di Giuliano Zoroddu

L’età flavia va dal 69 al 96 d.C. e prende questo nome dai tre imperatori che regnarono in quegli anni, Vespasiano (69-79 d.C.), Tito (79-81 d.C.) e Domiziano (81-96 d.C.), appartenenti alla famiglia dei Flavii Vespasiani.

Scrive lo storico cristiano Eusebio di Cesarea che «Vespasiano non concepì mai disegni ostili ai Cristiani»[1]. Tuttavia la storiografia cristiana più antica, in particolare Egesippo (110-180 d.C.)[2], ricorda come all’indomani della presa di Gerusalemme (70 d.C.), che pose fine alla guerra giudaica, Vespasiano e Tito ordinarono di cercare i discendenti del re Davide per assicurarsi che fosse spento del tutto il fuoco del messianismo politico che aveva dato il via alla rivolta nel 66 d.C. (e lo avrebbe ridato nel 132 d.C.). Lo stesso storico riferisce che fra gli arrestati ci furono anche dei parenti di Gesù, effettivamente discendenti di Davide, ma lontani in quanto cristiani dalle idee antiromane degli ebrei rivoltosi. Al di là di questo fatto, sotto i primi due imperatori flavi il rapporto fra l’impero e le comunità cristiane fu di pace.

Diverso fu l’atteggiamento di Domiziano, che sul finire del suo regno, nel 95-96 d.C., perseguitò i cristiani per ateismo (impietas), in quanto non adoratori delle divinità tradizionali e dell’imperatore[3], e per costumi giudaici[4]. Tra le vittime vi furono anche alcuni membri della famiglia imperiale: Flavio Clemente, cugino dell’imperatore, sua moglie Flavia Domitilla, e l’omonima nipote. La tradizione cristiana tramandataci da Tertulliano (155-230 d.C.) ricorda in questi anni anche il martirio patito a Roma dall’apostolo ed evangelista Giovanni, il quale fu immerso in una caldaia di olio bollente, ma, uscitone illeso, fu relegato nell’isola di Patmos dove scrisse l’Apocalisse[5]. La Chiesa Romana ricorda questo martirio il 6 maggio nella festa di San Giovanni “davanti alla Porta Latina”[6].

L’autorevole studiosa Ilaria Ramelli ritiene probabile che a questo martirio dell’apostolo Giovanni faccia riferimento la Satira IV del poeta latino Giovenale (50/60-127 d.C.)[7].

L’opera ruota attorno a un evento grottesco: un pescatore cattura un rombo gigante e lo dona all’imperatore Domiziano, che convoca d’urgenza il Senato ma per deliberare sulla cottura del pesce, che alla fine verrà cotto in padella. La satira viene solitamente letta come denunzia del dispotismo di questo principe, sprezzatore del Senato e carnefice di molti nobili. Non sono mancate però le interpretazioni religiose, basate sul fatto che Domiziano vi compaia nel ruolo di Pontefice Massimo (massima carica religiosa romana), per cui nel rombo messo in padella avrebbe voluto alludere alla condanna della Vestale Massima Cornelia, sepolta viva nel 91 d.C. per aver violato il voto di castità.

Su che basi invece la Ramelli propone l’identificazione del rombo con Giovanni?

  1. Sul fatto che il pesce avesse un significato cristico: ΙΧΘΥΣ (ichthys, pesce in greco) è acronimo di Ἰησοῦς Χριστὸς Θεοῦ Υἱὸς Σωτήρ (Iesous Christos Theou Yios Soter), cioè “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore “.
  2. Sul fatto che Domiziano al v. 38 venga definito «calvus Nero» (calvo Nerone), riferimento al primo imperatore romano persecutore dei Cristiani. Inoltre viene qualificato come Pontefice Massimo.
  3. Sul fatto che il pesce sia detto «peregrina belua» (v. 127), belva forestiera, e l’ebreo Giovanni era uno forestiero.
  4. Sul fatto che, al v. 69, si dica che questo stesso pesce «capi voluit» (volle essere catturato). Giovanni, come Gesù non oppose resistenza alla cattura.
  5. Sul fatto che, al v. 55, il rombo venga detto «res fisci» (cosa appartenente al fisco). «Supponendo il valore cristoforo del pesce – scrive Ramelli – si è indotti a pensare che la delazione riguardasse il fiscus Iudaicus»[8], ossia la tassa a cui Vespasiano aveva assoggettato i Giudei dopo la presa di Gerusalemme, tassa che Domiziano inasprì e estese a quanti vivevano “alla giudaica” senza dichiararsi Giudei, ossia i Cristiani9.
  6. Sul fatto che alla fine della discussione si decida di cucinare il rombo in una grande e profonda padella di argilla10, la quale si potrebbe ben identificare con la giara (dolium) di olio bollente dentro cui secondo san Girolamo[11] fu immerso l’Apostolo prediletto di Gesù.

Ammessa questa ipotesi di una interpretazione “cristiana” del testo, evidentemente non si può sostenere che il poeta Giovenale, in questa satira contro il dispotismo imperiale, abbia voluto in qualche modo compatire l’apostolo Giovanni e denunziare le persecuzioni contro i cristiani. Si vuole unicamente rilevare che un testo pagano potrebbe testimoniare della realtà di un fatto della tradizione cristiana.


  1. Hist. Eccl. IV, 17. ↩︎
  2. Storico di origine palestinese, operò a Roma sotto i papi Aniceto (154-166 d.C.) ed Eleuterio (175-189). ↩︎
  3. Domiziano, come riferiscono Dione Cassio (Historia Romana LXVII, 14) e Svetonio (Vita Domitiani XIII, 2) volle essere chiamato «dominus et deus» (signore e dio). ↩︎
  4. Svetonio parla di persone che «senza dichiararsi Giudei [improfessi] vivevano alla maniera giudaica» (Vita Dom. XII, 2). Questi improfessi, spiega Marta Sordi, sono i Cristiani. ↩︎
  5. Cfr. De praescriptione haereticorum XXXVI, 2-3. La notizia è riferita anche da San Girolamo in Adversus Iovinianus, I 26 e In Matthaeum, III 20, 23. Secondo alcuni esegeti l’Apocalisse sarebbe stata scritta non negli anni 90, ma tra il 64 e il 70 (vedi L. Scrosati, La data dell’Apocalisse, lanuovabq.it, 20 marzo 2022. ↩︎
  6. La festa fu soppressa da Giovanni XXIII nel 1960-62. ↩︎
  7. Gerión 2000, n.° 18, pp. 343-359. ↩︎
  8. Ivi, p. 348. ↩︎
  9. Vedi n. 4. ↩︎
  10. Cfr. vv. 131-135: «Testa alta paretur, / quae tenui muro spatiosum colligat orbem. / Debetur magnus patinae subitusque Prometheus. Argillam atque rotam citius properate» (« Un’alta / teglia si faccia che in sottil parete / vasto spazio racchiuda; a un tal tegame / un gran Prometeo subito ci vuole; / si preparino, presto, argilla» e ruota trad. G. Vitali) ↩︎
  11. «Tertulliano riferisce inoltre che [Giovanni], a Roma, fu immerso in una giara di olio bollente» (Adversus Iovinianus, I 26). Idem in In Matthaeum, III 20, 23. ↩︎


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