gerusalemme non le pietre e gli edifici della città, ma gli abitanti, che piange con affetto paterno, come pure leggiamo in un altro luogo che, vedendola, pianse su di essa (Lc 19). Inoltre, con l’espressione «Quante volte io pure volli adunare i tuoi figliuoli», attesta che tutti i profeti del passato sono stati mandati da lui. La similitudine della gallina che raccoglie i suoi pulcini sotto le ali la leggiamo anche nel cantico del Deuteronomio: «Come un’aquila protegge il suo nido e vola sopra i suoi pulcini, spiegando le sue ali li accolse, li portò sulle sue piume» (Dt 32,11).

Ecco, la vostra casa vi sarà lasciata deserta.

Questa stessa cosa l’aveva detta prima per bocca di Geremia: «Ho lasciato la mia casa, ho abbandonato la mia eredità; la mia eredità è diventata per me come una caverna di iena» (Ger 12,7-8). Constatiamo con i nostri occhi che la casa dei Giudei è deserta, ossia quel tempio che risplendeva per solenne maestà, poiché ha perduto il suo abitante, Cristo, e, desiderando bramosamente di impadronirsi dell’eredità, ha ucciso l’erede.

Poich’io vi dico che non mi vedrete d’ora in poi finché non diciate: -Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

Sì rivolge a Gerusalemme e al popolo dei Giudei. Questo versetto – di cui si servirono anche i fanciulli e i lattanti all’ingresso del Signore Salvatore a Gerusalemme, quando dissero: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore, osanna nell’alto dei cieli» – l’ha tratto dal salmo 117,26, che è stato chiaramente scritto riguardo all’avvento del Signore. E con ciò che dice vuole far intendere questo: se non farete penitenza (cfr. Lc 13) e non avrete confessato che io sono colui del quale i profeti hanno cantato, il Figlio del Padre onnipotente, non vedrete il mio volto. I Giudei hanno un tempo che è stato loro concesso per la penitenza: confessino “benedetto colui che viene nel nome del Signore”, e contempleranno il volto di Cristo.

Commentarium in Evangelium Matthaei, l. IV, c. XXIII, PL 172-175.



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