Come sempre, per comprendere in profondità e senza scoraggiamenti la crisi ecclesiale e sociale in corso, rimandiamo a: Parole chiare sulla ChiesaGolpe nella ChiesaBuona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggiLa rivoluzione guardata negli occhi. Un libro che spiega il passato e racconta il futuroMagistero Politico – Insegnamenti papali sulla politica per l’instaurazione di un ordine cristianoL’illusione liberaleCREDERE, SPERARE, COMBATTERE e altri volumi.


di Pietro Pasciguei

Il primo luglio 2026, Écône ha ribadito la sua missione: non un atto di ribellione, ma un atto di suprema fedeltà. Mentre la tempesta del Concilio continua a dilaniare il Corpo Mistico, la consacrazione di quattro nuovi vescovi rappresenta un’ancora di salvezza. È la continuità dell’ordinazione, la sopravvivenza del Rito Romano – quel rito che una gerarchia smarrita ha tentato invano di relegare all’oblio – e la garanzia, secondo le promesse divine, che la missione cattolica non si estingua sotto il peso del modernismo.

Per questo, leggere il delirio pubblicato da certi ambienti che si definiscono “conservatori” – i soliti farisei – è un esercizio, faticoso, di pietà. Cercano di arrampicarsi sugli specchi della liturgia e del diritto canonico per gettare fango sulla Fraternità San Pio X, ma finiscono solo per esporre la loro povertà spirituale.

Il loro stupore davanti alla mancata lettura di un mandato apostolico è il segno che non hanno capito nulla di ciò che accade. La Chiesa non è una società per azioni dove tutto si risolve con una delega firmata. Quando la Sede Apostolica è occupata da chi demolisce la Fede, l’autorità non svanisce e la necessità impone di salvare ciò che è essenziale. Leggere il comunicato di don Pagliarani non è un “abuso”, è l’atto di un pastore che spiega al gregge perché, in tempo di naufragio, non si aspetta l’ordine di un capitano che sta affondando la nave.

Accostare la Fraternità a Lutero è un errore che qualifica chi lo compie. Lutero voleva distruggere il Primato petrino per fondare una chiesa soggettivista; la FSSPX consacra vescovi proprio per salvare il Primato petrino dal suo attuale svuotamento modernista. Paragonare la difesa della Tradizione a una ribellione protestante è l’ultima spiaggia di chi non ha più argomenti teologici e deve ricorrere alla demonizzazione.

Accusano la FSSPX di aver mentito giurando obbedienza al Papa. Questi signori ignorano che l’obbedienza al Papa è sempre subordinata all’obbedienza a Dio e alla Sua legge. Giurare fedeltà al Successore di Pietro significa giurare fedeltà al suo ufficio di Custode del Deposito della Fede. Se chi occupa il trono di Pietro tradisce quel Deposito, l’obbedienza cattolica – quella vera – impone di restare fedeli alla Sede di Pietro, pur resistendo agli ordini che portano alla rovina delle anime. Non è blasfemia, è la distinzione elementare tra l’uomo e l’Ufficio.

Hanno il coraggio di criticare dei fedeli che, dopo sei ore di celebrazione sotto un sole cocente o una pioggia battente, hanno avuto un momento di distrazione, cercando di fotografare o documentare un evento che per loro è vita? È un comportamento spregevole. Questi censori da tastiera, che passano la vita a scovare l’errore nel fratello mentre avallano le eresie ufficiali, dovrebbero guardarsi allo specchio. Criticare chi prega in ginocchio per una distrazione passeggera è tipico di chi cerca solo il pretesto per condannare il cuore di chi ha ancora la Fede.

E poi, il culmine del ridicolo: il nubifragio. Per questi censori da tastiera, la pioggia sarebbe stata un “segno divino” di disapprovazione verso le consacrazioni. È davvero patetico vedere come certuni si improvvisino interpreti del volere dell’Altissimo ogni volta che il meteo non è di loro gradimento. Ma ragioniamo, se ne sono capaci: se Dio avesse voluto impedire questo atto, si sarebbe limitato a una pioggia passeggera? Se il Cielo fosse stato davvero contrario, non avrebbe forse scatenato una tromba d’aria per spazzare via ogni tendone, ogni altare, ogni sedia e ogni apparecchiatura, disperdendo noi e la nostra “ribellione”? Invece, no. Per noi, quel nubifragio non è stato un castigo, ma una prova d’amore e di fortezza. Dio ha voluto mostrare al mondo chi avesse la tempra del vero cattolico. Ha voluto testimoniare, davanti agli occhi di un mondo tiepido e pavido, la dedizione incrollabile del suo popolo: anziani, giovani, padri, madri e bambini, tutti lì, a inginocchiarsi nel fango, incuranti dell’acqua che li inzuppava, perché il loro sguardo era fisso sul Re dei Re.

Quell’acqua ha lavato via le meschinità di chi guarda alle apparenze, lasciando brillare la sostanza di una fede che non si scioglie al primo acquazzone. Mentre questi farisei si preoccupano del meteo svizzero, dovrebbero piuttosto iniziare a tremare per la tempesta dottrinale – quella sì, distruttiva! – che da anni devasta la Chiesa sotto i loro occhi compiacenti. Ma si sa, per i farisei è sempre infinitamente più facile guardare al cielo per cercare una scusa, piuttosto che guardare alla Verità per cercare il coraggio.

Il loro parlare non è informazione, è propaganda per chi ha paura della Tradizione. Cercano di spaventare i fedeli parlando di scomuniche, ma dimenticano che la Fede è un dono che non si spegne con una firma in calce a un documento, né con un blog di insulti. La Fraternità cresce perché annuncia Cristo; loro si affannano a scrivere perché il loro mondo, intriso di modernismo e pusillanimità, sta crollando. Buon divertimento a cercare di fermare l’oceano con un cucchiaio!

Ad ogni modo, mentre a Écône spirava un vento di soprannaturale serenità, a Roma si consumava la farsa. Il Dicastero per la Dottrina della Fede, ormai ridotto a ufficio di censura ideologica, ha estratto dal cilindro un decreto di “scomunica” contro la Fraternità. Uno spettacolo che merita una sola reazione: il riso amaro. Che un cardinale, assurto agli onori della cronaca più per le sue lezioni sull’arte del bacio che per il rigore dottrinale, e spalleggiato da un vertice il cui magistero è oggetto di perenne sconcerto tra i fedeli, firmi un atto di scomunica, è un pezzo di teatro dell’assurdo che nemmeno Eugène Ionesco avrebbe osato scrivere.

Ma di grazia, quale peso ha una simile carta bollata? In una Chiesa dove si stendono tappeti rossi alle paladine dell’aborto, dove si celebrano “messe arcobaleno” e si firma l’annullamento della Croce in nome di un falso ecumenismo planetario, la “scomunica” da parte di questi pastori non è un’infamia: è una medaglia al merito. Se questa gente ti colpisce, significa che sei sulla strada dei Santi. Davanti a Tucho e ai suoi burocrati, la risposta è – come ha argutamente sottolineato Aldo Maria Valli – quella di Totò: “Ma mi faccia il piacere!”.

Il decreto pretende di punire un “atto scismatico”. È un sofisma grottesco. Come ribadito ad nauseam, la Fraternità non ha mai rinnegato il Primato petrino; ha rifiutato l’abuso di quel potere quando viene piegato alla demolizione del dogma. Esiste un principio sacro, che il Dicastero ignora per convenienza: lo stato di necessità. Quando i pastori portano le pecore al macello dell’errore, la salus animarum impone il dovere di agire. Consacrare vescovi non è creare una chiesa parallela, è assicurare che la Chiesa di Cristo continui a respirare nel deserto dei modernisti. Citare il canone 1364 contro chi difende la Messa è l’apice dell’ipocrisia. Il vero scisma lo consumano coloro che hanno rotto il legame con il Magistero perenne. Citare il canone 1387 per “abuso” da parte della Fraternità è, poi, una battuta involontaria: il vero abuso di potere è il sistematico smantellamento della Tradizione. La loro è carta straccia, priva di valore davanti al Tribunale di Dio. Al punto 1, la Nota esplicativa vaneggia di un “rifiuto pratico del Primato”. Falso. Si riconosce il Papa, ma il Primato non è un lasciapassare per stravolgere la Fede. Il potere del Pontefice è dato per edificare la Chiesa, non per farla a pezzi. Rifiutare le loro novità eretiche non è scisma, è lealtà cattolica. Il punto 3, poi, è pura blasfemia giuridica: osare definire “invalidi” i sacramenti amministrati da questi sacerdoti è un atto di violenza spirituale inaudita. Si vuole negare la Grazia alle anime, ma si dimenticano della giurisdizione di supplenza (Ecclesia supplet). Quando la gerarchia tradisce, Dio non abbandona il suo popolo: la Sua Chiesa, nella sua premura materna, supplisce dove i pastori indegni sono venuti meno. In conclusione: questa Nota non è teologia, è un proclama di guerra contro chiunque osi ancora professare la Fede cattolica integrale. Hanno perso la bussola della Tradizione e ora tentano di punire chi, tra le macerie da loro provocate, ha avuto il coraggio di mantenere la rotta.

Ma c’è di più, e qui la vana pretesa del Dicastero naufraga miseramente anche sul piano del diritto che essi stessi pretendono di amministrare. Anche volendo – per mera ipotesi di scuola – ammettere che la Fraternità fosse nel torto, il diritto canonico impedisce radicalmente l’applicazione di una scomunica in questo caso. Il diritto, infatti, protegge chi agisce convinto in coscienza di trovarsi in una situazione di necessità. Il canone 1323, n. 4 del Codice di Diritto Canonico stabilisce che non è soggetto a pena chi ha violato una legge o un precetto per necessità. Ma, ancor più decisamente, la dottrina canonistica insegna che non incorre in alcuna censura chi, anche solo erroneamente ma in buona fede, ritenga che sussista uno stato di necessità tale da giustificare il proprio agire. Il Dicastero lo sa bene: per punire la Fraternità, dovrebbero prima dimostrare che non esiste alcuna crisi nella Chiesa, che non c’è alcuna deriva dottrinale e che non è in atto alcun attacco al Deposito della Fede. Ma poiché l’evidenza della crisi è sotto gli occhi di tutti – e solo chi è accecato dal modernismo può negarla – la consapevolezza dello stato di necessità è reale, diffusa e fondata. Dunque, questa “scomunica” è non solo un atto ingiusto, ma un atto giuridicamente nullo. Hanno tentato di brandire la spada della legge, ma la lama gli si è spezzata in mano. La legge stessa che invocano, correttamente interpretata, li condanna alla propria inefficacia. Tentare di scomunicare chi agisce per salvare la Messa e la Fede, in una situazione di emergenza spirituale, è come cercare di proibire il sole: un esercizio di arroganza burocratica che non ha alcun valore nel foro interno davanti a Dio, né alcuna solidità nel foro esterno secondo i principi del diritto naturale e canonico.

E che dire, infine, dell’ultima minaccia rivolta al “santo Popolo di Dio”? Il Dicastero, nel suo delirio di onnipotenza, avverte i fedeli di non aderire “formalmente” allo scisma della Fraternità, pena la scomunica latae sententiae. Tradotto in linguaggio comprensibile: se tu, fedele, sostieni l’opera della Fraternità e ne sposi la battaglia per la Fede, ostinandoti a professare la dottrina di sempre e preferire la Messa di sempre dinanzi agli spettacoli post-conciliari, allora sei “scismatico” e “scomunicato”. Ebbene, se essere fedeli alla Chiesa di sempre significa essere “scismatici” per i signori del Vaticano, allora prendiamo atto con fierezza di questo “titolo”. Siamo in ottima compagnia, insieme a generazioni di Papi, Vescovi, Santi e Martiri che non hanno piegato il ginocchio davanti alle novità del mondo. Se la “scomunica” è il prezzo da pagare per non essere complici della demolizione della Fede, la accettiamo come una medaglia. E allora, visto che il numero di coloro che hanno deciso di preferire Dio agli uomini è in costante, inarrestabile crescita: buono “scisma” a tutti!

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